Dal Bel Paese alla Terra dei fuochi

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del bel paese là dove ‘l sì suona

Dante, Inferno, XXXIII, 80

Voi, che non siete più giovani, vi ricordate il paesaggio italiano 50 anni fa, o anche solo 40? Vi racconto di quando venni in Umbria la prima volta, a metà degli anni ’70. Arrivai in autostop con quella che poi sarebbe diventata mia moglie e il penultimo passaggio mi lasciò subito a sud di Gualdo Tadino. Vi potrei portare nel punto preciso in cui scesi dalla macchina e vidi per la prima volta l’Umbria in quel tardo pomeriggio autunnale. Lo sbalordimento di quella bellezza mi stordì, e riuscii solo a mormorare “**!!* voglio vivere qui!”. Ricordo i paesaggi, che in Umbria sono sempre stati molto antropizzati, a causa della sua storia, ma più belli di quelli toscani (per me, ovviamente, per me!) perché più selvaggi, meno addomesticati. Il digradare delle colline, il lago… i boschi ovunque… Se adesso venite in Umbria trovate un paesaggio punteggiato da cave e capannoni, un susseguirsi di case e casette e casupole intramezzate da box e capannette e attività un tempo produttive (la crisi…), strade riempite da rotonde e svincoli stradali disegnati da geometri ubriachi. L’Umbria da cartolina, che con intelligenza potrebbe vivere di turismo, ottimo vino e buona cucina (oltre che di artigianato e aziende di eccellenza internazionale), non esiste più da tempo e lo slogan “Cuore verde d’Italia” urla la sua vergogna a chi, come me, ama questa terra.

Vi potrei anche parlare della Calabria, una terra alla quale sono legato da forti esperienze personali, che conobbi molto bene proprio in quegli anni e nella quale torno spesso: una montagna aspra e mozzafiato, un mare incantevole… quarant’anni fa, non certo ora. O preferite che vi parli del Veneto produttivo e laborioso, letteralmente sepolto sotto il cemento dei capannoni e delle sue strade inadeguate per il traffico industriale che deve sopportare? Oppure…

L’Italia non è tutta uguale e alcune Regioni sono state più attente, altre meno. Alcune più amiche del proprio territorio altre più rapaci. E, specialmente, alcune più attente (o solo più furbe) a depredare il territorio nella legalità (quella di comodo dei piani regolatori scritti per gli amici) e altre distrutte nell’abuso e nell’illegalità. Ma in ogni caso la devastazione perpetrata è un delitto irreparabile per il quale non c’è tribunale in grado di assolverci come popolo.

Il consumo di suolo in Italia. Di dati ce ne sono molti grazie al lavoro di diverse organizzazioni serie che monitorano da anni questo fenomeno (alcune le cito alla fine). Prendo i dati dal recentissimo rapporto ISPRA (ente pubblico di ricerca) su Il consumo di suolo in Italia, del 26 Marzo 2014 al quale rinvio anche per una comprensione precisa di cosa significhi “consumo del suolo” e del perché debba essere oggetto di attenzione e preoccupazione.

L’impermeabilizzazione [conseguente al consumo di suolo] rappresenta la principale causa di degrado del suolo in Europa, in quanto comporta un rischio accresciuto di inondazioni, contribuisce al riscaldamento globale, minaccia la biodiversità, suscita particolare preoccupazione allorché vengono ad essere ricoperti terreni agricoli fertili e aree naturali e seminaturali, contribuisce insieme alla diffusione urbana alla progressiva e sistematica distruzione del paesaggio, soprattutto rurale. È probabilmente l’uso più impattante che si può fare della risorsa suolo poiché ne determina la perdita totale o una compromissione della sua funzionalità tale da limitare/inibire anche il suo insostituibile ruolo nel ciclo degli elementi nutritivi (Rapporto Ispra, p. 4)

Dagli anni ’50 ad oggi il consumo di suolo in Italia ha avuto un costante carattere espansivo arrivando a intaccare quasi 22.000 chilometri quadrati nel 2012: come a dire che in sessant’anni abbiamo “perso” una superficie pari all’intera Emilia Romagna.

