La crescente egemonia militare cinese nel Pacifico

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In questi ultimi giorni la Cina ha compiuto ulteriori passi unilaterali per imporre la sua egemonia sulle isole Paracel e Spratly.

La cartina qui sopra vi mostra la complessità di rivendicazioni su questi piccoli arcipelaghi che coinvolgono cinque paesi oltre la Cina: Vietnam, Taiwan, Malesia, Brunei e Filippine.Una delle ragioni del contendere è il petrolio ma le mosse cinesi, basate sull’esibizione esplicita della forza militare non possono avere “semplicemente” questa ragione; l’irritazione americana, che ha sorvolato le isole con propri aerei e inviata una nave da guerra, le conseguenze sul piano internazionale (per esempio l’attuale freno a vedersi riconosciuta come “economia di mercato”), l’irrigidirsi delle relazioni con Taiwan e Giappone e svariate altre conseguenze non sembrano giustificare una semplice corsa al petrolio. Anche la forte opposizione cinese a un arbitrato presso la Corte dell’Aja, che dovrebbe cercare di dirimere la controversia, indica la strategia cinese che, a mio modo di vedere, non è solo volta alla supremazia territoriale su aree ricche di idrocarburi ma qualcosa di più.

Partiamo dal petrolio. Effettivamente la Cina è recentemente diventata la maggiore importatrice di petrolio al mondo ma la tortuosità e la vulnerabilità dei percorsi non rende tranquillo il governo cinese (fonte).

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La dipendenza estera di petrolio è aumentata di anno in anno raggiungendo, nel 2016, il 62%; ciò è dovuto all’aumento di automobili conseguenza della modernizzazione e della diffusione del benessere, l’avanzamento del processo di urbanizzazione e il rafforzamento delle riserve di emergenza in un periodo in cui il prezzo è particolarmente favorevole. Ma il rallentamento dell’economia del 2015 ha frenato anche il consumo energetico (-0,5% rispetto all’anno precedente. Fonte). Nello stesso periodo la conversione industriale nel Paese e l’uso sempre più massiccio di energie rinnovabili sta facendo velocemente diminuire il consumo di carbone (-30% importazioni. Fonte). Considerando la lungimiranza tipica dell’oligarchia cinese il problema energetico, per quanto rilevante ora, non sembra giustificare azioni con riflessi potenzialmente gravi nel medio-lungo periodo.

Inseguiamo quindi una pista diversa, quella dell’ambizione egemonica nell’area. I segnali sono molti, dalle esercitazioni congiunte con la Russia alla notevolissima spesa militare di entrambi questi Paesi.

La retorica cinese basata per decenni sul mantenimento di un basso profilo in politica internazionale, sta gradualmente lasciando spazio ad un approccio sempre più proattivo, sia nei rapporti con i principali attori dell’arena globale, sia verso i paesi confinanti e i paesi in via di sviluppo, accompagnato da un rinnovato interesse per la cooperazione multilaterale. (Martina Dominici, Quattro falsi miti sulle spese militari in Cina, “ISPI”, 6 Marzo 2015)

Perché questa corsa agli armamenti, perché assieme alla Russia e – domanda cruciale – eventualmente contro chi? Per l’affermazione egemonica militare nell’area (quella economica è ormai attestata) competono sostanzialmente Cina e Giappone. Quest’ultima ha aumentato notevolmente le spese militari, ma mentre la Cina ha stanziato un budget di circa 132 miliardi di dollari nel 2014, con un incremento del 12% rispetto all’anno precedente, il Paese del Sol Levante ha stanziato 42 miliardi (comunque un record assoluto) con un incremento del 2% (fonte). Il premier nipponico Shinzo Abe vorrebbe anche modificare la costituzione anti-militarista per affermarsi con più facilità come potenza locale. A fronte di ciò gli Stati Uniti, liberatisi di gravosi impegni in Iraq e Afghanistan, stanno a loro volta incrementando le spese militari volgendo lo sguardo allo scenario del Pacifico.

