Chi (non “che cosa”) è il mercato?

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Un nostro cortese lettore ci pone – via Twitter – questa curiosa domanda:

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Chi è il mercato? A me sembra una domanda estremamente intelligente perché una risposta su cosa sia è di troppo facile e scontata risposta, facilmente rinvenibile ovunque. Chiedere ‘Chi’, significa traslare il tema da un contesto economico e tecnico ad uno sociologico e politico. Significa porsi il problema delle responsabilità, per esempio, ma più a monte indagare se ci siano davvero queste responsabilità, quanto siano dirette, quanto consapevoli.

Dovremmo forse partire da una definizione condivisa, visto che il termine |mercato| ha moltissime implicazioni (potete vedere QUI). Io credo però che la domanda del nostro lettore non fosse da riferire a una teoria economica classica, a una descrizione delle tipologie di mercato e via discorrendo; credo che con quel “chi è il mercato” si chiedesse qualcosa di questo genere: “chi è responsabile dei disastri visibili, delle ineguaglianze, delle crisi, che stanno sommergendoci in quest’epoca?”; “chi manovra i fili, e perché, e con quale obiettivo o guadagno?”. Intenderò quindi il ‘mercato’ del nostro lettore in un significato più ampio come ‘economia di mercato’, ovvero l’organizzazione economica di un paese fondata sulla proprietà privata, la libertà d’impresa e il libero scambio di beni e servizi. L’economia di mercato come organizzazione di un paese è un concetto grande quasi come quello del bosone di Higgs e altrettanto complicato. Ha a che fare con implicazioni sociali enormi (le ingiustizie e le disuguaglianze), con complicati rapporti fra nazioni (come nel recente caso della Cina che, pur nel WTO, si vede negata la classificazione di ‘economia di mercato’ per le conseguenze che ciò comporterebbe), col diverso ruolo assegnato allo Stato nelle prospettive liberista o socialdemocratica e così via. Tutti argomenti che abbandoniamo per restare concentrati sulla domanda del lettore.

Dietro questa domanda c’è una ricerca di responsabilità, di razionalità, di volontà. Ci sono poche possibili risposte:

  • il mercato (nel senso definito sopra) è semplicemente un concetto descrittivo, non è personalizzabile e quindi nessuno è il mercato;
  • il mercato è retto è governato, nei processi fondamentali globali, da pochi individui che possono prendere decisioni macroeconomiche, finanziarie, produttive e commerciali tali da influenzare pesantemente i destini di popolazioni e nazioni, almeno limitatamente ai beni e servizi oggetto del loro dominio;
  • il mercato è retto e governato da una platea ampia ed eterogenea di individui (produttori di beni e servizi, commercianti e intermediatori degli stessi, etc.) con poteri variabili e, in alcuni casi, abbastanza potenti per poter influire, semmai per breve tempo e limitatamente ad alcuni specifici beni e servizi, sui loro prezzi, la loro disponibilità e, conseguentemente, sulle possibilità di utenti e consumatori di usufruirne;
  • il mercato in senso stretto è qualcosa di prossimo al punto precedente ma occorre aggiungere anche i consumatori (ovvero, in ultima analisi, tutti i cittadini) approdando così a un livello prettamente socio-antropologico in cui |economia di mercato| finisce per essere uno stile di vita, un modello culturale, un sistema (non necessariamente coerente) di valori.

Qui voglio discutere sostanzialmente questa quarta opzione perché mi permette di introdurre elementi ai quali tengo molto, di necessaria consapevolezza, assunzione di responsabilità e, per i più combattivi, obiettivi di lotta – se lotta dovrà essere – non già contro chimere ma contro più scomode realtà. Io credo, in sostanza, e sull’onda della prospettiva che ho scelto di seguire, che tutti noi siamo il mercato. Tutti noi siamo mercato perché la pratica operativa di questo tipo di organizzazione è conseguenza di uno sviluppo storico (e quindi culturale) di cui noi e i nostri padri siamo stati artefici e, d’altro verso, questo tipo di assetto culturale (di cui è impregnato il mercato) ci condiziona e dirige nei termini concreti che viviamo operativamente e che è, fra le altre cose, ‘mercato’. Ciò di cui sto parlando è il complesso rapporto fra livello “macro” (la società, l’economia) e quello “micro” (i comportamenti delle persone e i loro valori). È chiaro che il primo condiziona il secondo, così come è vero che è nel secondo che germina il primo. Per non cadere in una specie di scioglilingua vi propongo un esempio classico proposto da James Coleman nel celebre Foundations of Social Theory (QUI un parziale pdf), molto pertinente col nostro discorso:

