Stretta la banda, larga la via…

leafTutti sappiamo che l’Italia è in grave ritardo nell’adeguamento delle nostre reti di comunicazione ai requisiti di capacità e capillarità proposti dall’Agenda Digitale Europea, e che in generale la diffusione della rete fast broadband in Italia è ancora piuttosto limitata. Negli anni, si sono avvicendati diversi piani mirati a superare questo ritardo (anche se dovremmo chiederci se sia davvero questo il ritardo italiano nella digitalizzazione), e in questi giorni c’è stato l’annuncio di un piano, guidato da Enel e benedetto dal Governo, per la banda ultra-larga in 224 città a partire da Palermo, Napoli, Genova e Firenze. Grande assente da questo scenario, Tim/Telecom Italia.

Per commentare questo argomento dobbiamo inevitabilmente ripercorrere alcuni passaggi della lunga telenovela che potrebbe essere dedicata all’Agenda Digitale italiana; senza risalire agli anni Novanta, quando Telecom Italia aveva avviato il progetto Socrate per il cablaggio in fibra ottica di larga parte del nostro territorio, mi limiterei a ricordare che l’Italia, aderendo al Programma 2020 dell’EU, s’è data (o si sarebbe data) l’obiettivo di garantire al 100% della popolazione l’accesso a Internet ad almeno 30 Mbit/s e al 50% della popolazione l’accesso a una velocità di 100 Mbit/s.

Rispetto a questi obiettivi, l’Italia, come dicevamo, è ampiamente in ritardo. Secondo il sito dell’Agenda Digitale Europea, l’Italia è al 27° posto (su 28…) per quanto riguarda la connettività a banda larga, in particolare per quanto riguarda gli utilizzatori di servizi a banda ultralarga, che sono solo il 5,4% delle famiglie italiane contro una media europea del 30%. Insomma, il 2020 sembra davvero molto lontano, ed è francamente intollerabile che l’Italia si sia abituata a fare da fanalino di coda non solo rispetto alle grandi nazioni europee, ma anche a quelle di più recente ingresso nell’UE.

Per inciso, l’arretratezza digitale del nostro Paese non è semplicemente una questione di inadeguata connettività. Se gli utenti dei servizi a banda ultralarga sono così pochi, non è solo perché la rete non è all’altezza: il principale problema è culturale, come possiamo vedere se dai parametri di connettività allarghiamo lo sguardo anche sulle altre dimensioni dell’Agenda Digitale Europea. Qui sotto, infatti, possiamo vedere il “punteggio” complessivo dell’Italia rispetto ai parametri del Digital Economy and Society Index, confrontato con quello medio europeo (in rosso):

Posizionamento digitale dell'Italia - Fonte: DESI 2016

Posizionamento digitale dell’Italia – Fonte: DESI 2016

Come si vede, siamo molto indietro non solo nella connettività, ma anche nel “capitale umano” (in pratica, la diffusione delle competenze digitali e tecnologiche) e nell’uso effettivo di Internet. Mi sembra chiaro che anche se disponessimo delle connessioni più veloci del mondo non riusciremmo comunque a trarne un gran beneficio, almeno finché i servizi basati su Internet non diventassero il pane quotidiano della maggioranza degli italiani. Sui diversi fattori che condizionano la trasformazione digitale dell’Italia e sull’efficacia dell’azione pubblica in merito abbiamo pubblicato qui  un eccellente post di SignorSpok, ed eviterei quindi di ritornare sull’argomento.

Quindi, torniamo al più ristretto tema della connettività a banda larga, che pur senza essere l’unico risolutivo è certamente rilevante almeno a medio-lungo termine. Come sappiamo, l’Italia ha una geografia piuttosto tormentata, e coprire il 100% del territorio con la banda ultralarga richiede investimenti importanti, che sono difficili da affrontare per i soggetti privati e per i quali più volte si è parlato di contributi pubblici che però, anche a causa dello stato delle finanze statali, non si sono mai concretizzati in un impulso decisivo. D’altra parte, se guardiamo alla situazione dei “nostri” operatori di telecomunicazioni, possiamo osservare che:

