Change.org, Big Data, e la triste omologazione di noi babbei

Ho avuto un momento di autocoscienza. Di quelli spiacevoli. Col cavolo che io, proprio io non sia omologato, lo sono eccome.

Mi sono fermato a pensare a evidenti segnali di omologazione e ho stilato una piccola lista:

  • vivere compulsivamente sui social, aggiornando stati, mettendo “like”, twittando scemenze, o anche giocando a Minecraft aspirando a nuovi fantastici record (approfondisci);
  • portare i risvoltini sui pantaloni (approfondisci);
  • Pandora! (approfondisci);
  • tatuaggi; meglio se tribali; eccezionali se scritti in cinese o giapponese, semmai accompagnati da qualche piercing (approfondisci);
  • vedere una serie tv dopo l’altra (approfondisci);
  • il sushi e il sashimi, anche se cucinato da cinesi (approfondisci);
  • taglio di capelli da idiota, anche se non sei un calciatore (approfondisci).

La lista è in divenire, e sono certo di poter riempire un paio di pagine, ma avete capito cosa intendo; beh… qualcuna di queste “mode” ha colto anche me.

La mia delusione per scoprirmi parte del branco omologato è accresciuta in questi giorni, quando un amico mi ha mandato l’entusiastico invito a firmare l’ennesima petizione di Change.org che ho trovato particolarmente cretina (omologato sì, ma ho ancora qualche briciolo di consapevolezza). Ho fatto un po’ di considerazioni e un giro sul loro sito per dare un’occhiata al genere di petizioni proposte e ho trovato, fra le altre cose, le seguenti:

  • petizione contro le vaccinazioni obbligatorie (questa era attesa, naturalmente);
  • petizione per istituire la laurea triennale da estetista;
  • petizione al Ministro del lavoro per trovare un’occupazione a due disoccupati (con annessa storia pietosa);
  • petizione per il “vero” made in Italy con prodotti tracciati;

ma questo è nulla a fronte di certe stravaganze che chiamare assurde è poco (ne trovare un campione QUI). Di fronte alla cretineria di certe petizioni ho ripensato al valore che possono avere anche quelle apparentemente sensate, che io pure ho firmato a volte. Poiché chiunque può suggerire petizioni, da quelle politicamente impegnate fino ad altre biecamente farlocche, che valore ha questo strumento?

changeAndando a informarmi ho scoperto che Change.org è una grande mistificazione. Né più né meno. Poiché ci sono ottimi articoli in merito rimando a quelli (li trovate nella sezione finale delle Risorse) e vi faccio qui solo un brevissimo riassunto, per poi tornare alla nostra omologazione:

  • innanzitutto org non è un’associazione benefica che si occupa di dare voce al popolo (questo è già ottimamente fatto da Grillo, come sapete) ma un’azienda profit; i suoi profitti provengono sia da petizioni a pagamento (non sapevate che c’erano?) sia, ascoltate bene, dalla profilazione degli utenti e dalla conseguente vendita di dati personali (i nostri) a fini commerciali; L’Espresso, in un ottimo servizio, spiega bene il meccanismo:

Ogni volta che sottoscriviamo un appello, accumula informazioni su di noi, profilandoci. E come ha spiegato efficacemente la rivista americana “Wired”, «se voi avete firmato una petizione sui diritti degli animali, l’azienda sa che avete una probabilità 2,29 volte maggiore di firmarne una sulla giustizia. E se firmate una petizione sulla giustizia, avete una probabilità 6,3 volte maggiore di firmarne una sulla giustizia economica, 4,4 volte di firmarne una per i diritti degli immigrati e 4 volte una sull’istruzione».

  • manca ogni trasparenza: le petizioni possono fissare un numero arbitrario di firme da raccogliere, pochissime arrivano al tetto previsto e un numero irrisorio si trasformano poi in successi; non essendoci criteri, né regole, né parametri, battaglie per i diritti civili sono accostate alla richiesta di rimozione del parcheggio al Vittoriale (quattro firme raccolte);
  • ma soprattutto: a cosa serve? Salvo alcuni casi vantati come successo, a cosa serve raccogliere un milione e 300 mila firme contro il cacciatore che uccise il leone Cecil?

