Le gang giovanili in Italia

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Se avete una certa età sapete di cosa parlo se cito West Side Story, grande musical e poi grande film (1961) che riproponeva una specie di Giulietta e Romeo tra gang giovanili, una americana (i Jets) e una portoricana (gli Sharks); se avete un po’ meno di quell’età non potete non conoscere I guerrieri della notte (The warriors, 1979, di Walter Hill), notte da incubo per i membri della gang newyorkese dei Warrior che dovranno sfuggire alla caccia da parte di tutte le altre gang della città. Se siete proprio pivelli non conoscete questi titoli ma certamente altri, poiché la cinematografia americana ha frequentato spesso il tema passando da un canone romantico a uno più violento. Se della cinematografia americana non vi importa nulla pazienza, ormai il fenomeno è ampiamente presente in Italia anche se diventa raramente fenomeno da prima pagina, come nel recente caso del capotreno milanese a cui membri di una gang di salvadoregni hanno quasi staccato un braccio a colpi di machete.

Gli autori di questo crimine appartengono alla gang MS13, dove MS sta per Mara Salvatrucha, una sorta di brand internazionale di gang violentissime diffuse in America del Nord e Centrale (fonte), già note a Milano per precedenti casi di violenza (ma nata almeno nel 2006, per dire che non è una cosa nata ieri all’improvviso) e scioccamente ritenuta “sgominata” ignorando alcune connotazioni tipiche e recrudescenti di queste bande.

I tre sudamericani arrestati a Milano

I tre sudamericani arrestati a Milano

Il fenomeno delle baby gang è in Italia relativamente recente, urbano, violento e degno di ampia considerazione prima di trovarci improvvisamente in una nuova emergenza (che è poi il modo tipico italiano di affrontare i problemi):

con il termine “baby gang” si connota un fenomeno di microcriminalità organizzata, principalmente diffuso nei contesti urbani, per il quale minorenni riuniti in un gruppo connotato dall’esistenza di un vertice, alle strette direttive di un capo, assumono condotte devianti ai danni di cose e persone. Ma in presenza di comportamenti devianti, non sempre l’attività giovanile può essere ascrivibile al termine “baby gang”; la gang si differenzia da altri gruppi giovanili perché, a differenza di questi ultimi, è guidata da un leader, ha una ben definita gerarchia interna, controlla un territorio ed è connotata dal senso di appartenenze al gruppo da parte dei suoi membri (Marco Bertoluzzo, La questione giovanile e le baby gang in Italia, 2013, p. 5).

Il fenomeno ha avuto come protagonisti inizialmente latino-americani, poi giovani di origine slava, nordafricana e asiatica e infine italiani; è intriso di bullismo scolastico, piccole estorsioni fino alle rapine. Il modus operandi è quindi ad ampio spettro e non sempre facilmente identificabile. Oltre agli MS13 sono da tempo operativi in Italia i Latin King e i Ñeta, e nelle ‘Risorse’ finali troverete strumenti per approfondire questi fenomeni.

Non si può onestamente dire che il problema sia arrivato a livelli di guardia, almeno a giudicare dai numeri. Il recentissimo Servizi della giustizia minorile del 31 Maggio 2015, edito dal Dipartimento per la Giustizia Minorile, ci mostra diversi dati dai quali traggo questa breve carrellata:

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Un picco negli anni di peggior crisi economica conclamata poi una relativa stabilità totale, frutto di un leggero calo dei minori italiani in carico al servizio sociale (per reati commessi) che si stabilizzano sui 16.000 annui e una leggera crescita dei minori stranieri che oscillano attorno ai 4.000. I reati di questi minori riguardano per un quarto quelli contro la persona (25% degli italiani e 20% stranieri) e per poco meno della metà contro il patrimonio (41% italiani e 58% stranieri). Attenzione che i figli di stranieri con passaporto italiano figurano ovviamente come “italiani”, quindi non dovete compiere generalizzazioni indebite.

La situazione dei minori presenti negli istituti penali è invece in calo costante in questi anni:

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Il fenomeno quindi, come già ricordato sopra, non è affatto di natura emergenziale ma va sorvegliato per la diffusione del fenomeno (che dalle grandi città si va diffondendo nei centri minori) e per il suo possibile incrudimento (dal bullismo episodico a sistematiche azioni più violente ed eclatanti).

Sulla devianza minorile legioni di sociologi, psicologi e antropologi hanno scritto quantità di volumi, specie negli Stati Uniti dove il fenomeno è nato molti decenni fa. Non è questa la sede per una trattazione dotta e completa e mi limiterò a menzionare una serie di condizioni che facilitano lo strutturarsi di una vera devianza:

  • le condizioni psicologiche dell’adolescente che, nel passaggio dall’infanzia all’età adulta, vive una condizione di disagio contro la quale tende a ribellarsi anche con comportamenti trasgressivi e di sfida del mondo adulto;
  • la mancanza di un progetto genitoriale condivisibile; ciò vale in particolare per le seconde e terze generazioni di immigrati (e lo abbiamo visto con le rivolte a Parigi e a Londra) che non riconoscono il progetto di vita e di integrazione dei genitori, percepiscono la distanza sociale espresso dalla comunità ospitante verso gli stranieri (‘stranieri’ a prescindere dal passaporto perché neri, gialli, musulmani…) e si trovano in un mondo di mezzo senza apparenti speranze: l’integrazione offerta appare come condizione di subalternità inconciliabile con l’affermazione del proprio ego;
  • un contesto oggettivamente difficoltoso: la crisi e la difficoltà di trovare un impiego specie se si è poco scolarizzati e non specializzati; le difficoltà scolastiche; lo stigma che la società “normale” applica ai giovani diversi, rumorosi, stranieri…
  • la presenza di un gruppo di pari in cui la frustrazione si può trasformare in rabbia come comportamento condiviso, accettato e anzi incoraggiato; la forza del gruppo è una componente essenziale: il gruppo fornisce una cornice giustificativa e valoriale capace di sostituire quella, assente o non condivisibile, dei genitori; protegge, consente identificazione, propone un orizzonte progettuale, per quanto confuso e nichilista (le bande di facinorosi ultrà sugli stadi italiani si presentano come analogia corretta);
  • infine la gerarchia, l’obbedienza al capo, illude sulla presenza di un ordine, di uno scopo, di un disegno, e nel contempo deresponsabilizza; incapace di trovare una strada il giovane membro della gang si trova a obbedire alle direttive, assieme ad altri adepti, e sperimenta la forza della “macchina” alla quale appartiene, trovando conferme (anche se limitate).
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Mara Salvatrucha

Quello che dobbiamo aspettarci – osservando quanto accade in altri Paesi e ascoltando il parere degli specialisti – è una crescita del fenomeno, con episodi meno sporadici di violenza da prima pagina; questo accadrà in particolare se:

  1. perdureranno situazioni di crisi economica gravi, tali da rendere difficoltoso il progetto professionale dei genitori e l’assorbimento dei giovani nel mercato del lavoro;
  2. perdureranno leggi punitive e ottuse nei confronti degli immigrati;
  3. continuerà l’atteggiamento culturale di rifiuto verso immigrati e loro figli;
  4. la scuola non sarà fortemente sostenuta e ammodernata e adeguata nel suo ruolo di agenzia formativa ed educativa orientata all’inclusione sociale e culturale.

Certamente quello che non si dovrà fare sarà “sparare a vista” come un inqualificabile esponente leghista ha detto dopo l’aggressione del ferroviere.

Risorse:

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