Siete favorevoli alla pena di morte?

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Immaginate di essere oggetto di un’intervista in cui vi chiedono se siete favorevoli alla pena di morte. “Nooo”, risponderebbero scandalizzati moltissimi lettori del nostro blog. Ma l’intervistatore incalza e vi chiede, per esempio: “Neppure in casi di stragi terroristiche?”, “Neppure in caso di pedofili omicidi?”, “Neppure in caso di rapinatori rumeni entrati nottetempo nelle vostre case per rubarvi tutti i risparmi, sparare al cane, uccidere i vostri genitori dopo inenarrabili sevizie e stuprare le vostre sorelle?”. Oh, insomma! Sì, in questo caso forse sì… La pena di morte ci può apparire una barbarie in generale (non è detto, a molti non appare affatto una barbarie), ma se ci immedesimiamo in un caso specifico allora, forse, perché no? Perché non eliminare questa feccia crudele, immorale, predatrice, che sprezza la vita umana ed è disposta a uccidere crudelmente per pochi Euro?

Tutto questo per introdurre un argomento spinosissimo in cui non possiamo che aspettarci una forte diversità fra il sentire personale, specie di persona offesa, e l’agire collettivo; chi è stato colpito profondamente dal male, come la famiglia Varani, può anche invocare la pena di morte, e questo lo comprendiamo perché empaticamente possiamo identificarci con quel dolore, non già di fronte alla morte ma di fronte a quella morte, orrenda, gratuita. Ma parimenti comprendiamo come siamo contrari, in quanto comunità, in quanto società, a questa pena, e possiamo anzi nutrire dubbi sulla giustezza anche dell’ergastolo.

Poiché HR è però un blog analitico ci vogliamo chiedere con più puntualità e qualche argomentazione perché sia giusto essere contro la pena di morte e in quali eventuali casi, e con quale significato, potrebbe invece essere accettata questa pena. Cominciamo con alcuni fatti:

  • dal 1977 ad oggi i paesi che hanno abolito la pena di morte sono passati da 16 a 140 (due terzi del paesi del mondo);
  • nel 2014 si sono praticate pene capitali in 22 paesi;
  • sempre nel 2014 ci sono state 2.466 sentenze di morte nel mondo, il 28% in più rispetto all’anno precedente (fonte: Amnesty International).

Secondo Amnesty la pena di morte è sbagliata per questi motivi:

  • nega il diritto umano alla vita (come stabilito nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani);
  • è una pena irreversibile ma gli errori capitano e, per esempio, a 150 prigionieri americani del braccio della morte è stata rivista la sentenza sin dal 1973 mentre molti altri sono stati giustiziati malgrado il permanere di dubbi sulla loro colpevolezza;
  • questa pena non costituisce un deterrente alla violenza;
  • molti paesi, inclusi i tre che maggiormente usano questo genere di condanna (Cina, Iran, Iraq) hanno sistemi giudiziari poco trasparenti con l’uso di confessioni ottenuti con torture;
  • la pena di morte è discriminante perché i poveri o i membri di comunità emarginate (per esempio per ragioni razziali) hanno meno accesso a risorse legali adeguate;
  • la pena di morte è utilizzata in certi paesi come forma di eliminazione degli avversari politici (per esempio Iran e Sudan).

Ciascuno di questi punti meriterebbe ampia analisi e discussione ma credo che in fin dei conti uno solo meriti un vero approfondimento. I sostenitori di questa pena, infatti, potrebbero sostenere che in un sistema civile, democratico, fondato sul diritto, non pochi di questi elementi perderebbero di importanza e che gli eventuali errori giudiziari, ridotti comunque al minimo da un sistema giudiziario efficace, sarebbero il prezzo da pagare per garantire la deterrenza sulla violenza. Perché, onestamente, se la pena di morte non serve alla deterrenza ha un solo altro scopo, di cui parlerò più avanti.