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Naturalmente da qualche parte dobbiamo costruire le nostre case, i nostri luoghi di lavoro, le strade e così via, ma non dobbiamo essere stati troppo oculati a giudicare dalle tragiche conseguenze (inondazioni, frane…) della cementificazione selvaggia. Spopolamento dell’alta collina e delle montagne, abbandono dei centri storici a favore di orribili periferie, opere pubbliche e private iniziate e abbandonate… e naturalmente moltissimi abusi.

L’abusivismo. Secondo Legambiente nel 2013 si sono costruiti 26.000 immobili illegali: uno ogni dieci edifici è abusivo (per non parlare ovviamente dei piccoli abusi su immobili preesistenti) e il record tocca a Campania e Sicilia dove il business del cemento è fortemente infiltrato da organizzazioni malavitose capaci di mobilitare la popolazione all’arrivo delle ruspe, in nome di un presunto “diritto alla casa”. Un diritto inesistente, almeno in questi termini, ma difeso anche da politici occhiuti e prelati non illuminati dallo Spirito Santo che perpetuano un astratto concetto di diritto a scapito di ogni esigenza di dovere, esaltando l’individualità a scapito della comunità.

La terra dei fuochi. E infine sì, dall’abusivismo edile a quello delle discariche, e da questo al disastro immane della cosiddetta “terra dei fuochi”.

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(La mappa originale è interattiva: http://www.laterradeifuochi.it)

Il tema è ormai stato portato alla ribalta e ben conosciuto dall’opinione pubblica anche se – a dire di Saviano – ancora troppo minimizzato dalle autorità:

Come se raccontare il sodalizio criminale tra quelle aziende del Nord che volevano smaltire rifiuti speciali a basso costo e la criminalità organizzata del Sud che glielo ha consentito, sia stato tifare per una squadra piuttosto che per un’altra. Come se sia ancora possibile negare che in ventidue anni sono stati smaltiti nella Terra dei fuochi oltre 10 milioni di tonnellate di rifiuti di ogni specie. Dal 1991 al 2013 sono state censite da Legambiente 82 inchieste per traffico di rifiuti, con 915 ordinanze di custodia cautelare, 1.806 persone denunciate e il coinvolgimento di 443 aziende in gran parte del Centro e del Nord Italia. Negli ultimi cinque anni nella Terra dei fuochi si sono concentrati 205 arresti per traffici e smaltimenti illegali, pari al 29,2% del totale nazionale, e oltre mille sequestri, il 10% di quelli effettuati in tutta Italia. Tutti questi dati, già dimostrati dalle inchieste, dove sono finiti? Cancellati, e al loro posto arriva quel 2% [del rapporto ministeriale] come un pugno nello stomaco, che toglie il respiro e annebbia la vista (Roberto Saviano, La Terra dei fuochi e la terra delle menzogne, “La Repubblica, 20 Marzo 2014).

I dati sono quelli riportati da Saviano, che cita fonti Legambiente, e dietro il numero di denunce o la percentuale di smaltimenti illegali c’è la salute pubblica, la mozzarella inquinata e il crollo dell’industria casearia e ortofrutticola campana ma c’è prima di tutto, vorrei dire, l’omertà.

Franza o Spagna purché se magna. Attribuito a Guicciardini, e quindi vecchio di quattro secoli, questo motto è inciso a fuoco nel DNA degli italiani (io l’ho pure sentito pronunciare a mo’ di pilastro di saggezza, quindi ha ancora una sua attualità!). Non importa chi governi, l’importante è sopravvivere, o meglio prosperare, facendosi gli affari propri. Il familismo amorale di Banfield, le strategie di mimetismo sociale elaborate nella storia per sopravvivere alle dominazioni, il blocco agrario-industriale di Gramsci, la Controriforma… scegliete voi la spiegazione che preferite per spiegare il fenomeno omertoso, individualista, opportunisticamente pavido, furbescamente voltagabbana che segna la cultura italiana tutta, con una progressione crescente da Nord a Sud ma senza alcuna esclusione.

