Scissione!

Cosa succede nel PD? La risposta è meno complicata da quel che appare inseguendo le dichiarazioni dei protagonisti. C’è un tema centrale, quello della modernità che sfida il conservatorismo. E ci sono tattiche conseguenti relative al potere. Fine della storia. Adesso provo a raccontarvela meglio, prescindendo da simpatie e antipatie, e prego i lettori di sospenderle a sua volta. Qui non si tratta di essere “renziani” o “bersaniani” o “d’alemiani” (esistono?) ma di vedere disperso un capitale sociale enorme, quello dei milioni di socialisti, riformisti, democratici, eredi di un patrimonio di lotte ai nazisti prima, al terrorismo poi, al berlusconismo e ora al populismo fascio-lega-grillista che minaccia concretamente di vincere le prossime elezioni. Milioni di individui che hanno seguito con convinzione la metamorfosi dal PCI comunista al PDS e DS post-comunisti e infine al PD popolar-riformista. Perché i tempi cambiano e restare fermi non sempre significa essere coerenti, a volte significa solo essere ostinati nell’errore.

Credo che la storia si possa raccontare in questo modo: il vecchio (il PCI), preso atto della realtà, ha provato a cambiare. Onore a Occhetto. Per ragioni troppo ovvie per essere menzionate, coloro che non seguirono Cossutta e Garavini rimanendo nel nuovo partito avevano indubbiamente gradi diversi di convinzione ma, in ogni caso, la medesima testa del giorno prima. Intendo dire che un esame di realtà può far diventare, da comunista, post comunista o ex comunista o quasi-ex-post comunista, ma una vita passata propugnando certi ideali non viene resettata dalla Bolognina, né da anni successivi di costruzione di una formazione socialdemocratica. Non c’è alcun disonore nella storia, spesso difficoltosa e pregna di dubbi e sofferenze, di tanti militanti e dirigenti che hanno, semplicemente, dovuto cambiare paradigma. Perché di questo si tratta; non di cambiare abito, gusti alimentari o modello di automobile, ma comprendere realmente e profondamente che era finita un’epoca, che certe idee, valori, credenze e conseguenti comportamenti non avessero più agganci con la realtà, che tante lotte (e per i più vecchi il termine “lotta” aveva un reale e profondo significato) erano finite perché diversi erano gli avversari, nuove le sfide e inesplorati gli orizzonti. Se non si capisce questo travaglio, questo sforzo enorme, non si capisce né il significato dell’attuale punto di arrivo del PD, né quello di chi, con tutta la buona volontà e non capendolo, in questi termini, neppure nel proprio fòro interiore, continua a essere legato, ancorato solidamente a un cultura del ‘900, ormai viva solo come rappresentazione storpiata, mistificata e a tratti grandguignolesca.

Gli anni dalla Bolognina a Bersani raccontano questo cammino, e raccontano questa antica radice, mai recisa. Anche il disegno ulivista del PD, con l’apporto di culture diverse (cattolica, socialista riformista, repubblicana…) non cambia l’assetto culturale di fondo, in quanto i nuovi arrivi provengono da quello stesso mondo ed epoca, e sono comunque culture minoritarie. È in parte una questione anagrafica e in parte no, ovviamente. I processi culturali sono estremamente più lenti di quelli sociali, a loro volta più lenti di quelli economici e tecnologici che permeano la nostra epoca. Per ogni Bersani e ogni D’Alema nati e cresciuti in epoca comunista, c’è uno Speranza che ne segue le orme, nulla di strano. Ma è quel mondo, morto e sepolto, quelle categorie, desuete e inapplicabili, quella ideologia, ormai vuota e senza capacità euristiche, che domina i loro pensieri. Concetti certamente interessanti, in parte validi, quanto meno comprensibili fino a trenta, venti, forse (ma proprio “forse”) quindici anni fa, e assolutamente privi di consistenza oggi. Ecco: il PD ha le convulsioni perché il virus novecentesco, a lungo nascosto, sta combattendo per non essere sconfitto dalla modernità, dal pensiero pragmatico, dalla rescissione di ogni retaggio marxista.

