Il mondo secolarizzato entra stretto nei vecchi schemi religiosi

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Libera Chiesa in libero Stato (Cavour)

Con ‘secolarizzazione’ i sociologi intendono l’abbandono progressivo delle pratiche religiose a favore di concezioni, valori e stili di vita laici o, quanto meno, non condizionati da dogmi; ciò implica una minore partecipazione alle funzioni religiose e una esplicita dichiarazione di estraneità, o quanto meno di non appartenenza, alla comunità dei fedeli oppure ad alcuni suoi momenti, riti, forme espressive. Trovate QUI un’approfondita analisi di Loredana Sciolla se il tema vi interessa. È evidente che si tratta di dinamiche e comportamenti collettivi (in genere si parla di società secolarizzata) frutto di miriadi di scelte di vita individuali, ciascuna col proprio percorso; e credo anche sufficientemente condiviso il fatto che la storia occidentale presenti un limpido percorso di secolarizzazione, dal Rinascimento in poi, con molteplici tappe fondamentali come l’Illuminismo, la rivoluzione francese, la sempre più massiccia capacità esplicativa della scienza, il disincanto dell’uomo moderno fra fine ‘800 e ‘900, la sovrastante complessità sociale e così via. Intendo dire che la secolarizzazione è una conseguenza storica dell’evolversi dei processi umani come (non tutti voi lettori sarete d’accordo) la religiosità è (stata) il prodotto storico di altre epoche. La stessa differente partecipazione religiosa in aree diverse del pianeta conforta questo punto di vista storicista.

Le indagini sulla secolarizzazione, oppure – al contrario – sull’appartenenza religiosa, sono notevolmente complicate da molteplici elementi che vi posso riassumere così:

  • la difficoltà a “fissare”, con una domanda non ambigua e comprensibile da tutti, cosa si intenda con ‘religiosità’; dovrebbe apparire chiaro anche a lettori non esperti di metodo della ricerca sociale che non si può semplicemente chiedere “Lei è religioso? Sì – No”, perché ciascun intervistato può interpretare ‘religioso’ in una miriade di sfumature differenti (dal fervente cattolico devozionista al tiepido credente con una vaga spiritualità);
  • la difficoltà a superare la nota diffidenza degli intervistati su temi cosiddetti intrusivi (politica, sessualità e, appunto, religiosità) dove ci può essere reticenza a rivelare comportamenti e atteggiamenti che si sospetta possano ricevere disapprovazione sociale.

Ciò non di meno – con i limiti sopra presentati – le indagini ci sono, anche di fonte autorevole, e mostrano ineluttabilmente che la secolarizzazione, fenomeno crescente in tutto l’Occidente, cresce fortemente anche in Italia.

L’annuale indagine Istat si limita a chiedere se si è frequentato un luogo di culto almeno una volta a settimana negli ultimi 12 mesi. Il senso della domanda riguarda qualcosa di più oggettivo e – ipoteticamente – più facilmente rilevabile (un comportamento) anziché un sentimento, una generica e soggettiva dichiarazione di appartenenza e così via.

Ecco la tabella riassuntiva generale:

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Essendo la domanda la medesima, rilevata con le stesse procedure, il trend – chiaramente calante – della frequenza alle funzioni religiose e quello – crescente – di chi dice “Mai” sono da considerare validi. Le “curve” sono significativamente ripide: il calo dei partecipanti e la crescita di chi ‘Mai’ frequenta le funzioni (non già saltuariamente, o raramente, ma proprio ‘Mai’) mutano di diversi decimali di punto ogni anno, che significa che in pochissimi decenni i cambiamenti diventano eclatanti. I dati Istat consentono varie letture per età, regione di appartenenza, professione etc. Una più che sufficiente lettura d’insieme la fornisce Raphaël Zanotti su La Stampa e qui non mi dilungo oltre salvo concludere questa prima parte con alcune considerazione conseguenti la lettura statistica dei dati:

  1. se eliminassimo i bambini, inclusi nella rilevazione Istat e per varie ragioni più esposti agli stimoli religiosi, la percentuale dei praticanti calerebbe vistosamente;
  2. poiché il fenomeno è noto e osservato e studiato da decenni, la prosecuzione di questo trend deve essere considerato assai più che probabile; vale a dire che fra dieci, vent’anni la secolarizzazione mostrerà cifre assai più notevoli e qualche decennio dopo è possibile ipotizzare una maggioranza della popolazione che in varie forme si dichiari non credente o, quanto meno, non praticante.