Non mi pare si denunci con sufficiente chiarezza questa omertà italica, forse perché è politicamente scorretta: il massiccio sistema omertoso che per esempio in questi vent’anni – con nobili ma rare eccezioni – ha consentito lo scandaloso traffico dei rifiuti tossici in Campania.

Centinaia di aziende smaltitrici di rifiuti che solo con grande ingenuità si possono ritenere ignare. Migliaia di camionisti. Migliaia di operai che dovevano fare le buche, interrare e ricoprire, far da palo. Centinaia di migliaia di residenti che vedevano arrivare camion pieni e andar via vuoti, che sentivano la puzza dei rifiuti bruciati, per non dire degli agricoltori che hanno chiuso un occhio, e probabilmente allungata una mano, per lasciar interrare le porcherie nei loro terreni. Tutti ignari? Tutti ingenui? Difficile da credere.

Tornando all’inizio di questo post, e ricomprendendo i diversi temi trattati, omertà e opportunismo hanno caratterizzato tutta la distruzione del paesaggio italiano (e della salute) di questo mezzo secolo. Perché denunciare il piccolo abuso edile del vicino? Meglio stare zitti, tanto anch’io avrei bisogno di fare un terrazzo abusivo. Perché denunciare le case, e i quartieri, abusivi? Anch’io ho bisogno di una casa, e poi quella gente potrebbe farmi un qualche favore. Perché prendersi carico di un bene collettivo (l’ambiente) che quindi non è mio, quando l’importante è quel che c’è dentro casa mia, e di quel che c’è fuori me ne fotto?

Dal Nord al Sud abbiamo trasformato uno dei Paesi più belli e ricchi del mondo in un dissesto generalizzato, dove Genova annega, Venezia affonda, Pompei crolla, le coste calabresi hanno un abuso edile ogni 150 metri, Caserta è mangiata dalle cave, la Valle dei templi soffocata dall’abusivismo ma, diciamolo: l’importante, quel che veramente è importante, è che ciascuno si faccia gli affari propri.

Ale-oo, ale-oo!

Risorse:

2 commenti

  • Non vorrei sembrare faziosa, ma l’esempio più’ lampante di questo stato di cose e’ l’Aquila..costruire i “villaggi”e dimenticare il cuore di quelle persone, sono sicura che gli sfollati sarebbero andati a vivere anche sulle tende (paradosso)purche’ la citta’ fosse stata Ricostruita in fretta ,adesso vediamo quanto male ha fatto quel modo di vivere !

  • Claudio Antonelli

    Il fatto che ormai pochi riescano a vedere le brutture di un’Italia stravolta dall’abusivismo emerge anche dalla “Grande bellezza” dedicato a Roma, il cui regista, Paolo Sorrentino, napoletano, è stato insignito dell’Oscar come autore del miglior film straniero.
    Le assenze, in questa Roma unidimensionale, sono tante. Ma non mi risulta che qualcuno tra i critici del film le abbia menzionate.
    Manca nel film la gente, la folla, il popolo. È assente ugualmente sia “la grande monnezza” che affligge la capitale d’Italia, sia le “imbrattature” di pareti, saracinesche, monumenti: i disgustosi graffiti presenti ovunque nella vera Roma. Mancano insomma nel film il disordine, l’illegalità, la “cialtroneria”, il caos di Roma. Un caos avvilente, perché espressione d’incuria, e di grave mancanza di senso civico e di responsabilità anche in chi sta ai vertici.Spettacolo che suscita in me tristezza, ogni volta che torno in questa città. Perché dopotutto Roma è la capitale d’Italia. Ma molti romani, di nascita o d’adozione, vedono Roma come città esclusiva dei romani, e meglio ancora dei romanacci. Fatto forse unico al mondo: Roma è una capitale che non riesce a suscitare sentimenti “nazionali” né nei suoi abitanti né negli abitanti del resto d’Italia
    Nel film abbonda invece lo snobismo, quello dei suoi personaggi, e – oserei dire – anche quello di Paolo Sorrentino, creatore dell’opera.
    Claudio Antonelli (Montréal)

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