Perché solo ora? Perché c’è stato Renzi. Renzi, nella sua assoluta protervia, arroganza, burbanza, indelicatezza… (aggiungete voi difetti a piacere), per calcolo, per stupidità, per puro caso o forse perché genuinamente portatore di una visione differente, ha creato le condizioni per una vera discontinuità. Renzi ha un’origine politica non marxista; è giovane e non è stato coinvolto personalmente nella storia che abbiamo tratteggiato sopra (all’epoca della caduta del muro di Berlino aveva 14 anni) ed è ispirato da valori liberali. Il suo è un partito liberal-socialista, riformista in senso moderno (come forse non era possibile dieci o venti anni prima), non ideologico e tendenzialmente razionalista (qui ‘tendenzialmente’ significa che probabilmente avrebbe voluto esserlo ma non ci è riuscito). La discontinuità dai predecessori è senza possibile soluzione di continuità, e questo è il primo grande motivo del rapporto sempre, da subito, ruvido con Bersani e D’Alema (e tutti gli altri che non val neppure la pena nominare perché sono mere comparse). Bersani e D’Alema non lo riconoscono, non possono riconoscerlo. In più, e forse più grave, il carattere di Renzi lo rende indisponibile al consociativismo entro il partito. Ricorderete la “rottamazione”… Renzi non solo non porta in sé i vecchi codici riconoscibili entro la ditta, ma si propone di non trattare con essa: cerca lo scontro coi vecchi ras, col sindacato, con tutto quel mondo che è vissuto per decenni pensando, in virtù di una comune appartenenza ideologica, di governare assieme, di decidere assieme, di litigare semmai ma ricomponendo in nome di una logica di gruppo; la ditta, appunto, versione non staliniana del PCUS, dove alla fine quel che conta è il centralismo democratico. Che Renzi vi sia simpatico o inviso, che abbiate sostenuto oppure no le sue riforme, ha rappresentato nel PD il più definitivo vaccino anticomunista, anti-novecentesco, anti-conservatorismo.

Qual è quindi la risposta della ditta (e meglio sarebbe dire “delle ditte”, al plurale)? L’agitarsi scomposto e comprensibile solo e unicamente come lotta del vecchio per la sopravvivenza. Bersani e D’Alema sono stati fatti fuori dalla storia e si sono illusi per troppi anni di essere, in qualche modo, nel flusso del tempo, degli eventi. Renzi ha chiarito all’Italia e ai militanti del PD (non tutti, ovvio) che così non era. L’unica (ma veramente unica) risposta è la guerriglia interna; dove ogni settimana i protagonisti smentiscono ciò che hanno detto la settimana prima; dove oggi va bene quello che ieri era avversato (e viceversa) pur di agitare le acque contro il segretario (al momento ex). La minaccia di scissione diventa quinti un patetico tentativo di ricatto che si ritorcerà contro di loro; fuori dal PD qualunque opzione li porterà all’insignificanza, che è esattamente ciò che temono; e dentro il PD sono ormai morti e sepolti (perché ci sarà il Congresso, Renzi lo vincerà, e dopo non ce ne sarà più per nessuno). La minaccia di scissione è il tentativo estremo di raccogliere consensi sia internamente che all’esterno; ridisegnare una mappa di alleanze; influire tatticamente sulle scelte del partito. Ma minaccia dopo minaccia la scissione non potrà più mancare e, credo, sarà un momento di sofferenza ma anche di grande chiarezza, di liberazione e di rinascita per il maggiore partito del centro sinistra. Di cui c’è un enorme bisogno di fronte all’avanzare impetuoso del populismo che minaccia realisticamente di governare presto.

Che poi il vecchio cerchi di presentarsi come idealista e veritiero, combattente contro le menzogne del nuovo (cioè di Renzi) non stupisce; che si additino gli insuccessi di Renzi (non pochi) quando ci si congratulò per i suoi successi (non pochi), neppure; che si facciano tripli salti carpiati per giustificare posizioni che fino a ieri si osteggiavano o, viceversa, per rifiutarne altre che fino a ieri si reclamavano, fa parte della convinzione soggettiva, per diversi di questi protagonisti, di essere esentati dal principio di coerenza a beneficio di quello di verità. Loro sentono profondamente il potere della verità ideologica che esprimono; razionalizzano questa verità, la vivono come cogente e luminosa, e la scompostezza del loro comportamento non appare, ai loro occhi, come biasimevole. Ma, infine, la Storia è un grande laminatoio ed è venuto il momento di andare oltre. Non si creda che le sfide del nuovo millennio siano di minor conto di quelle del Novecento; ne abbiamo parlato qui su HR e riteniamo che ci sia di che essere preoccupati: aumento di nuove e inedite disuguaglianze, veloce ridisegno di nuovi confini e alleanze, l’Europa in coma, l’economia turbolenta… Non è con arnesi vecchi che potremo trovare soluzioni efficaci. Occorrono idee nuove e aperte, alleanze inedite, pensiero veloce, adattabilità.

