Questione palestinese: le colpe di Israele, dell’Autorità Palestinese e degli Stati Uniti

Premetto che non solo sono amico di ebrei ma sento affetto e rispetto per gli israeliani come popolo e per gli intellettuali che in Israele si battono per una soluzione giusta dell’infinito conflitto coi palestinesi. Non ho nessun problema religioso e tanto meno “razziale” con gli ebrei che hanno donato intellettuali fecondi che tanto hanno dato al pensiero dell’Occidente. Ma non sono sionista. Non credo nel popolo prediletto da dio, non penso che abbiano una qualunque missione storica o ultraterrena e non apprezzo in alcun modo l’attuale governo. Saper distinguere un popolo dal suo governo, un popolo dalle colpe di alcuni suoi rappresentanti, è la base per qualunque giudizio sereno, non xenofobo, non inficiato da pregiudizi idioti. Se qualcuno quindi è dell’idea che “gli ebrei” abbiano delle colpe nell’infinito conflitto coi palestinesi, sappia che gli italiani sono mafiosi, i tedeschi nazisti, i rumeni ladri e che i negri hanno la musica nel sangue. E vada a leggere qualche altro blog. Ciò premesso, non se ne può più della situazione israelo-palestinese, grave infezione mediorientale che produce radicalismo, i cui principali responsabili (gravemente responsabili) sono i governi israeliani (in modi diversi), le autorità palestinesi e il governo americano.

Partiamo da Israele, che porta sulle spalle la colpa maggiore in quanto parte in causa che trae i maggiori profitti dal conflitto. Sgomberiamo immediatamente il terreno da pretese che affondano le radici nelle parole di dio che li ha nominati suoi prediletti o nella storia di duemila anni fa dove convivevano, pacificamente, ebrei e palestinesi. La storia della nascita, nella prima metà del Novecento, dello stato di Israele, non ha a che fare con romantici miti hollywoodiani del ritorno all’avita patria (stile Exodus, per capirsi) ma con la rozza ingegneria geopolitica di cui fu artefice specialmente la Gran Bretagna che, dopo il crollo dell’impero ottomano, ridisegnò tutto il Medio Oriente con conseguenze che scontiamo tutt’ora. Se siete interessati ho raccontato in dettaglio questa storia in QUESTO post. Questa colpa originale a chi la vogliamo attribuire? Diciamo all’Occidente imperialista al tramonto nei primi decenni del ‘900; non possiamo dare colpe a quegli ebrei che vagheggiavano una loro patria sicura, dopo i lager nazisti e con l’arrivo dei gulag sovietici; all’inizio anche loro erano favorevoli ai due stati (risoluzione ONU del ’47) e la proposta fu osteggiata da palestinesi e altre popolazioni confinanti che scatenarono non poche guerre contro il debole e neonato Israele che, com’è noto, seppe reagire pesantemente.

Tutto si complica con la progressiva occupazione dei territori palestinesi da parte di ebrei ortodossi, complici i vari governi, che considerano tutto il territorio un dono fatto loro da dio stesso. La progressione di questa occupazione è nota:

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L’occupazione è continua, anno dopo anno. In violazione di molteplici risoluzioni Onu, della quarta Convenzione di Ginevra, dello Statuto di Roma, della Corte Penale Internazionale, della Convenzione dell’Aja e via discorrendo, incluso il biasimo ipocrita di molteplici nazioni, Stati Uniti inclusi. Com’è stato allora possibile continuare in questo modo? Innanzitutto l’occupazione delle terre palestinesi è altamente profittevole per il business israeliano e di stranieri. Come descrive dettagliatamente il rapporto Occupation, Inc. How Settlement Businessis Contribute to Israel’s Violations of Palestinian Rights

‪Israeli and international businesses have helped to build, finance, service, and market settlement communities. In many cases, businesses are “settlers” themselves, drawn to settlements in part by low rents, favorable tax rates, government subsidies, and access to cheap Palestinian labor.‪‪‪ In fact, the physical footprint of Israeli business activity in the West Bank is larger than that of residential settlements. In addition to commercial centers inside of settlements, there are approximately 20 Israeli-administered industrial zones in the West Bank covering about 1,365 hectares, and Israeli settlers oversee the cultivation of 9,300 hectares of agricultural land. In comparison, the built-up area of residential settlements covers 6,000 hectares (although their municipal borders encompass a much larger area).‬

L’ortodossia cieca di molti ebrei è la linfa del peggiore sionismo, e assieme questi due fattori (religione ottusa e politica fanatica) finiscono col favorire il più disgustoso capitalismo che approfitta di una situazione drammatica ma altamente remunerativa. Se volete conoscere gli importantissimi brand internazionali che si fanno artefici di gravi ingiustizie, apartheid, povertà e guerra (più o meno dichiarata) continua, potete dare un’occhiata QUI. Naturalmente, e specularmente, l’economia palestinese è fortemente penalizzata (fonte) contribuendo al divario economico-sociale fra i due popoli.