Ebbene, c’è un ampio accordo fra gli addetti ai lavori sul fatto che la pena di morte non sia un deterrente per la criminalità (fonte: Death Penalty Information Center); occorre segnalare che in casi come questo non è possibile avere dati (che dovrebbero avere un’impossibile natura controfattuale) ma solo opinioni esperte (per esempio di criminologi, come nella fonte appena citata) o inferenze, come nell’osservazione del fatto che per esempio negli Stati Uniti gli stati senza pena di morte presentano un minore tasso di omicidi (fonte con dati: Death Penalty Information Center; si tratta solo di un’inferenza e non di una “dimostrazione” a causa dell’evidente diversità fra i diversi Stati: di legislazione, di popolazione, di economia…); e poi, siamo onesti, queste differenze non appaiono eccezionali.

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Se comunque può essere ragionevolmente difficile dimostrare che la pena di morte non sia un deterrente, parimenti non è possibile dimostrare il contrario: non si può cioè neppure dire che lo sia. E questo vale in generale, anche per altre sanzioni su altri reati (la recente approvazione del reato di omicidio stradale va esattamente in questo senso; vedremo fra qualche anno se sarà servita a diminuire gli incidenti mortali ma fin da ora accetto scommesse: no, non sarà servita).

La pena di morte ha quindi un solo significato, una sola ragion d’essere: la vendetta. Se al netto della sua inumanità, della possibilità di errori giudiziari, del suo essere discriminante e così via restava solo la deterrenza, e se anche su questo è lecito avere dei dubbi, perché mai uccidere il reo di un brutale delitto se non dare alle vittime la loro vendetta e alla società nel suo insieme la sua illusione eugenetica?

Sul tema della vendetta fa ovviamente velo la millenaria cultura cristiana del perdono, specie quella che pone al centro il Vangelo e la parola di Gesù (ché suo padre è sempre apparso più incline alla reazione vendicativa) ma siamo tutti sulla strada della secolarizzazione, no? e quindi molte persone potrebbero preferire una bella vendetta subito che un futuro premio ultraterreno alla loro pietà; direi che ognuno, qui, fa i conti con la propria coscienza e con le vicende che l’hanno portato verso una determinata scelta morale. Quel che passa nella testa, e nel cuore, e nella pancia, delle persone non può essere oggetto di politiche. È il livello collettivo quello che interessa; come società, come Paese, vorremmo davvero la pena di morte? Perché? Poco sopra ho già anticipato che – visti gli argomenti precedenti – l’unica spiegazione alla pena di morte per un sistema di giustizia – speculare alla sete di vendetta individuale – è una sorta di idea eugenetica: estirpare il male affinché non si diffonda; uccidere i cattivi perché non siano esempio, perché i geni del loro male non si riproducano. Non vedrei, onestamente, altri motivi. La vendetta è un sentimento personale, privato, di individui; lo Stato non ha anima, non ha pancia, perché dovrebbe “vendicarsi”? L’eugenetica persegue una purificazione della specie anche sotto il profilo psicologico e morale, perché non eliminare i mostri, i perversi, gli assassini? Un’idea interessante, no? Andrebbe però perfezionata: i genitori di questi mostri, colpevoli, almeno parzialmente, della loro mala educazione, non dovrebbero essere sanzionati? Gli eventuali fratelli e sorelle, ancorché incolpevoli, non andrebbero quanto meno sterilizzati in quanto potenziali bruti, frutto degli stessi lombi e dello stesso processo educativo? E non parliamo dei figli! E ai cugini cosa facciamo? E alla vecchia maestra elementare, incapace di raddrizzare quella pianta che cresceva evidentemente storta?

Insomma: posso capire il sentimento individuale di vendetta (che non vuol dire che lo faccia mio ma che è psicologicamente e sociologicamente comprensibile) mentre diventa abbastanza difficile accettare un ruolo collettivo e normato a tale eventuale vendetta. Ma questa breve riflessione non intende spezzare lance contro o a favore alcunché; l’intenzione è smascherare un’ipocrisia. Colpire chi ti ha colpito, uccidere chi ha ucciso un tuo familiare, è un sentimento antichissimo, una reazione con antiche tradizioni giuridiche ma deve avere il nome che ha: vendetta. Possiamo guardarci negli occhi e dirci che oltre certe misure, oltre certi orrori, la vendetta sia accettabile, se non propriamente “giusta”, e includerla nel nostro ordinamento giuridico (calpestando secoli di progressi verso una direzione diversa ma, per carità, possiamo decidere di cambiare). Ma assumiamoci questa responsabilità: vogliamo il loro sangue non perché “serva”, non perché sia un deterrente, non certo per la redenzione del criminale che diamo per inutile una volta per tutte; prendiamoci la responsabilità di premere un pochino anche noi – sia pure simbolicamente – il pulsante della fucilazione, dell’iniezione letale, della botola… Guardiamo negli occhi l’assassino mentre a nostra volta lo assassiniamo e accettiamo di convivere con quel ricordo. Se non si è disponibili a ciò non invochiamo ragioni inesistenti, non inventiamoci favole giustificatrici, non soffiamo sul fuoco delle paure: la pena di morte è un omicidio socialmente normato.