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La religione protestante (livello macro) agisce sui valori degli individui – questo dice la figura – inducendo specifici comportamenti economici (livello micro) che conducono a un’organizzazione economica capitalista (livello macro); il capitalismo quindi non è una conseguenza diretta della religione protestante (i riferimenti a Weber ve li risparmio) ma transita per i valori delle persone e i loro conseguenti comportamenti (fonte e ulteriori discussioni QUI).

Le conseguenze ai fini del nostro discorso sono chiare: il mercato (il capitalismo, il liberismo…) non è un’imposizione terza (Bilderberg, la massoneria finanziaria, Standard & Poor’s…) che come una specie di Spectre intende dominare il mondo e ci soggioga con cinica lucidità. Tutti i capitalisti, speculatori amorali, affaristi cinici e quanto di peggio la vostra fantasia possa evocare altro non sono che elementi funzionali a un’organizzazione economica e a una cultura dominante di cui siamo tutti più o meno partecipi. O quasi tutti, perché effettivamente c’è chi non condivide tali valori e li rifiuta in vari modi, ma si tratta di minoranze (per quanto interessanti) di cui ora non tratterò. Che ci sia condivisione di valori e funzionalità entro il macro-sistema non significa affatto che non ci siano disuguaglianze, frizioni, delusioni, frustrazioni, crisi, drammi e conflitti. Significa che quelle disuguaglianze, quei conflitti, sono interpretati alla luce della cultura dominante, e trattate di conseguenza. Per esempio la povertà – in contesti di economia cosiddetta “sociale” di mercato, in paesi a tradizione socialdemocratica, dove esiste un buon welfare – è certamente contrastata e i poveri sono sostenuti, sovvenzionati, avviati al lavoro se possibile e così via, in maniere e con obiettivi assolutamente compatibili col permanere di quelle logiche mercantili, capitaliste e liberiste che tale povertà ha prodotto. Nessun intervento caritativo privato o di tutela e inclusione pubblica mette in discussione il mercato, il capitalismo e il liberismo.

Questo vale, ancora una volta, a livello macro ma anche a livello individuale, micro. Quando all’uscita del supermercato dare una monetina all’africano che vi attende al varco non mettete assolutamente in discussione il vostro diritto di riempire il carrello di ogni ben di dio. L’eventuale carità è un modo sbrigativo per tacitare il senso di colpa comune nella società cristiana occidentale ma non è una critica alle cause della povertà e dell’emarginazione di quell’africano, probabilmente vittima di racket che riproducono – in forma malavitosa – forme di sfruttamento e di prepotenza che rispecchiano quelle del più bieco capitalismo delle origini.

Minoranze critiche a parte, formazioni politiche (anch’esse minoritarie) anticapitaliste a parte, la grande maggioranza della popolazione non solo occidentale vuole questo stile di vita, agogna a scalare socialmente il proprio ambiente, desidera il successo prevalentemente economico, ammira “chi ce la fa”, aspira a posizioni di dominio sugli altri ed è spesso disponibile ad azioni non propriamente cristalline per riuscirci.

Questa situazione, in quanto esito di processi storici, è destinata a mutare. In meglio o in peggio ma è certamente destinata a mutare. Proprio la dinamica micro-macro porterà gruppi di pressione ad affermare certi valori e mutare determinati comportamenti; ciò avrà conseguenze sulle modalità di gestire l’economia, la quale retroagirà sui valori individuali e così via. Questo sistema peraltro non è chiuso: il sistema economico interagisce con quello giuridico-normativo, con quello politico, con quello religioso e così via aumentando la complessità delle possibili direzioni evolutive assolutamente impredittibili. Quello che sarà non sapremo, e come singoli individui poco possiamo fare se non dare, ciascuno, il nostro micro-contributo all’affermarsi di determinati valori, al consolidarsi o meno di determinati comportamenti che forse, col tempo e in virtù di molteplici altri fattori determineranno l’evoluzione delle condizioni materiali delle nostre vite.

