Network Neutrality: democrazia della Rete, l’inizio della fine?

Lo spunto di questo post è una notizia di pochi giorni fa: una Corte di Appello del Distretto di Columbia ha emesso una sentenza nella quale ha giudicato illegittima la normativa emessa dalla Federal Communications Commission (in qualche modo equivalente della nostra Agcom) che imponeva ai provider di servizi internet a banda larga di conformarsi alla cosiddetta Network Neutrality. Si tratta di una decisione chiave su un argomento estremamente controverso e di enorme rilievo economico e civile: la “democrazia” di Internet come la conosciamo, la Open Internet, come molti la chiamano.

Se non siete professionalmente coinvolti nel settore è possibile però che non conosciate i termini della questione, ma sicuramente avete ampiamente esperienza di cosa sia in pratica la Network Neutrality. Per chiarezza, quindi, cominceremo da cosa significhi questo termine.

[Edit 29 agosto 2014: l’argomento di questo post è stato ripreso in base agli sviluppi recenti in uno successivo che vi consigliamo di leggere]

Quello della Network Neutrality è uno dei principi ispiratori di Internet, e potrebbe essere sintetizzato dicendo che se, ad esempio, voi accedete a Internet tramite Telecom Italia, quest’ultima non può decidere di favorire il vostro accesso a determinati siti e servizi, e sfavorire quello ad altri. Per esempio, non può fare un accordo con Google per fare in modo che quando fate una ricerca usando il motore di Google i risultati vi arrivino in un lampo, mentre se usate Bing di Microsoft dobbiate attendere un’eternità. È infatti chiaro che se succedesse questo tutti userebbero Google, senza neppure probabilmente capire che la lentezza esasperante di Bing non sarebbe colpa di Microsoft. Lo stesso potrebbe valere per le home page di Corriere e Repubblica, i video su YouTube o Vimeo, eccetera. Badate che questo scenario non è fantascientifico: tecnicamente è perfettamente possibile favorire o sfavorire un sito o un servizio rispetto a un altro.

Ebbene, che Telecom Italia non possa fare questo non c’è scritto da nessuna parte. Certamente non è scritto nel mio contratto telefonico con Telecom, e, dato che Google e Microsoft non hanno un contratto con Telecom Italia, non è scritto in nessun contratto. E non è scritto in modo così chiaro e netto neanche in leggi e regolamenti dell’Agenzia per le Comunicazioni o degli organismi europei competenti, anzi. Un quadro sufficientemente sintetico della situazione a livello UE si trova in un breve documento della Commissione Europea, e  volendo sintetizzare possiamo dire che i regolatori europei, molto cautamente, pensano che le regole sulla concorrenza tra gli ISP (Internet Service Provider) e gli obblighi di trasparenza verso la clientela che sono in vigore siano un primo tassello importante della “Internet freedom”. La Commissione Europea nel riferimento citato riconosce che “La trasparenza e la facilità di cambiamento di operatore costituiscono elementi determinanti per i consumatori quando scelgono o cambiano fornitore di servizi internet, ma probabilmente non costituiscono gli strumenti più adatti per porre rimedio a restrizioni generalizzate di accesso a servizi o applicazioni leciti”. Tradotto, vuol dire che, bontà loro, anche i regolatori si rendono conto che se per non vedermi bloccare l’accesso a un servizio piuttosto che a un altro devo capire cosa sta succedendo, trovare un altro operatore che non applichi quel blocco, e cambiare operatore, forse non ho proprio la libertà di accesso che mi dovrebbe essere garantita. I regolatori europei si muovono però coi piedi di piombo, e dato che finora non sono successi casi eclatanti di “soppressione di servizi” su Internet, non hanno molta fretta di esprimersi, e semmai commissionano studi sul fenomeno. Campa cavallo.

Peraltro, uno dei motivi per cui i regolatori europei sono cauti è che ci sono molti che pensano che la Network Neutrality sia una pessima cosa. Perché? Principalmente, perché liberandosi della (prassi della) Network Neutrality gli ISP potrebbero fare molti più soldi; e dato che gli ISP fanno molta fatica a trovare i soldi per investire nelle reti ultraveloci che tutti desideriamo, una corrente di pensiero sostiene che la Network Neutrality impedisce agli ISP di ottenere una giusta remunerazione per i profitti che garantiscono ai cosiddetti operatori Over-The-Top, ossia i vari Google, Apple, Amazon, Netflix e così via, che vendono servizi su Internet, ma che non pagano nulla agli ISP che fanno da “intermediari” tra loro e i clienti. In effetti, un’anomalia nel mercato c’è: chi fa veramente i soldi con Internet non sono le aziende che pagano per costruire e mantenere in efficienza le reti, ma quelle che usano le reti “gratis” per erogare servizi, come quelle che ho citato. Quelli che pagano siamo noi, ma far pagare ai consumatori finali tutto il costo delle infrastrutture potrebbe disincentivare l’adozione della banda ultralarga, sia da parte degli utenti finali che da parte degli ISP. Per chi si interessa di dinamiche della concorrenza, è un caso di two-sided market, e questo tipo di mercato non trova un equilibrio ottimale se la concorrenza opera solo su un “lato”, cioè quello tra ISP e utente finale.