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La posta in palio, oltre al petrolio, è il controllo delle rotte commerciali (in un’epoca in cui il 90% delle merci viaggia per mare):

Oceano indiano, Mare cinese meridionale e Mare cinese orientale rappresentano le rotte più vitali del commercio mondiale. Otto dei dieci più importanti porti al mondo sono nella regione e da qui transitano i due terzi dei bastimenti di petrolio. Nel solo Mare cinese meridionale passa il 30% dei trasporti marittimi mondiali e si produce il 10% dell’intera produzione della pesca mondiale. (Alessandro Giberti, Perché la Cina costruisce isole artificiali nel Pacifico, vuole controllare le rotte commerciali e sfidare l’egemonia americana?, “Il Sole 24 Ore”, 23 Novembre 2015)

Petrolio, rotte commerciali e residui nazionalistici sono obiettivi abbastanza chiari entro un quadro più complesso di affermazione geopolitica. Affermazione che diventa urgente completare, almeno come basi che prefigurino una situazione di fatto, nei tempi dell’amministrazione Obama ritenuta “morbida” rispetto a eventuali minacce. La forza marittima militare combinata di Cina e Russia che, come abbiamo già accennato, hanno messo in scena un’impressionante esercitazione congiunta, ha reso chiaro agli Stati Uniti che la loro non è più la “flotta seconda a nessuno”; e l’espansionismo cinese in altre aree strategiche (per esempio il recente accordo con Gibuti per la prima base navale cinese all’estero, in questo caso di fronte alle strategiche rotte del Corno D’Africa) rende chiara la visione complessiva dei dirigenti cinesi, di cui ovviamente quella nel Pacifico costituisce il tassello fondamentale.

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Naturalmente la visibilità del disegno cinese, o probabilmente cino-russo almeno a livello tattico, rende attenti gli avversari; gli Stati Uniti stanno seriamente ragionando su come contrastare il possibile dominio marittimo cinese mentre pare che i giapponesi abbiano sviluppato un piano per distruggere (?) la marina cinese in caso di guerra; insomma, apparati militari sui carboni e tensione destinata a crescere. A questo punto molti fattori sono in gioco: chi governerà prossimamente negli Stati Uniti (la sola idea di un presidente repubblicano, casomai Trump, deve far tremare); quale posizione riuscirà a tenere l’Europa con la Russia, smettendo di andare a rimorchio della NATO e dando vie d’uscita a Putin, oppure continuando a restringere i suoi spazi occidentali gettandolo ancor più verso l’abbraccio con la Cina; la situazione mediorientale e il prezzo del petrolio (più si abbassa e più la Cina si avvantaggia mentre la Russia ne verrebbe penalizzata); il terrorismo internazionale (che potrebbe rafforzare l’alleanza cino-russa); eccetera. Le variabili sono numerose in una storia, comunque, che non sembra destinata a un lieto fine capace di accontentare tutti. L’indiscutibile forza cinese non ha alcun motivo di frenare la sua corsa egemonica; i competitori dell’area hanno poche speranze concrete di contrastarla, specie se sarà appoggiata dalla Russia. L’orgoglio nazionalista giapponese come potrà reagire al declino accelerato dagli storici nemici? E l’America? Uscita da decenni di disastrosi impegni mediorientali vorrà veramente misurarsi in un conflitto aperto nel Pacifico? E poi, contro la Cina che detiene la quota maggiore del suo debito pubblico? Con quali conseguenze nei mercati internazionali?

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Risorse:

One comment

  • Un detto russo, citato da Peter Hopkirk nel suo “Il Grande gioco”, recita “Gratta un russo, troverai un tartaro” (grattare nel senso di rimuovere la patina in superficie). E’ istruttivo notare che nonostante questa atavica diffidenza della Russia verso le orde del lontano oriente, vi sia una certa facilità di intesa con la Cina. Non saprei se sia inscrivibile nella missione imperiale della “seconda Costantinopoli” (indebolimento della concorrenza di USA e, perché no, UE), ma allo stesso tempo non saprei fino a che punto sia lungimirante come atteggiamento e sostenibile nel lungo periodo (in termini geografici, se non altro, lo scacchiere dell’Asia centrale sempre caro alla Russia dovrebbe contare anche la Cina come attore).
    Comunque, articolo molto completo.

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