le-correnti

Non abbiamo idea di cosa succederà ora: certamente Congresso, Renzi segretario e (ormai scontata) scissione. Poi? Crisi del governo Gentiloni, nuove elezioni e governo fascio-lega-grillino? Possibile. Chiunque sarà il nuovo segretario di quello che sarà il nuovo partito democratico, probabilmente non riuscirà a vincere le elezioni perché i danni fatti da questa “minoranza” sono stati di una gravità inaudita, sufficienti a concorrere pesantemente nell’involuzione della situazione, nell’indebolimento del partito e nella possibile vittoria della destra. Il nuovo segretario dovrà avere la lucidità e la forza di ricominciare daccapo, ricucendo il corpo ferito, indicando un nuovo orizzonte, segnando una nuova agenda di valori e di obiettivi. L’eventuale governo di destra durerà necessariamente poco, e il vero appuntamento sarà quello, le ulteriori elezioni dopo.

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7 commenti

  • Vincenzo Tortorici

    Commento semplicemente perfetto, profondo, illuminante.
    In particolare condivido la sintesi delle caratteristiche del nuovo PD di Matteo Renzi:
    – partito liberal-socialista
    – riformista in senso moderno
    – non ideologico
    – tendenzialmente razionalista
    – guidato da un leader di matrice cattolica non marxista.

    Grazie.

  • Dott. Bezzicante, non Le sembra che il PD di Renzi presenti se non tutti molti degli elementi appartenenti alla categoria sociologica del fascismo che Lei ha presentato nel Suo articolo “Dal fascismo alla omologazione di massa”, ossia le condizioni dalla 4 alla 9?

    • Direi di no. Certo il leaderismo, tratto comune ormai a tutti i partiti; una certa insolenza verso gli avversari, tratto ineliminabile della persona Renzi. Ma non vedo in che modo si possano imputare gli altri elementi.

      • Vincenzo Tortorici

        A ben vedere, forse presenta maggiori tratti autoritari ed intolleranti il buon D’Alema, o no?
        Con tutto il rispetto dovuto agli anziani…..

  • Il PD è stato un esperimento che ha avuto l’intento di globalizzare le varie culture nella logica del “far finta che..” si appartiene in maniera aproporzionale ad un unico contenitore che, così facendo, diviene privo di contenuti. La sciabolata mortale viene inferta da terminologie post moderne (una su tutte la “rottamazione”) e che banalizzano gli ideali e decementificano il collante che potrebbe essere d’aiuto ad una rinnovata appartenenza, l’idea, l’ideologa. Renzi, mostrandosi da subito allergico a termini quali, concertazione, cooperazione..e non possedendo competenze verso un lavoro di gruppo, non ha fatto che spostare gli equilibri dall’ideologia all’idolatria esaltando l’autorialità strutturale su una prassi contenutistica avula sia alle logiche finanziarie che a quelle di ispirazione religiosa. In oltre, se si accosta il movimentismo grillino al fascismo si corre il rischio di banalizzare quest’ultimo e di rendere quasi appetibile il fascismo. Si può leggere e si deve leggere invece il movimentismo attuale quale sintomo in risposta della inefficienza delle normali forme di rappresentanza ed in primis il PD. Saluti, Mirco Marchetti

  • Piero Indrizzi

    Tutto vero, ma questo rappresenta forse il 5% della realtà. Il restante 95% è rappresentato da l’interesse personale per la cadrega. Personaggi come Dalema non sono mai stati sfiorati da motivazioni ideali, hanno sempre guardato al sodo (vedi Telecom). Un caso evidente è rappresentato da Vannino Chii il quale, ostile al massimo, poi si è eclissato evidentemente remunerato con qualche promessa (ho il sospetto che l’aborto di Senato della riformasia stato concepito per sistemare lui e qualche altro).

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