La civiltà dei rifiuti

Latina - Discarica Indeco presso Borgo Montello

Uno dei problemi cruciali della nostra epoca, talmente pressante e drammatico che tendiamo a disconoscerlo e rimuoverlo, è quello dei rifiuti. Ogni giorno ciascuno di noi produce una notevole quantità di rifiuti che si somma a quelli industriali producendo un’incredibile montagna di scarti che devono finire lontano dai nostri sguardi e dai nostri olfatti. Nell’Europa a 28 membri nel 2010 il totale di questi rifiuti ammontò a 2.506 milioni di tonnellate, dei quali 101,4 (4%) classificato tossico (fonte: Eurostat); considerando una popolazione totale di 505 milioni di abitanti, significa (rifiuti industriali inclusi) cinque tonnellate pro capite (in Italia meno, circa la metà), quasi quattordici chili al giorno, ogni giorno, per ciascuno di noi, poppanti inclusi. Non vale l’obiezione che buona parte di questi rifiuti sono industriali e non li producete voi; sono rifiuti prodotti dall’insieme economico e sociale della nostra comunità, sono la base del nostro benessere e del nostro stile di vita. Quelle industrie producono scarti per costruire gli oggetti che a noi servono.

E naturalmente non parlo qui dei rifiuti organici prodotti da noi (200-300 grammi al giorno x 365 giorni x 60 milioni di italiani = cinque milioni e mezzo di tonnellate di cacca ogni anno da smaltire, un problema al quale preferiamo non pensare, almeno fin quando il WC funziona…).

Tornando ai rifiuti europei la domanda è, ovviamente, dove vanno a finire prima che ci sommergano. Il Rapporto ISPRA rifiuti urbani 2013, ampiamente basato su dati Eurostat ci fornisce un quadro sconfortante:

Nel 2011, nell’UE 27 circa il 36% dei rifiuti gestiti è smaltito in discarica (in media 176 kg/abitante per anno), circa il 23% è incenerito (113 kg/abitante per anno), mentre circa il 26% (124 kg/abitante per anno) e circa il 15% (73 kg/abitante per anno) sono avviati, rispettivamente, a riciclaggio e compostaggio (vedi figura).

Ispra rifiuti 2014-12-19 alle 09.55.30

Naturalmente non vi sfuggirà l’enorme differenza fra Paesi: nei primi sei a sinistra nella figura (verrebbe da dire: i soliti noti) solo un’infima percentuale va in discarica, poi la curva si impenna col Lussemburgo, la Francia e la Finlandia, poi l’Italia (non sembra la peggiore a un’occhiata superficiale, ma in realtà siamo peggio della media europea rappresentata dalla primissima colonna a sinistra) fino alle disastrose performance dei Paesi dell’Est e Malta.

Come sempre le statistiche vanno approfondite e capite. Produrre meno rifiuti industriali, come abbiamo visto all’inizio (a causa, evidentemente, della specifica composizione della nostra industria) e non essere proprio fra i peggiori in quanto a smaltimento, non ci salva affatto dagli enormi problemi relativi ai rifiuti. Se per esempio guardate la prossima figure noterete come in Italia si produca una quantità rilevantissima di rifiuti di imballaggio sui quali mi vorrei soffermare.

Ispra imballaggio 2014-12-19 alle 10.05.04

La percentuale in peso degli imballaggi sul totale dei rifiuti urbani è pari a circa il 25%; anche se è una piccola percentuale sul totale dei rifiuti prodotti (che naturalmente sono per lo più industriali) occorrerebbe chiedersi perché sia così complicato lo smaltimento differenziato a capo dei cittadini; materiali stravaganti, difficilmente identificabili, combinati con altri in confezioni non pensate a monte per un agevole differenziazione e che naturalmente finiscono nello smaltimento non differenziato. Qui c’è un evidente vuoto normativo che consente a molte aziende di curare il packaging creativo, attraente ma poco ecologico.

Il punteggio complessivo basato su una serie di parametri, inoltre, colloca l’Italia nelle posizioni di bassa classifica (20/27; rimando al rapporto Ispra già citato).

Ispra punteggi 2014-12-19 alle 10.34.44

Anche se in questi ultimissimi anni si assiste a una diminuzione nella produzione dei rifiuti urbani (dopo anni di crescita), l’arretratezza del sistema italiano di smaltimento deve preoccupare. La prossima figura mostra, per esempio, la tendenziale crescita negli anni della raccolta differenziata, ma sempre costantemente lontana dagli obiettivi europei prefissati.

Ispra differenz 2014-12-19 alle 10.43.16

Il riciclaggio dovuto a questa (scarsa) raccolta differenziata rappresentava nel 2011 il 34,4% del totale dei rifiuti urbani prodotti (di cui 11,6 di frazione organica), a fonte del permanere del 42,1% di rifiuti che finisce in discarica; un altro 16,9% viene incenerito.

Ispra smaltimento 2014-12-19 alle 10.49.30

Non credo che serva spiegare ancora cosa ciò significhi sotto il profilo dell’impatto ambientale e della salute; per chi ha dei dubbi fornisco qualche indicazione nelle risorse finali. Oltre a discariche e inceneritori legali occorre considerare i molteplici sistemi illegali di smaltimento di rifiuti (in buona parte tossici) di cui la Terra dei fuochi è esempio drammatico e noto (ne abbiamo parlato qui su HR).

