Sull’apertura domenicale dei negozi

ARCHIVIO NEGOZI APERTI ANCHE DOMENICA PRIMO MAGGIO - FOTO /NEWPRESS -  0000-00-00 ARCHIVIO NEGOZI APERTI ANCHE DOMENICA PRIMO MAGGIO - FOTO /NEWPRESS NEGOZI APERTI DOMENICA PRIMO MAGGIO  - fotografo: NEWPRESS / NEWPRESS

Ogni tanto torna la polemichetta sui negozi aperti la domenica, o durante altre festività. Una recente foto di Gianni Morandi su Facebook al supermercato di domenica ha scatenato un flame indignato che mi ha fatto pensare. Le obiezioni riguardano il piccolo commercio che non si può permettere queste aperture soccombendo ai più potenti supermercati, e i poveri lavoratori spremuti come limoni anche nel giorno dedicato al riposo e alla famiglia. Si tratta di due problemi diversi. Il piccolo commercio, almeno quello non qualificato in qualche modo, si va ridimensionando fortemente da numerosi anni, non certo solo per questa ragione: carico fiscale, crisi economica, nuovi modelli di consumo e, certamente, l’offerta dei grandi supermarket e centri commerciali, hanno da tempo segnato il destino delle bottegucce inevitabilmente con minor scelta e prezzi più alti e con una densità eccessiva rispetto alle medie europee. Uno studio Istat riferito al decennio 1991-2001 evidenziava già chiaramente questo fenomeno, mentre dati Confcommercio 2014 mostrano un calo del 2,5% dei piccoli esercizi fra il 2007 e il 2013, a fronte dell’aumento dei grandi esercizi, del commercio on line e altre forme di distribuzione; è interessante notare che è grazie a queste forme più moderne se il computo complessivo del numero di esercizi è in aumento, malgrado la riduzione dei piccoli dettaglianti. In ogni caso è evidente che il trend è di lunga data e non conseguente il famoso/famigerato art. 31 del decreto “Salva Italia” di Monti, del 2011.

Il tema dei lavoratori sfruttati fa naturalmente presa in diversi ambienti politici e sindacali, ignorando che esiste sempre un accordo sindacale che prevede turni di riposo, incentivi economici ai lavoratori nonché sostituzioni con personale aggiuntivo. Il lavoratore “costretto” a fare il turno domenicale ha certamente un disagio, ma tale disagio viene compensato in altri modi secondo modalità che non hanno a che fare col bieco sfruttamento padronale ma con modalità negoziate, legali e trasparenti e garantite dal sindacato. Ciò non impedisce affatto che non sia una seccatura, un disagio al quale volentieri ci si sottrarrebbe, ma chi lamenta questa ingiustizia mostra una visione particolarmente ristretta, sull’onda di quei presunti “diritti acquisiti” che in Italia bloccano ogni spazio di crescita. In particolare questa visione ristretta ignora l’enorme quantità di lavoratori che sono da sempre abituati a sacrificare domeniche e feste per la peculiarità delle loro professioni: agricoltori; sanitari (tutti, dai medici ai portantini); forze di polizia, militari, pompieri, vigilanti privati etc.; addetti allo spettacolo (gestori e lavoratori di cinema, teatri, locali di intrattenimento…); una bella fetta di liberi professionisti; addetti ai trasporti (dagli autisti di autobus agli addetti al carico bagagli in aeroporto); operatori di radio e tv; giornalisti; albergatori e addetti al turismo e alla ristorazione; custodi… In molti impianti metalmeccanici, fonderie, centrali termiche etc., che non possono interrompere i cicli di produzione, gli operai fanno turni su 24 ore da decenni senza che nessuno si sia impietosito in modo particolare…

Bisognerebbe chiedersi allora perché tanto chiasso: all’estero è una prassi abbastanza diffusa, in Italia chi vuole può farlo e – avendo un costo per l’esercente – è evidente che c’è risposta dai consumatori. In ogni caso è un di più, no? L’apertura di spazi, l’ampliamento degli orari, l’articolazione dell’offerta è in generale più comoda dell’esatto contrario. Tutti i discorsi sul commercio di prossimità, sul contributo alla coesione sociale delle piccole botteghe, sugli elementi identitari, e culturali, e storici, dei piccoli centri, sono tutti discorsi giusti sotto un astratto profilo a-storico; in un mondo fermo agli anni ’50 tutto questo è bello: i ritmi di vita sono lenti, le mogli fanno le casalinghe, alla bottega si va con la sporta e la sera, dopo Carosello, i bambini vanno a letto. Ma il mondo è andato avanti, e l’espansione riguarda i tempi, oltre che gli spazi. A difendere la chiusura domenicale è rimasta la Chiesa che difende un (vecchio) modello di famiglia che santifica le feste e i sindacati che difendono i (vecchi) schemi di lavoro centrati quanto più possibile sulle esigenze dei lavoratori. A favore, invece, associazioni dei consumatori e una maggioranza di cittadini.

Non sarebbe valsa la pena di scrivere questo post se non fosse per un’indicazione più generale che astrae dal commercio al dettaglio. Probabilmente la stragrande maggioranza degli italiani vuole il cambiamento, ma una risicata minoranza è disponibile a cambiare. Tutti vorremmo l’autobus sotto casa, l’ospedale due isolati più in là, il centro commerciale a due passi e sempre aperto, un parcheggio sempre disponibile e un grande parco di contorno, possibilmente senza bambini rumorosi. Ma pochi sono disponibili a guidare quell’autobus in orari scomodi, lavorare di domenica, rinunciare all’automobile per i brevi tragitti e via discorrendo. Insomma, in Italia son tutti riformisti per quanto riguarda il riformare gli altri, ma in quanto a riformare se stessi siamo tutti estremamente prudenti.

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