Mamma assassina. Per me è… No (fischi dal loggione)

Leggo su Facebook (poi ditemi che non serve!) amici arrabbiati per un post di Deborah Dirani, collaboratrice di HufPost, che l’8 maggio ha scritto un crudo articolo sulla mamma adolescente che ha ucciso il figlioletto appena nato. Prima di tutto ho letto quindi le critiche a Dirani, che si sostanziano – perlomeno fra la mia rete di contatti Fb – in questo lungo post:

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A questa dichiarazione sono accodate decine e decine di dichiarazioni, pochissime le pacate e tantissime le indignate con Dirani e solidali con Summa. Se non avete avuta la voglia di leggere tutto il testo questo è il riassunto: Dirani apostrofa la ragazza come assassina, il pubblico fischia e trova giustificazioni, etichettando la giornalista come insensibile (ma usando parole spesso molto più francesi, se mi capite…).

A questo flame contro la giornalista, proseguito ovviamente sulla sua pagina Facebook, ha risposto Dirani con una nuova e lunga dichiarazione che non riporto ma che potete leggere QUI.

È chiaro che si tratta di una storia marginalissima, forse molti di voi non l’hanno neppure saputa; con tutto il rispetto Deborah Dirani che critica duramente un fatto di cronaca non è Eugenio Scalfari che tira le orecchie a Renzi; né i suoi critici assomigliano al meetup pentastellato o all’assemblea piddina ma, nella sua marginalità, è emblematica. Spiega bene, anzi benissimo, questioni sulle quali ci sprechiamo da anni, qui su HR, volando forse troppo alto. Le questioni, a mio modesto avviso, sono più o meno le seguenti:

  1. il parossismo 2.0, che oscilla fra linciaggio forcaiolo e pietismo a prescindere, senza trovare un punto di equilibrio. Chi esprime un’opinione è, alternativamente, una persona pagata dal sistema, chi ti paga?, servo, carogna, dovrebbero cacciarti, oppure fenomenale, ti vogliamo Presidente della Repubblica, ce ne fossero come te. L’idea che un’opinione sia una sorta di mappa da esplorare e confrontare con la nostra, per vedere se – tante di quelle volte – scopriamo dei territori nuovi, che non necessariamente devono piacerci, non sfiora ormai più nessuno. Giudichiamo tutto e tutti sulla base di pre-saperi e pre-giudizi, buoni per definizione, e la lettura delle idee altrui serve sostanzialmente per trovare delle conferme che, se non si trovano, apriti cielo! e ti banno e vaffanculo e via discorrendo (c’è anche questo sulla bacheca Facebook di Dirani, con vaffa da entrambe le parti);
  2. la difficilissima traversata dell’Atlantico del ragionamento. Ma veramente la pietà che pure si può provare, e forse si deve, per la sedicenne assassina, non può essere congiunta a una condanna di quel gesto? Ecco: il tutto-tutto o niente-niente è l’altra faccia della storia. Si tratta della capacità di avere un pensiero articolato, per il quale provo pietà per l’assassina, ma ne provo ancor più per la piccola vittima. C’è una frase di Dirani, su Facebook, molto chiara:

E la carogna qua sarei io che mi incazzo, che giudico disumano e da condannare il gesto di questa mamma sedicenne? Che non viveva in uno slum di Nairobi o in provincia di Caltanissetta nel 1938. Che aveva Internet per informarsi, che se anche poteva avere una mamma distratta, inadeguata o quel che vi pare, avrà avuto un’amica, una professoressa, una zia, una vicina di casa, un prete, un cane o un gatto a cui rivolgersi per chiedere cosa si dovesse fare per evitare di ammazzare sua figlia.

E devo dire che ha ragione: bisogna capire perché – ha detto il Procuratore capo di Trieste

una famiglia tutto sommato abbastanza acculturata, non abbandonata a se stessa, abbia potuto fare da scenario ad un gesto così disperato di questa ragazzina. Lei – ha sottolineato ancora Mastelloni – è una giovane che lavora e che fa la scuola per cuoca e anche la madre è cuoca. Ripeto sono perplesso di come una cosa del genere sia potuta accadere di questi tempi in una famiglia triestina. Forse poteva succedere in una Sicilia degli anni ’40. Veramente sono perplesso e mi addolora anche il fatto che sia potuto avvenire in una città civile come questa.

  1. ultimo punto. Credo sia il più importante. Non vorrei cadere nel cliché dei vecchi, che tutto va male, che ai miei tempi queste cose non succedevano (perché non sarebbe proprio vero) ma, diamine! di tutte le cose scritte da Dirani questa è in assoluto la più vera:

Oggi, in un Paese in cui se i ragazzini vanno male a scuola la colpa è degli insegnanti, se bullizzano un compagno di classe si stanno solo divertendo e poi se lui non si difende è un tonto, in cui gli adolescenti stuprano in branco le ragazzine e dalla loro parte hanno genitori che apostrofano come ‘troie’ le vittime di quella violenza, in cui la pietà è un privilegio per chi ha la pelle del colore giusto, prega il dio giusto e mangia poco speziato… ecco oggi in questo Paese ‘stai a vedere che l’infame sono io che ho scritto un post in cui giudico inaccettabile, inammissibile e senza attenuanti il gesto di questa mamma che ha ammazzato sua figlia.