Si potrebbero aggiungere molte pagine alla descrizione di questa ingiustizia, ma il concetto è chiaro e le fonti informative molteplici (alcune le proponiamo a fine articolo). Ma è ora di occuparci delle colpe di altri contendenti.

Se le colpe israeliane sono piuttosto chiare, quelle palestinesi tendono a essere sottaciute. Ne possiamo trattare solo distinguendo, anche qui, un popolo vittima da una classe dirigente ampiamente colpevole dell’attuale situazione. Un recente rapporto ONU identifica tre principali minacce alla pace nell’area; oltre all’occupazione delle terre da parte degli israeliani il rapporto menziona la glorificazione della violenza e del terrorismo e la mancanza di controllo su Gaza da parte dell’Autorità Palestinese. La violenza è un elemento centrale:

Continuing violence, terrorist attacks against civilians, and incitement to violence are greatly exacerbating mistrust and are fundamentally incompatible with a peaceful resolution.

La violenza deve essere intesa di entrambe le parti, con un processo ininterrotto di atti, reazioni, contro-reazioni, vendette di cui non è più riconoscibile un esatto inizio, un chiaro responsabile originario. Certo, la violenza palestinese può apparire superficialmente più giustificabile, ma essa alimenta la paura israeliana e la richiesta di protezione anche da parte di moderati potenzialmente favorevoli a soluzioni pacifiche. Mentre la carenza di capacità dell’Autorità Palestinese (specialmente a Gaza, ma non solo) fa mancare l’interlocutore forte e carismatico capace di perseguire un processo di pace ormai visto con ostilità da entrambi i lati del fronte. In questo senso grandi responsabilità ha avute Arafat che, Nobel a parte, è stato un grande sabotatore dei processi di pace possibili, e a un certo punto a portata di mano (Camp David, 2000). L’Autorità palestinese continua a essere una parte rilevante del fallimento dei processi di pace; semplicemente non la vuole, non le conviene. Come ha recentemente scritto Alon Ben-Meir in una lettera aperta ai principali leader palestinesi:

You speak on behalf of your people, but do you really hear their cry, do you feel their pain, do you experience their living conditions, do you have a real sense of their despair? If you did, you would not have allowed a single Palestinian to suffer helplessly for another day.

Sadly, you chose to preserve the status quo because it presumably legitimizes your grip on power while riding on the backs of ordinary Palestinians, whose simple dream is to live in peace and dignity that you deny because of your illusions and continued defiance of Israel.

You have cynically perpetuated the Palestinian refugee problem by using them as pawns, making them believe that the day of salvation is near and that they will all return to their homes, knowing full well that that day will never come.

E direi che c’è tristemente pochissimo da aggiungere.

Ma c’è un terzo interlocutore, drammaticamente invischiato nella questione: gli Stati Uniti. La principale ragione delle colpe americane risiedono nel fatto che senza gli USA Israele sarebbe stato sconfitto da tempo dalle molteplici forze locali che vogliono la sua soppressione. Lo sforzo per garantire la vita di un popolo giovane e indifeso (metà secolo scorso) si è ben presto trasformato nell’assoluta convenienza, per l’America, di avere un solido alleato in quello scacchiere (che è poi la stessa ragione che lega la Russia alla Siria e la Nato alla Turchia). Scriveva nel 2015 Mike Pearl

it was also a powerful reminder that no matter how tense things get between the US and Israel, it is virtually impossible to untangle the the two countries, or roll back US support for Israel. According to the Congressional Research Service, for the 2015 fiscal year the Obama administration requested $3.1 billion in aid for Israel from the United States Foreign Military Funding program, plus another $282.7 million from other funds the US pays out. And thanks to America’s long history of turning loans into free money, funds originating in the US constitute a thick slice of Israel’s total defense budget.

Un riepilogo della quantità di dollari e mezzi sostanzialmente donati a Israele negli ultimi anni lo trovate QUI ma probabilmente è più impressionante la ricostruzione di John J. Mearsheimer and Stephen M. Walt che scrivono:

Since the October War in 1973, Washington has provided Israel with a level of support dwarfing the amounts provided to any other state. It has been the largest annual recipient of direct U.S. economic and military assistance since 1976 and the largest total recipient since World War ll. Total direct U.S. aid to Israel amounts to well over $140 billion in 2003 dollars. Israel receives about $3 billion in direct foreign assistance each year, which is roughly one-fifth of America’s entire foreign aid budget. In per capita terms, the United States gives each Israeli a direct subsidy worth about $500 per year. This largesse is especially striking when one realizes that Israel is now a wealthy industrial state with a per capita income roughly equal to South Korea or Spain

Gli Stati Uniti hanno dato un aiuto militare a Israele enormemente maggiore a qualunque altra nazione; le ragioni strategiche di questo aiuto li potete leggere in vari contributi QUI. Avere un alleato forte nello scacchiere, capace di sopravvivere anche se circondato da nemici, è essenziale per Washington; Israele in cambio restituisce favori “sporchi”, come girare armi a parti terze senza il coinvolgimento degli USA; contribuisce (ovviamente) all’industria militare americana; favorisce l’insediamento di industrie americane.