  • Tim/Telecom Italia, l’operatore dominante sul settore della rete fissa, è anche l’operatore che ha il maggior interesse nel valorizzare i suoi asset, e anche quindi a proteggere il valore della tradizionale rete in doppino di rame. Il controllo di Telecom Italia, va detto, è attualmente nelle mani della società francese Vivendi, che detiene un pacchetto di circa il 25%;
  • Wind, che è il secondo operatore di telefonia fissa  e il terzo di telefonia mobile in Italia, è controllata dalla russa VinpelCom, e, a causa di una situazione debitoria piuttosto pesante, ha da anni ridotto al minimo gli investimenti e ha approvato una fusione con Tre Italia, operatore di sola telefonia mobile che è a sua volta controllata da Hutchinson Whampoa, una società cinese di Hong Kong;
  • Vodafone Italia, controllata italiana del Gruppo Vodafone con sede nel Regno Unito, in Italia è la seconda società di telefonia mobile e la quarta di telefonia fissa. L’Italia per Vodafone è stata un paese di grande importanza, ma ora nel business globale di Vodafone il peso dell’Italia è molto diminuito, anche a causa della stagnazione economica dell’Europa in generale e dell’Italia in particolare;
  • Infine, parlando di banda larga e investimenti nelle reti in fibra ottica, non si può dimenticare Fastweb, che dopo aver puntato per prima sulla rete in fibra è tuttora un operatore importante ed è controllata dal gruppo svizzero Swisscom.

Insomma, dobbiamo innanzitutto prendere atto che oggi non esiste una società italiana di telecomunicazioni. Che piaccia o no, quindi, i nostri operatori di telecomunicazioni non hanno molti motivi strategici o “politici” per investire pesantemente nelle infrastrutture per la banda ultralarga, specie là dove questi investimenti più difficilmente hanno un ritorno a breve termine, ossia nelle cosiddette zone “a fallimento di mercato”. L’unico operatore che sta davvero perseguendo un piano autonomo per la banda larga è Telecom Italia, che nel suo ultimo Piano Industriale ha previsto un’accelerazione degli investimenti sulle nuove reti con l’obiettivo di portare la fibra ottica all’84% della popolazione; Telecom Italia, però, ovviamente persegue obiettivi propri, e Vivendi è impegnata su molti fronti anche in Italia, dove ha appena stretto un accordo con Mediaset acquistando tra l’altro la pay-TV Mediaset Premium.

Il governo quindi, di fronte alla prospettiva di far dipendere in toto il futuro delle nostre infrastrutture di telecomunicazioni dalle (mutevoli) strategie di un operatore controllato da un soggetto francese poco “addomesticabile”, ha evidentemente deciso di “sparigliare” la partita e di puntare su Enel, uno dei pochissimi attori industriali di peso in cui lo Stato abbia ancora una partecipazione di controllo (il 25%). L’iniziativa di Enel ovviamente è stata accolta con favore dai concorrenti di Telecom Italia, in particolare Vodafone e Wind che hanno già siglato un accordo con Enel per l’utilizzo della rete che quest’ultima realizzerà.

Insomma, cosa dobbiamo pensare di questo ennesimo capitolo della telenovela della banda larga italiana? Da un lato, non mi entusiasma il fatto che il Governo, attraverso un operatore a capitale pubblico, entri pesantemente in gioco in un mercato competitivo come quello delle telecomunicazioni, dove aziende private fanno importanti investimenti. Inoltre, è tutto da dimostrare che l’Enel abbia le competenze per gestire un’infrastruttura cruciale come quella della banda larga, visto che il suo core business è quello energetico (ricordiamo tra l’altro che a suo tempo Wind era di proprietà dell’Enel, che poi nel 2005 la cedette all’egiziano Sawiris).
Dall’altra parte, io non credo che per un Paese come il nostro sia accettabile che un’infrastruttura strategica (anzi, forse l’infrastruttura più strategica in assoluto in prospettiva futura) sia affidata esclusivamente alla strategia industriale di un’azienda a capitale straniero. Nonostante le regole per la tutela dell’equa concorrenza in Europa, è innegabile che i principali Paesi europei perseguano comunque delle politiche più o meno apertamente in difesa delle aziende nazionali nei settori strategici; da questo punto di vista, l’Italia come sappiamo ha invece disperso degli enormi patrimoni industriali, in particolare nel settore delle telecomunicazioni. L’iniziativa dell’Enel potrebbe essere l’ultimo tentativo di imporre una strategia nazionale in questo settore, con tutte le incognite che può suggerire la storia italiana dell’ingerenza politica nella politica industriale. Staremo a vedere.

One comment

  • Parlare di piani per la banda ultra larga è purtroppo fuorviante, specie se sono in gioco investimenti statali. Sarebbe infatti interesse dello Stato garantire prima una connettività a tutti i cittadini almeno di class “ADSL like”, che sarebbe più che sufficiente per accedere ai servizi digitali dello Stato (e a praticamente tutta internet). La banda ultra larga serve invece alla diffusione di servizi a pagamento di terze parti, come la tv a pagamento e, pur essendo comoda, dovrebbe essere lasciata in prima battuta agli investimenti dei privati, qualora ne ravvisassero i margini. Facendo così invece quello che si ottiene è ampliare il gap del c.d. “digital divide”, ed offrire scuse a chi si oppone alla digitalizzazione dei processi dello Stato (oltre che ovviamente incrementarne a dismisura i costi, causa la presenza di cittadini che non hanno accesso a internet)

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