Etica e prassi di Papa Francesco

 

Prima che lo notiate voi lo segnalo io: nel titolo non c’è la parola ‘teologia’, e neppure ‘catechesi’ o altre più specifiche dell’essere cristiani e diffondere la parola di Dio o di Gesù. Perché io non sono un teologo e non sono in grado – e neppure interessato – a discutere se sia questo Papa teologicamente più o meno “bravo” (in relazione a cosa?), più o meno “fedele” ai testi sacri e questioni di questo genere. Comprendendo benissimo che questa è invece proprio una discussione centrale per i credenti, non intendo sminuirla né sottovalutarne le conseguenze sociologiche, se capite cosa intendo. Semplicemente qui non ne parlo perché ho un rovello assolutamente laico, che intendo affrontare sotto un profilo strettamente laico; e il rovello è il seguente: al netto della qualità teologica, questo Papa è davvero rivoluzionario, nuovo, affascinante? Detto in altri termini: ha un messaggio anche per me laico, questo Papa? Poiché io penso di no, e leggo sempre più di illustri politici e commentatori, semmai di sinistra, fulminati sulla via di Francesco, mi chiedo seriamente cosa io non abbia capito. O cosa loro credono di avere capito.

Intraprendo la mia riflessione dall’ultimo elogio che ho incontrato, quello di Mario Calabresi che sul Corriere scrive fra l’altro:

È vero, c’è un crescente stupore verso questo Papa che parla più di povertà, di ambiente e di emarginazione che di matrimoni gay, aborto o fecondazione. A me non stupisce, anche se sono colpito dalla capacità di quest’uomo non più giovane di essere protagonista del nostro tempo. Francesco ha completamente archiviato il Novecento, non si preoccupa di essere accusato di comunismo – visto che il comunismo non appartiene più alla cronaca, ma è archiviato nella Storia – ma si preoccupa di parlare a nome di coloro che non hanno voce: poveri, diseredati, vecchi e bambini. Ha capito che non ci sono più partiti politici o movimenti che se ne occupano e allora viene da chiedersi: ma chi dovrebbe farsene carico se non chi deve annunciare il Vangelo?

Fra gli altri elogi trovate facilmente la sua riforma della Chiesa (strutture e gerarchie) che tanto spaventerebbe il vecchio establishment e una quantità di gesti e dichiarazioni eclatanti che molti commentatori hanno bollato di populismo. Occorre dire che per ogni elogio trovate facilmente anche critiche, e questo fatto la dice lunga sulla difficile interpretazione, oppure sull’ambigua interpretazione, che di Papa Francesco si riesce a dare.

Non penso assolutamente di analizzare singole dichiarazioni e comportamenti del Papa. Vorrei invece trovare una sorta di regola generale che ci consenta di analizzarli con un metodo non improvvisato. La regola credo la si possa trovare nel rapporto fra etica e prassi (da cui il titolo di questo articolo) e nell’eventuale primato che si potrebbe stabilire entro questa coppia concettuale che però, prima di tutto, devo definire. E comincio da ‘etica’.

Etica è un insieme coerente di princìpi e valori con finalità pratiche, di guida a un comportamento giudicato – in base a quei princìpi e valori – buono, o comunque migliore di altri. Evidentemente l’etica orienta l’organizzazione della giustizia e della politica, dalle cui sfere comunque deve mantenersi distinta, la medicina e la salute (specie in epoca di inquietanti possibilità scientifiche – da cui la bioetica), il rapporto dell’uomo con l’ambiente e gli animali fino alle questioni di genere che recentemente occupano spesso le pagine dei giornali. Insomma, l’etica è l’insieme delle idee-guida che ci fanno giudicare il bene e il male, ciò che è giusto fare o no. Comprendete bene che il confine con l’ideologia è sottile e che quel confine è molto permeabile. L’etica è un insieme coerente e organico laddove l’ideologia si presenta frammentaria. L’etica è cornice robusta di società e culture durature nel tempo (e quindi anche della Chiesa) dove l’ideologia si propone come valori di una parte e facilmente soggetta a mutamenti.

La prassi, invece, è l’attività concreta contrapposta a quella teorica e speculativa. L’uso del termine |prassi| anziché ‘pratica’ o altri ha a che fare con origini filosofiche alle quali sono legato, può anche non piacervi, l’importante è che ne cogliate il significato. Il problema che ci poniamo ora è se il primato sia sull’etica o sulla prassi; quale venga prima; quale determini l’altra. Anche qui rifacendomi a tradizioni filosofiche non più recentissime, ma che attraversano significativamente sia l’idealismo che il marxismo (in Italia almeno), vorrei segnalare che pur in un rapporto composito e complesso il primato spetta all’etica. Sono i nostri princìpi e valori che modellano la nostra società (il modo di prendere decisioni, il modo di somministrare la giustizia, il modo di educare i figli…), e in base ad essi si agisce (si costruiscono modi concreti di decisione politica; si redigono Codici per somministrare operativamente la giustizia; si stilano programmi scolastici per le scuole…). L’etica è il pensiero che guida la prassi, anche se quest’ultima retroagisce in vari modi modificando l’orizzonte culturale e valoriale di una società.