Fatemi spiegare meglio: la pietà di cui parlavo sopra per l’assassina credo sia un sentimento necessario. Non “utile” né “importante” bensì necessario. Se non proviamo pietà per l’assassina e ci limitiamo a ergerci a giudici – come fa Dirani – il nostro giudizio sarà inappellabile, immotivato (basato su valori non negoziabili), inspiegabile, e – qual che più conta qui – divisivo. E infatti si è vista la polemica che ha scatenato, una polemica altrettanto inappellabile anche se facilmente motivabile e spiegabile. Poiché io non sono credente, per me |pietà| ha il significato laico, profondo, importantissimo della pietas latina: riguarda i doveri (laici, civici) verso i prossimi e la comunità, la comprensione degli altri e la compartecipazione, l’empatia verso gli altri necessaria per costituirci come comunità. Questa pietas è totalmente mancata a Deborah Dirani, e devo dire che la sua scrittura sempre abbastanza ruvida manca sovente di questo spessore che non riguarda affatto “i sentimenti” quanto la visione sociologica, la compenetrazione nella complessità, la sottrazione dal manicheismo. Esattamente come i suoi detrattori che, però, non hanno obbligo di mediazione come i giornalisti; mediazione fra i fatti (loro cruda realtà, loro dirompente indisponenza, loro tragica violenza) e la comprensione dei lettori (spesso frettolosi, non di rado non colti, a volte emotivamente accesi). Senza questa capacità di mediare col linguaggio, con i concetti e con gli argomenti, il giornalismo, il blogging, a cosa servono, se non come narcisismo di chi scrive?

Ecco allora, e conclusivamente – fra frettolosa emotività dei lettori e mancanza di pietas di Dirani – che tutto diventa un ennesimo reality. La performance della sedicenne triestina non è piaciuta alla giudice Dirani che ha pigiato il pulsantone del “No”, drastico e inappellabile. E giù i fischi e i buu dalla platea e dal loggione. Perché il pubblico si identifica più con gli sfigati che con i presuntuosi e privilegiati giudici, strapagati, sotto l’occhio dei riflettori, e poi guarda che era molto meglio Mika, chissà se ritornerà?

Poscritto: stavo quietamente aspettando di pubblicare questo pezzo (sapete che qui a HR si pubblica a scadenze fisse, non riusciamo sempre ad essere immediatamente sul pezzo) quando è scoppiato il caso Serracchiani che, ignara del detto popolare che un bel tacer non fu mai scritto, è uscita con una dichiarazione da “Apriti cielo!” sui migranti stupratori. Come per il caso Dirani ma, ovviamente, qui amplificato dal ruolo politico di Serracchiani, si è scatenato il pandemonio con tanto di autorevolissimi fustigatori (come Saviano, sempre più fuori controllo). Non intendo neppure commentare la notizia; a mio avviso è lo stesso, identico, ipocrita meccanismo visto sopra. Non si capiscono fino in fondo certe dichiarazioni, non si contestualizzano, non pongono riflessioni, non si relativizzano nella loro importanza (generalmente modestissima) ma si salta sulla truce e inappellabile condanna o sulla gloriosa e assoluta beatificazione. Tutto quel che c’è in mezzo a questi due estremi, che dovrebbe essere materia prima per i neuroni, viene trascurato.

(In copertina: Strage degli Innocenti, di Padre Zinon, 2009)

2 commenti

  • enrico delfini

    La Chiesa Cattolica, che di errori e orrori ha una plurisecolare esperienza, aveva escogitato un modello di giudizio che salvava capra e cavoli. Distinguendo il peccato, sempre da condannare, dal peccatore, cui era doveroso accostarsi con cura pastorale e su cui nessun giudizio umano era definito e definitivo. Dico “aveva”, perché il regnante Pontefice pare impegnato in un’opera di sgretolamento di queste posizioni.

  • guardi che il vero problema dell’articolo della Dirani non è la crudezza delle immagini, non è l’accusa di essere un’assassina, o meglio anche questo ma non si sarebbero scatenate reazioni indignate a tal punto, il problema di quella specie di articolo è che ha lanciato una maledizione forever ad una ragazza minorenne, che sicuramente non vive un bel momento, senza darle alcuna possibilità di ravvedimento, di crescita, di cambiamento, che dovrebbero valere per chiunque, specie per un soggetto minorenne

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