4 commenti

  • Sul tema della vendetta fa ovviamente velo la millenaria cultura cristiana del perdono, specie quella che pone al centro il Vangelo e la parola di Gesù (ché suo padre è sempre apparso più incline alla reazione vendicativa) ma siamo tutti sulla strada della secolarizzazione, no? e quindi molte persone potrebbero preferire una bella vendetta subito che un futuro premio ultraterreno alla loro pietà
    ***
    Proprio perché siamo sulla strada della secolarizzazione la pena di morte è un assurdo: se credo nell’aldilà in qualche modo con la pena di morte tolgo solo una parte della vita, quella terrena. Ma se non ci credo con la pena di morte tolgo tutto, visto che di là non c’è niente. Allora la conclusione è solo una: si nega il diritto umano alla vita.

  • manrico tropea

    Caro Claudio, sono d’accordo su tutto quanto hai scritto, e solo un po’ meno sulla personale e soggettiva posizione che ognuno può prendere a fine lettura.
    Senza dubbio, e gli argomenti li hai elencati e “inquisiti” perfettamente, lo Stato NON PUO’ (DEVE) utilizzare la pena di morte (peraltro non deterrente) come sanzione non essendo neppure utile alla collettività. La “pena” di morte è solo vendetta personale senza alcun valore sociale. Come tale soggetta a giusta sanzione dello Stato di Diritto. Chi la pratica lo fa a suo rischio e pericolo, ma (se non è attuata “per futili motivi”) non ha la mia esecrazione personale.
    Ciao

  • L’ha ribloggato su EVAPORATA®e ha commentato:
    Credo che riuscirei a uccidere qualcuno solo per salvare la mia vita, ma è molto difficile evitare sentimenti di vendetta di fronte a certi criminali spietati, sadici, crudeli e privi di qualunque forma di compassione.

  • L’ho tenuto per ultimo, questo post, prima di Pasqua. Perché ci ho pensato tante volte anch’io, pur digiuno come sono di giurisprudenza e di storia del diritto. Ammetto che all’eugenetica di stato, come argomento per la pena capitale, non avevo mai pensato, ma soffermandomi mi parrebbe cosa più da dittatura/teocrazia.
    Se qualcuno mi dimostrasse che la pena di morte serve come deterrente al delinquere ci farei un pensierino, prenderei perlomeno in considerazione la possibilità di attuarla. Se non serve, come sembra, allora é solo vendetta. Rimane il dolore di chi ama: se concedo loro la vendetta definitiva soffriranno meno? Ma allora perchè non anche la tortura? Non mi pare una strada perseguibile. Poi mi sono chiesto quante istanze convivono nella determinazione della pena: la reclusione per impedire il reitero, la rieducazione alla società civile, forse anche la necessità di tener conto del senso comune della giustizia (quest’ultimo aspetto mi pare sia stato determinante nella costituzione dell’omicidio stradale). 
    Non riesco a fare a meno di pensare che tra me e un efferato assassino ci siano in definitiva circostanze fuori controllo (geni, famiglia, incontri, sorte) ma mi rendo conto che, portato alle estreme conseguenze, questo pensiero porta alla deresponsabilizzazione più totale. 
    Immagino quindi non si possa in definitiva prescindere da una sorta di effetto educativo sottotraccia della eventualità della punizione, una necessità antropologica di stabilire una qualche forma di giustizia. Non so bene come spiegarlo ma ho il sentore che la pena di morte tracimi dall’altra parte.
    Buona Pasqua

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