Dopo i cervelli, la fuga dei vecchierelli

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A quanto pare in Italia non dovremmo preoccuparci soverchiamente per il fenomeno dell’immigrazione essendo in realtà in atto un nuovo fenomeno opposto e contrario di emigrazione (oltre a quello dei “cervelli”). Questo però non è quello alimentato da rifugiati politici che sfuggirebbero alla “gestione autoritaria e dittatoriale” in atto da parte di Renzi. Se così fosse non potremmo che rallegrarci dell’indubitabile miglioramento della razza garantito, nel tempo, al nostro Paese, ma purtroppo così non è, trattandosi di “migranti economici”. Non in cerca di lavoro però, del quale non hanno alcun desiderio o rimpianto, secondo i casi, ma, sempre secondo i casi, in cerca di benessere, miglior benessere o maggior lusso.

Tutto legittimo? Non sempre e, anche quando risulta legittimo, non proprio edificante dal punto di vista civico (e, ma solo secondo i miei personali canoni, morale).

Recentemente l’INPS ha scoperto più di 700 persone che godevano illegittimamente di pensione sociale. L’illecito consiste (in attesa di ulteriori verifiche sulla effettiva presenza dei requisiti economici di base) nell’aver continuato a incassare in Italia le somme erogate da INPS pur avendo trasferito la residenza all’estero. La motivazione sembra paradossale poiché, risiedendo all’estero, queste persone non usufruirebbero dei servizi pubblici del nostro Paese, ma trattandosi di assegni assistenziali, quindi gravanti interamente sulla collettività, ne hanno diritto solo se e in quanto residenti in Italia (anche ufficialmente).

Considerato che si parla di circa 440 euro al mese, che pertanto sarebbero comunque esenti da tassazione, non sussiste neppure un ipotetico reato di evasione fiscale ma, nel caso specifico, di truffa ai danni dello Stato.

Questo è comunque (almeno si suppone) un fenomeno palesemente limitato nell’ambito delle tante truffe ai danni dello Stato. Diverso è il caso dei numerosi pensionati che ormai a frotte (esclusi i pensionati pubblici cui non è consentito) si recano in Tunisia, Romania, Bulgaria, Portogallo e Canarie eleggendo ivi residenza non solo per il minor costo della vita ma anche per l’assenza o ridotta misura di tassazione delle pensioni. Al 2015 il loro numero superava le 5000 unità ma l’incremento del fenomeno è esponenziale.

La motivazione ufficiale e ripetuta è quella del costo della vita inferiore mediamente del 30/40% che si somma ai vantaggi fiscali. Anche su importi modesti questo incide: Una pensione lorda di 1000 euro mensili consente in sostanza un tenore di vita dei “nostri”1400/1500 (netti) e, pare, una vita più allegra e serena.

La differenza importante con i 700 dell’assegno assistenziale è che nel caso dei pensionati le persone ne usufruiscono legittimamente anche se non sono di condizioni socioeconomiche “umili” ma anche “modeste” e talvolta “molto benestanti”;

Il pensionato che risiede all’estero può chiedere all’INPS l’applicazione delle Convenzioni per evitare le doppie imposizioni fiscali in vigore, al fine di ottenere, nei casi espressamente previsti, la detassazione della pensione italiana (con tassazione esclusiva nel Paese di residenza), oppure l’applicazione del trattamento fiscale più favorevole ivi indicato (es. imposizione fiscale in Italia solo in caso di superamento di determinate soglie di esenzione) (fonte).

I dati del fenomeno sono di facile e libera conoscenza poiché esso è stato oggetto di ampi servizi soprattutto televisivi, pertanto non è necessario dilungarsi con dissertazioni su quanto costa la baghetta o la pizza o le banane e neppure la villa con piscina. In ogni caso le differenze sono consistenti (anche oltre il 30%) e l’affitto di un appartamento di 4 locali in ottima posizione e ben rifinito non supera di norma i 300/400 euro.

Non tutte queste migrazioni in Paesi europei o limitrofi però hanno le stesse caratteristiche e meritano le stesse considerazioni. Pare, per esempio, che il fenomeno abbia portato a Lisbona e dintorni circa 50.000 europei e non solo italiani. Come sempre avviene, su questi fenomeni si innestano delle operazioni speculative. Così da fenomeno iniziale di scelta personale poi condivisa tramite passaparola si è tramutato in fenomeno organizzato. Soggetto anche, a quanto pare, ad accanita concorrenza.

Che razza di miele attrae tante inoperose api in Portogallo?

Intanto il costo della vita è nettamente inferiore al nostro, sia per l’oggettiva minore disponibilità economica del popolo portoghese alle prese con una crisi endemica sia per la concessione di applicare una IVA standard del 7% (che, argomento solleticante per lo spirito italico, sale solo al 13,5% per i prodotti di lusso), sia per la detassazione totale (la Tunisia applica invece una tassazione moderata sul 20% dell’importo lordo) per 10 anni della pensione al solo patto (che praticamente pochi osservano) di “residenza non abituale per almeno 183 gg all’anno” (per via dei bisestili).

E’ evidente che queste condizioni di enorme favore stanno, da circa un anno, inducendo molte persone a trasferirsi in Portogallo. Solo poche però in modo realmente totale e definitivo, anche perché i vantaggi di riduzione di aliquote IVA non potranno essere mantenute e in UE si sta già perdendo la pazienza. Molte invece sono quelle che, pur decantandoti le bellezze naturali del Portogallo (l’Italia è notoriamente un Paese che ne è privo) più materialisticamente decidono il trasferimento formale per trascorrere colà un paio di mesi di conveniente vacanza e rimanere per il resto del tempo frequentatori del Bel Paese, sdegnosamente abbandonato per finta, subendone un poco gli alti prezzi ma godendo di una lauta pensione al lordo anziché al netto.

Ci sono dunque pensionati che hanno scoperto un modo, legittimo, di rendere la propria pensione strumento economico di una vita più decorosa, anziché di mera sopravvivenza. Per questi “migranti economici” (magari abituati ad inveire contro Ivoriani e Senegalesi) penso che siano fatti loro e che buon pro gli faccia, ma per gli altri, non mossi da necessità ma da ingordigia, avrei alcune considerazioni da fare e in particolare una riflessione non solo morale ma di ordine fiscale sulla (per ora) legittimità della non tassazione, neppure parziale, in Italia.

Come è noto, l’ammontare della pensione è (o avrebbe dovuto essere) costituito dal versamento di contributi che, in base alle norme definite, formerà gli importi da erogare a partire da una determinata data. I contributi però costituiscono un reddito seppure a godimento posticipato e pertanto questa quota di reddito non percepito ma accantonato a fini previdenziali sarebbe soggetta alla normale tassazione, che non subisce invece (anzi, gode di una detrazione d’imposta) per i fini per i quali viene accantonato.

E però è poi normale che il reddito non tassato (ad aliquota maggiore) all’epoca in cui è stato prodotto divenga tassabile nel momento in cui il suo accantonamento inizia a fruttare un reddito realmente percepito, comunque si voglia chiamare. E dunque è “giusto” che le pensioni siano tassate.

Nel caso che abbiamo visto invece si tratta, a mio modo di vedere la realtà delle cose, di un caso di elusione/evasione fiscale de facto ma non de iure in quanto consentita dallo Stato, che tuttavia ne subisce un danno certo in termini sia fiscali sia di minori consumi interni.

Perché non sempre ciò che è legittimo è giusto e non sempre ciò che è giusto è legittimo.

Manrico Tropea
Calabrese nato a Milano; mi vanto di aver preso le caratteristiche
migliori da entrambe le circostanze!

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