Eppure – altra cosa ormai nota anche a livello di grande pubblico – i rifiuti possono rappresentare una grande risorsa e una ricchezza. Oggi si parla di economia circolare:

L’economia circolare, secondo la definizione che ne dà la Ellen MacArthur Foundation, “è un termine generico per definire un’economia pensata per potersi rigenerare da sola. In un’economia circolare i flussi di materiali sono di due tipi: quelli biologici, in grado di essere reintegrati nella biosfera, e quelli tecnici, destinati ad essere rivalorizzati senza entrare nella biosfera”. L’economia circolare è dunque un sistema in cui tutte le attività, a partire dall’estrazione e dalla produzione, sono organizzate in modo che i rifiuti di qualcuno diventino risorse per qualcun’altro. Nell’economia lineare, invece, terminato il consumo termina anche il ciclo del prodotto che diventa rifiuto, costringendo la catena economica a riprendere continuamente lo stesso schema: estrazione, produzione, consumo, smaltimento (Fonte della citazione)

Sembra una cosa bellissima, e lo è, tant’è vero che il 2 Luglio 2014 la Commissione Europea ha approvato una serie di obiettivi ambiziosissimi fra i quali:

  • vietare il collocamento in discarica dei rifiuti riciclabili dopo il 2025;
  • riciclare il 70% dei rifiuti urbani (immondizia) e l’80% degli imballaggi entro il 2030;
  • ridurre i rifiuti alimentari e quelli che finiscono in mare.

In questo modo, fra l’altro, oltre a ridurre le emissioni di CO2 e risparmiare moltissime risorse si creerebbero 580.000 posti di lavoro nella gestione dei rifiuti. Sarò prevenuto e spero di essere sconfermato, ma mi sembrano obiettivi belli quanto irraggiungibili per Paesi come l’Italia con performance tuttora così arretrate.

Insomma, per concludere: i rifiuti organici dovrebbero essere frutto di minore spreco alimentare e dovrebbero essere recuperati almeno in termini di compost; quelli tecnici dovrebbero essere razionalizzati (migliori imballaggi, per esempio) e comunque essere interamente recuperati per produrre energia e nuove materie prime. Risparmio, efficienza, salute e lavoro; per realizzare questo sogno non possiamo aspettare il prossimo secolo e l’Europa ci dà pochi anni, così pochi che viene da piangere, o da ridere. Anche considerando che l’Europa può farcela o meno, ma rappresenta un sedicesimo della popolazione mondiale e non sembra che il resto del mondo abbia la stessa consapevolezza, la stessa attenzione normativa, la stessa possibilità operativa.

Forse proviamo reverenza per la spazzatura, per le qualità redentrici delle cose che usiamo e scartiamo. Guardate come ritornano, illuminate da una specie di invecchiamento coraggioso (Don De Lillo, Underworld).

Risorse:

4 commenti

  • Bell’articolo, anche se non condivido l’importanza del ruolo che tu – e tanti altri -date alla CO2.
    Anche l’economia circolare sembra una bella idea, anche se bo’, ho sempre in mente la seconda legge della termodinamica, e il paradosso del sorita🙂
    Prima di applicare questi bisogna imparare l’abc, ti racconto questa: è da neanche un mese che in zona mia hanno cominciato con la differenziata porta a porta; le persone stanno impazzendo, si passano informazioni su dove si trovano gli ultimi secchioni “vecchi”, gente che va a buttare la mondezza fuori dal raccordo dove ancora non viene fatta la differenziata, il delirio. Fanno di tutto, le peggiori peripezie, pur di non imparare una pratica semplice e civile.

    • I primi mesi la gente ha reazioni scomposte. Poi si adatta obtorto collo. Poi impara, diventa tutto naturale e scatta anche la sanzione sociale verso chi non ha comportamenti corretti. Vedrai che succederà anche da te.

      • Se la pressione sociale è così forte, non escludo che si possa tornare indietro…
        Le fasi che hai descritto sono già passate, quando per strada c’erano i secchioni per la differenziata, anche se in realtà non si faceva. L’educazione ha fallito.
        Probabilmente fallirà anche l’imposizione: se non fai bene la differenziata ti fanno la multa. Il punto è che la gente per non farsi fare la multa potrebbe portare la sua monnezza non differenziata davanti casa di un’altra persona, che verrebbe multata, con tutte le conseguenze che puoi benissimo immaginare. Alla fine toglieranno le multe, vedrai. O metteranno una telecamera di sicurezza che controlli i secchioni fuori… Ma io sono più propenso per il primo caso.
        La verità è che la raccolta porta a porta è proprio progettata male.

  • Credo che per fare le scelte migliori in quanto a raccolta differenziata bisognerebbe guardare in casa altrui e vedere le modalità che la fanno funzionare. L’esempio di comuni virtuosi nel sud Italia mi fa pensare che uno sforzo locale ben strutturato conti più di quanto si possa pensare, anche in un tessuto sociale poco responsivo.
    Per quanto riguarda l’economia circolare che oggi viene vista come un’avanguardia pseudo-ecologista, credo invece che, prima o dopo, diverrà una necessità vera e propria (dimiuizione consumo materie prime, diminuizione impronta ecologica degli oggetti). Il problema é che va pensata alla fonte, cioé in fase di produzione dei beni. il riciclo-riutilizzo deve far parte della progettazione, ma poiché le delocalizzazioni spostano altrove (fuori Europa) i processi produttivi sarà molto difficile e legislativamente complesso implementatare un meccanismo funzionante. Sta di fatto che la stessa Europa pone la non produzione come passo più importante, davanti al riutilizzo ed al riciclo, e qui basta poco per vedere quanto si potrebbe fare. Ma c’é sempre lo stesso problema: se io internalizzo i costi ambientali per spingere un’azienda a far diminuire imballaggi e orpelli inutili di materiali misti (l’incubo del cittadino riciclante) rischio di alzare i costi e di favorire chi produce altrove. Ma qualcosa in questo senso andrà fatto. Che ne pensi?

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