Perché gli americani hanno colpe enormi? Perché dipendendo sostanzialmente dagli aiuti americani Israele avrebbe dovuto piegarsi al volere di Washington per una soluzione ragionevole (come parve succedere nel 2000 a Camp David) ma l’incrocio terribile di interessi ha evidentemente portato lungo altri binari, permettendo anche un impunito atteggiamento insolente di Netanhyau, consapevole che l’America non può, non può più, non può riuscire a svincolarsi da questo abbraccio. Ecco perché la recente uscita di Kerry sui due stati risulta inutile, tardiva, mossa politica – assieme ad altre – dell’amministrazione Obama per cercare di mettere in difficoltà Trump. Ecco perché si è parlato di aperture too little e too late. L’amministrazione Obama non ha fatto nulla per otto anni, anni nei quali gli insediamenti israeliani si sono moltiplicati:

Perhaps the Obama administration simply miscalculated or was reluctant to do anything to upset the balance required to get the Iran deal through Congress. Whatever the reason, this particular intervention in Israeli-Palestinian diplomacy is likely too little, too late. Kerry should be applauded for his effort, but the current state of politics in Israel and the West Bank means that his parameters will not move the parties an inch (fonte).

E adesso arriva Trump.

Risorse:

3 commenti

  • … e ne vedremo delle belle.

  • Premetto che non ho nessun antipatia per il popolo israeliano come non ne ho per quello palestinese, anzi la pace tra i 2 popoli sarebbe un fatto epocale di quelli capaci di far percepire il corso della storia con meno pessimismo (una volta pensavo anche che una simile evenienza avrebbe tolto argomenti al terrorismo islamico ma ora mi rendo conto che quest’ultimo non ne ha più bisogno). La tattica israeliana é ormai chiara. L’erosione del territorio palestinese in Cis-Giordania continua e il rapporto numerico tra la popolazione israeliana è quella palestinese si sposta sempre più verso i primi (se poi mettiamo nel conto la prolificità degli ortodossi ed escludiamo la striscia di Gaza che é un’enclave oramai isolata l’effetto ho letto essere molto evidente). Israele sta mettendo, da tempo, la comunità Internazionale di fronte ad un fatto compiuto. Più passa il tempo, a meno di un’inversione di rotta a 360°, più un eventuale accordo partirà da una situazione territoriale e di popolazione che tracima a poco a poco verso un de facto sempre più favorevole agli insediamenti israeliani
    Complimenti per il post così equilibrato, scevro da posizioni ideologiche e in cui è tenuto in conto il dolore delle persone

  • Claudio Antonelli (Montréal)

    La religione, i miti, la storia illustrano e celebrano in maniera spesso
    grandiosa l’eterna condizione di vittime innocenti degli ebrei
    raminghi per il mondo, in esilio dall’amata Gerusalemme, terra
    promessa, patria spirituale. Con la nascita dello Stato d’Israele,
    lo speciale amor patrio degli ebrei, ossia il loro particolare
    senso di fedeltà rivolto a una terra lontana, sacra, metafisica,
    virtuale, s’intreccia e confonde con quello ormai diretto a un
    Paese fisico e reale. L’identità d’Israele, divenuto Paese storico,
    fisico, politico, da Paese virtuale, religioso, metafisico che era,
    non coincide pienamente con l’identità tradizionale degli ebrei
    della diaspora; identità quest’ultima basata in gran parte su un
    loro eterno ruolo di vittime innocenti insidiate dal continuo,
    inspiegabile odio belluino che alberga nell’animo dei non ebrei.
    L’egoismo nazionale israeliano ha avuto come risultato però
    di intaccare il crisma della superiorità morale e della diversità
    assoluta di questo popolo rispetto agli altri. Gli altri popoli persero
    in epoche antiche l’innocenza aggredendo i vicini, combattendo
    contro lo straniero invasore, attuando l’esclusione verso gli
    estranei, i foresti, gli stranieri (tra cui gli ebrei). Tutto ciò per
    brama di territorio, di senso d’identità collettiva, di solidarietà
    di gruppo, d’omogeneità, di fedeltà al Paese di nascita. Oggi sta
    succedendo lo stesso agli israeliani. Anche questi, infatti, avendo
    adottato la logica del radicamento in un suolo, sono sottoposti
    alle dure esigenze dell’egoismo nazionale. E lottano cruentemente
    contro i nemici, contro gli stranieri (i loro “ebrei”), in nome del
    territorio e dei suoi sacrosanti confini. E hanno perso così anche
    loro l’innocenza.

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