Postilla finale. Il tema è stato qui affrontato sotto un profilo esclusivamente sociologico (e limitatamente a ristretti ambiti sociologici, ché ce ne sono diversi altri). Proprio perché, come appena affermato, i sistemi che interagiscono col piano economico sono molteplici, segnalo che tutte le discipline sociali hanno costruito loro teorie sul rapporto fra i livelli individuale e collettivo, fra micro e macro, fra locale e globale (differenze rilevanti, non semplici sfumature). La psicologia, con la sua branca sociale, le sue specializzazioni sul lavoro, le comunità e molteplici altre; l’antropologia con interessanti riflessioni fra le quali spiccano quelle di Clifford Geertz; ovviamente l’economia. Sarà forse materia per altri post.

(In copertina: la piazza della borsa di Amsterdam a metà ‘600)

2 commenti

  • Sono d’accordo, tutti noi siamo il mercato. Anche la Cina fa parte del mercato globale per definizione. Il problema non è se lo stato possa intervenire o no. Il problema è che chiunque (stato, privato etc) ne abbia la possibilità, cresce, e, crescendo detta le sue regole: direttamente, come può fare lo stato, o indirettamente, come fanno le grandi imprese (vedi ad esempio il recente caso Apple).
    Come sa qualsiasi studente del primo anno, la c.d. concorrenza perfetta (=situazione ideale dove tutti sono in una condizione di libertà e parità) è, appunto, una situazione ideale che si verifica molto di rado ed è sempre destinata a diventare qualcosa d’altro.
    Quindi i “responsabili” dei disastri, ineguaglianze etc. siamo tutti noi. Non vorrei essere frainteso, ovviamente il presidente e a.d. di una grossa multinazionale ha molta più responsabilità dell’ultimo impiegato della stessa.
    Quando il risparmiatore entra in banca (esempio banale) deve essere ben conscio, secondo me, che è nella stessa situazione di un agnello che sta dividendo una preda con un leone.
    Anche qui vorrei sfatare un luogo comune: non siamo in un’epoca di “deregolamentazione”, anzi, sono state varate leggi, ci sono organi di controllo e di vigilanza (il problema è: formale o sostanziale?), i contratti (di consulenza, di compravendita etc) hanno visto aumentare gli articoli i commi e le pagine. Un esempio? Quando un a.d. progetta una fusione (che probabilmente avrà come conseguenza il licenziamento di un certo numero di dipendenti, quindi povertà e quindi disparità), non va allo sbaraglio, ci sono fior di studi legali che studiano tutti gli aspetti (=tutti gli aspetti che interessano i grossi azionisti e gli a.d.) in modo da poter essere il più possibile inattaccabili.

    Chiedo scusa per la lunghezza, ma l’argomento è complesso.

  • Spero sia il primo di una lunga serie di articoli sull’argomento che mi affascina ma che non conosco affatto e, sul quale, rischio di dire banalità. Mi verrebbe da qualificare “il mercato” come una sintesi di tanti interessi, di tante spinte valoriali, talora convergenti, talora meno, che trovano una sorta di equilibrio dinamico, modulato da scelte personali (quanto realmente libere?) e da scelte generali (Mercato unico europeo, TTIP, etc.). Da un punto di vista storico il “mercato” mi fa invece pensare ad un comportamento complesso dominante selezionato, quasi darwiniamente, dalle dinamiche della storia e penso si possa vedere come ci sia una direzione verso un mercato sempre più esteso e globale (bene? Male? Bho!). Da ignorante sul settore ci sono poi alcuni esempi che mi lasciano un po’ stupito: leggo spesso opinioni di economisti di fama internazionale che giudicano l’attuale incremento della disuguaglianza (intesa all’interno dei singoli paesi, OCSE e non) come un grip per una crescita più efficace, così come spesso rilevo critiche verso un sistema finanziario foriero di instabilità, e che invece dovrebbe, per favorire una miglior crescita, limitarsi ad una funzione di sostegno degli investimenti materiali rispetto alla moltiplicazione del denaro col denaro. Peró alla fine ho l’impressione che le cose vadano per conto loro e che nessuno abbia davvero il controllo degli eventi. É così? Il “mercato” fa scelte autolesioniste per se stesso, per la crescità? E se così, le istituzioni, gli stati, hanno la capacità di operare le giuste(?) correzioni?
    Forse sono uscito dal seminato, nel caso me ne scuso. Saluti e grazie.

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