Ritorno velocemente a Papa Francesco; la sua prassi appare a qualcuno straordinaria; il linguaggio che utilizza, i simboli che propone, le bacchettate a certa gerarchia ecclesiastica, le docce per i poveri… Sono la conseguenza di un’etica che in molti ammirano, e va bene così, ma un’occhiata più attenta a quell’etica (a quei princìpi, valori) mostra che non è cambiato un gran ché rispetto ai suoi predecessori. Non assistiamo a nessuna reale (operativa, fattiva, con delle conseguenze pratiche) concessione sulla sessualità e sul controllo delle nascite, per esempio, neppure di fronte alla bomba demografica africana e alla diffusione dell’AIDS in aree in cui solo il massiccio uso di preservativi potrebbe limitare malattia e morte. Non assistiamo a nessunissima concessione sui temi della vita e della morte, dall’aborto all’eutanasia. Assistiamo a contraddittorie dichiarazioni sugli omosessuali, che saranno pure fratelli ma, insomma… Qualcuno ritiene che il Papa sia frenato da ambienti conservatori; potrebbe essere così e questo evidentemente minerebbe l’iconografia ufficiale del Papa rivoluzionario.

In verità, Papa Francesco ha innovato poco sul piano dottrinale. I principi base della dottrina sociale della chiesa nella società ed economia moderne si sono aggiornati, ma non stravolti nei quasi 125 anni trascorsi dall’enciclica Rerum Novarum di Leone XIII (1891); […]. Bergoglio è teologicamente e politicamente un centrista che passa per un estremista per la testimonianza di vita che ha sempre dato e per averlo fatto in America Latina, continente più di altri soggetto a letture ideologiche contrapposte (sia ideologie politiche che religiose) (Massimo Faggioli, Un crocefisso falce e martello per Papa Francesco, “L’Huffington Post”, 9 Luglio 2015).

Vorrei ricordare brevemente al mio lettore che non sto giudicando il Papa secondo il mio metro. Non sto dicendo che “per essere bravo deve approvare l’aborto”. Il Papa approva quel che gli pare, la Chiesa fa quel che crede giusto; le persone a cui vanno bene tali scelte seguono la Chiesa e il Papa e coloro a cui non vanno bene fanno altre scelte. Non è questo il tema del presente articolo; il tema è che non si capisce l’entusiasmo di chi vede aperture straordinarie o profetiche da parte di un Papa che non sta cambiando il solco fondamentale dell’etica cattolica degli ultimi secoli ma semplicemente mostrando gesti e simboli circoscritti interessanti sotto certi profili (i diritti dei poveri, per esempio) ma coerenti con la dottrina sociale della Chiesa. Ci si può stupire che il richiamo a origini cristiane di umiltà e povertà appaiano solo ora e approvare che finalmente – meglio tardi che mai! – Bergoglio faccia sue queste radici; si può approvare una certa tolleranza verso temi sociali sensibili (come verso gli omosessuali, i divorziati) che solo la parte più stolida e ottusa del cattolicesimo si ostina a negare; si può osservare una qualche sottolineatura verso il mondo femminile che però non cambia di una virgola la concezione subalterna della donna nel cattolicesimo; tutto questo ci può far sperare in una maggiore comprensione e migliore convivenza fra laici e cattolici, ma la radice, la fonte dell’etica (e della conseguente prassi) non è cambiata, almeno non finora. Un’etica che include, in un disegno organico e coerente, sia la lotta alla povertà sia la difesa della vita, sia il contrasto di inattuali privilegi ecclesiastici sia la difesa della famiglia “naturale”, foss’anche con una cristiana tolleranza verso chi sbaglia e cade in peccato.

In conclusione posso capire una simpatia per la novità (eminentemente comunicativa) di Papa Francesco, e potrei capire anche un’alleanza fra forze politiche laiche o di sinistra e questo Papa, almeno su alcuni limitati terreni (come auspica Bertinotti, che però si spinge molto più avanti), ma non sono in grado di condividere questo abbraccio semplicistico e superficiale – a mio avviso – verso un Papa che non ha spostato di un millimetro la Chiesa del Novecento verso la società del terzo millennio e i suoi problemi nuovi e drammatici.