Vale la pena ricordare anche che per ragioni già accennate il dato Istat riguarda la frequenza alle funzioni religiose; nulla dice di quel 71% che nel 2015 non frequentava settimanalmente la messa; nulla dice sul reale senso di appartenenza di chi la frequenta saltuariamente, sulla spiritualità di chi frequenta o non frequenta, sull’eventuale agnosticismo o ateismo di quel 21,4% che a messa non va mai, e così via.

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Abbiamo comunque diversi altri indicatori di secolarizzazione:

  • calano le vocazioni sacerdotali in Occidente (fonte);
  • calano i matrimoni religiosi, superati da quelli civili al Nord e al Centro Italia (fonte Istat);
  • calano i battesimi, le comunioni e le cresime (fonte);
  • calano costantemente negli anni gli studenti che frequentano l’ora di insegnamento della religione (fonte);
  • eccetera.

Ebbene, questa società italiana in veloce processo di secolarizzazione vive un ambiente giuridico, amministrativo, istituzionale, in cui i rapporti fra Stato e Chiesa e, più in generale, fra società civile e religione, sono ingessati alla situazione di molti decenni addietro, quando era assolutamente “normale” avere i crocifissi nei luoghi pubblici, era additata per strada la donna convivente (peggio se aveva anche dei figli), sembrava ovvio che a scuola si insegnasse la religione cattolica e via discorrendo. Abbiamo miriadi di esempi per capire come ci sia una frattura sempre più ampia fra “regole” e sentire comune. Il Concordato, per esempio, aveva indubbiamente un senso nel 1929; assai meno nel 1984 quando fu sostituito dall’accordo di Villa Madama (Presidente del Consiglio Craxi, un socialista…); è da tale accordo che nascono l’8 per mille, la possibilità per la Chiesa di fondare istituti scolastici, l’ora di religione e diversi privilegi di cui gode la Chiesa. Nel 1984, però il mondo era straordinariamente diverso; per esempio gli stranieri in Italia (dati censimento Istat 1981) erano meno di 100.000; oggi sono oltre cinque milioni (fonte Istat) dei quali solo la metà cristiana (varie confessioni) e un quarto musulmana (fonte Istat 2015 su dati 2012); c’erano i blocchi contrapposti dell’Occidente contro i comunisti dell’Est, che bene o male contribuiva a creare paure e alimentare appartenenze oggi completamente annullate dalla storia; nel 1984 eravamo al di qua di quel decennio di mutamenti geopolitici, scientifici, tecnologici di una portata tale che probabilmente stentiamo a comprenderlo appieno (ne abbiamo parlato QUI).

Spero di avere trasmesso al lettore il senso di questa incongruenza: ci sono aspetti rilevanti della nostra vita che sono governati con regole, logiche e valori non dico preindustriali ma certamente lontani dall’essere contemporanei. Non si tratta di idee e valori diversi che convivono, ovviamente con pari dignità, nella nostra società, fatto normale e giusto; sto parlando di regole che una volta erano (quasi) universali e oggi sono di parte, ma che agiscono su ciascuno di noi comunque la pensi. Il Giubileo della Misericordia che il Vaticano ha, di fatto, imposto ai contribuenti italiani e alla pazienza dei romani ne è un esempio. Il finanziamento del clero con l’8 per mille è un altro esempio (vale poco l’argomento che si possono scegliere i valdesi etc. Il senso è che il clero è pagato con denaro pubblico, che è diverso da dire “col denaro dei fedeli che fanno libere elargizioni”). L’imposizione del crocifisso è un ulteriore esempio, potrà sembrarvi una sciocchezza e il tema è già stato ampiamente strumentalizzato. Il reato di blasfemia è un esempio ancora (ne ho trattato QUI).

E vorrei dire che il dibattito sulla legge Cirinnà ha mostrato come sappia consapevolmente e cinicamente far danno l’uso di concezioni cattoliche arretrate dentro tentativi di modernizzazione culturale e sociale del Paese, vale a dire come il pensiero cattolico sia dentro il palazzo del potere e del governo per condizionarne le decisioni.

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Risorse:

(In copertina: Craxi firma l’accordo di Villa Madama)

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