Tuttavia, proprio questo ragionamento sta a indicare che, in assenza di una regolamentazione esplicita, gli ISP hanno un fortissimo incentivo ad applicare una gestione “non neutrale” di Internet; e, sempre in assenza di regole, è verosimile che tendano ad applicare una gestione non solo differenziata tra tipologie di servizi (ad esempio: farsi pagare da chi trasmette servizi video in streaming, offrendo in cambio una banda garantita e una qualità migliore rispetto al normale browsing), ma anche tra singoli fornitori di servizi analoghi, assegnando la banda “al miglior offerente” oppure agli “amici”, ad esempio aziende consociate. E certamente da politiche di questo tipo sarebbe danneggiato chi non è in grado di stringere accordi o di pagare per avere un servizio “premium”: la tradizionale “democrazia” della Rete sarebbe seriamente minacciata. Insomma, il problema è complesso, ma a me pare difficile pensare che la soluzione stia nel non decidere.

E infatti in USA la FCC aveva… deciso di decidere. Un motivo fondamentale è che lo stesso Barack Obama aveva messo la Network Neutrality tra i punti irrinunciabili del suo programma, e anche dopo la decisione della Corte che ho citato la Casa Bianca ha comunicato che il Presidente continua a sostenere il principio di neutralità della Rete. Naturalmente a opporsi alla regolamentazione imposta dalla FCC erano stati alcuni degli operatori di rete più potenti in USA, in particolare Verizon, che ora si vedono consegnare dalla sentenza praticamente carta bianca, visto che al momento i servizi di accesso a Internet a banda larga sono praticamente deregolamentati. Se domani un ISP americano impedisse ai suoi clienti, che so, l’accesso a Wikipedia, non credo che nessuno potrebbe intervenire. Anzi, secondo alcuni commenti, il potere discrezionale che questa sentenza lascia agli ISP è tale che il regolatore USA sarà costretto a intervenire emanando una disciplina più organica e legalmente “robusta”.

Nel frattempo, però, le cose stanno così. E, data anche la “cautela” dei regolatori europei e lo scarso entusiasmo per la Open Internet che nutrono molti governi in giro per il mondo, il rischio che quello che succede in USA diventi determinante per la sorte della Rete nel suo complesso mi sembra alto. A meno che si faccia finalmente sentire chi ha interesse a mantenere “aperta” la Rete: noi.

3 commenti

  • vivabollani

    Forse ciò che serve è semplicemente un’analisi più Neutrale -innanzitutto – della tematica e dei delicati equilibri competitivi ed economici potenzialmente oggetto di distorsione e strumentale condizionamento se ci si limita alle posizioni del SI/NO. Serve una legislazione/regolamentazione più fine, capace di salvaguardare tutti i soggetti impattati (consumatori, operatori TLC, OTT e Service Application Providers in generale) e che non privi il sistema (complessivo) dei possibili benefici derivabili (potenzialmente per tutti i soggetti coinvolti) dai nuovi servizi di rete di nuova generazione, inibendoli invece aprioristicamente ed incondizionatamente, nell’insostenibile e inconsistente ipotesi che qualcuno debba investire in costosissime attività di realizzazione e tecnologie evolute per poi sottosfruttarle, relegandole a mera disponibilità di elevata capacità trasmissiva, gestita (e gestibile) solo in una logica basica di best effort, e magari farne poi ripagare l’onere ai soli consumatori che, se conseguentemente tariffato, mai potranno permettersi tale servizio.
    Le soluzioni, volendole davvero trovare, piu che probabilmente esistono… il potere delle lobbies ed il facile populismo strumentale di certi argomenti non sono però i migliori strumenti per cercarle…

    • Certo, è vero che l’incertezza del ritorno del costo degli investimenti che gli operatori di rete dovrebbero fare è ciò che rischia di mantenere in stallo lo sviluppo della banda ultralarga, specie in Paesi come il nostro. Mi pare infatti di aver chiaramente indicato come l’attuale modello “unilaterale” di finanziamento in cui gli OTT sono sostanzialmente free rider non sia un modello valido in queste circostanze:

      far pagare ai consumatori finali tutto il costo delle infrastrutture potrebbe disincentivare l’adozione della banda ultralarga, sia da parte degli utenti finali che da parte degli ISP

      che è esattamente la considerazione che fa lei, né ho affermato che la soluzione ottimale sia quella estrema di ridurre gli operatori a dumb pipes. Peraltro, la regolamentazione (decaduta) della FCC era già frutto di qualche compromesso, tanto che alcuni fautori radicali della Net Neutrality la guardavano con sospetto (v. ad es. https://www.eff.org/deeplinks/2014/01/why-the-fcc-cant-save-net-neutrality). Tuttavia, la situazione USA è particolarmente preoccupante perché colloca de jure i servizi broadband tra quelli integralmente non regolamentati, e quindi di fatto rende molto arduo per la FCC (anche volendolo) migliorare la normativa cassata in una direzione più friendly verso i carrier.
      In sostanza, a mio avviso, una soluzione equilibrata dovrebbe consentire agli operatori di rete di remunerare gli investimenti, ma non di diventare i “Ghino di Tacco” di Internet, con la possibilità di stringere accordi esclusivi con gli OTT più solvibili o più “congeniali”. L’accesso alla Rete ormai non è un servizio voluttuario, e la disponibilità di un “servizio universale” di accesso alla Rete con una QoS minima diventerà sempre di più un bene necessario a una condizione di piena cittadinanza.
      Grazie per il pertinente e interessante commento.

  • Quando la regola sta nel titolo “neutrality” che preserva la concorrenzialità tra i diversi OTT, la bocciatura da parte della corte d’appello della Columbia deve preoccupare non poco.
    Cos’altro, se non un servizio da Ghino di Tacco negozierebbero gli ISP?
    La classificazione OTT ed un parametro di misura non dissimile da quello usato per gli utenti finali (traffico) non dovrebbero essere esclusi da formulazioni di regole non impugnabili.

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