800600px_dal-vuore-alla-costituzione-480x360Ecco allora che la mia ribellione all’omologazione ha ripreso il sopravvento. Firmare le petizioni (non solo su Change.org, naturalmente) ha due soli e semplici scopi:

  • il primo scopo riguarda le agenzie che gestiscono questi siti, ed è il profitto. Oltre a pagare noi utenti per avere migliore posizionamento, oltre a pagare alcune aziende per avere petizioni sponsorizzate, c’è l’importante guadagno dovuto alla nostra profilazione, su cui tornerò a breve;
  • il secondo scopo riguarda la nostra pigra e ipocrita coscienza; firmiamo per quelle poverine rapite da Boko Haram; firmiamo contro l’inquinamento; firmiamo perché quei puzzoni dei politici approvino (o non approvino) quella determinata legge… Firmiamo con pochi click, che poi sarebbe la grande rivoluzione della democrazia digitale, secondo qualcuno, e ci mettiamo così poco tempo che non perdiamo neppure il calcio d’inizio della partita. E poi spammiamo email a destra e a manca, “firma anche tu, se sei un vero democratico!”.

Mi pare chiaro che a fronte di una compensazione simbolica, fittizia, ipocrita, diamo in cambio nostre preziose informazioni.

La cosa deve preoccuparvi, anche se ormai siamo tutti profilati e straprofilati. La preoccupazione riguarda direttamente noi perché ci facciamo conoscere di più da soggetti ignoti (per lo più commerciali ma… forse non solo) ma – questo sì che è preoccupante davvero! – ci riguarda anche indirettamente a causa dell’avvento dei Big Data. Di cosa si tratta? Della capacità di elaborazione di masse enormi di dati, provenienti da fonti diverse (e quindi di diverso formato) tramite la quale si possono inferire risultati relazionali (relazioni fra variabili) e previsionali di comportamenti relativi non più ai singoli individui dai quali provengono i dati originari, ma a individui generici di cui è possibile inferire comportamenti specifici attraverso l’analisi di profili e comportamenti simili di milioni di altri individui. Per capirci: io posso avere accuratamente evitato di mettere “Mi piace” alla pagina Facebook di un partito politico, ma attraverso un “Mi piace” a una pagina (per dire) di cucina, l’adesione a una petizione contro una certa legge, l’inserimento su Instagram di una certa foto, e così via, l’analisi dei Big Data può prevedere con una discreta attendibilità per chi voterò alle prossime elezioni, che frutta comprerò stasera al supermercato e quale film andrò a vedere domenica.

2-4_Img4-3__800x600px__CAVALLI_2-800x600La conclusione è che siamo spacciati. Abbiamo sparpagliato i nostri dati sul Web per anni prima di capire cosa stava succedendo e ormai è sostanzialmente tardi per tornare indietro. Potete anche non avere la televisione; potete evitare Facebook e Twitter; potete rifiutare le fidelity card dei supermercati, staccare la spina al telefono e utilizzare solo contanti ma è impossibile non rilasciare dati ai vostri fornitori di utenze domestiche, alle banche, assicurazioni e altri. E comunque, come detto, i Big Data non riguardano necessariamente voi (nome e cognome) ma i profili di comportamento ricavati da milioni di informazioni, incluse quelle di chi cerca di fuggire non usando carte, non andando su Facebook etc.

La domanda quindi è: se ciò che faccio, penso, dico, compro, leggo, vedo e clicco è già previsto e prevedibile, perché malgrado la mia presunzione io non sono affatto unico: sono barbuto come la mia generazione, sono mediamente colto quanto i miei compagni di laurea, sono su Facebook come miriadi di miei simili, mi piacciono i western come altri del mio analogo profilo eccetera eccetera eccetera, allora, come posso sentirmi vero, unico, indipendente? La mia diversità, la mia unicità, è frammentata in miriadi di micro-comportamenti, ciascuno dei quali è simile a quelli di altri.

Mentre penso, mestamente, che in questo momento, nel mondo, ci sono decine di blogger che scrivono questa mia medesima cosa, ho preso alcune decisioni. Anzi tutto noi blogger dello stesso cluster stiamo decidendo collettivamente, ma ognuno per conto suo:

  • mai più petizioni on line;
  • mai più, o quasi, “Mi piace” a pagine di amici e organizzazioni;

ma, specialmente, promettiamo di utilizzare di più la testa. Riflettere. Pensare due volte. Per esempio mi dico (riguardando con imbarazzo alle petizioni già firmate): “ma cosa speravo di cambiare firmando quelle date petizioni”? Il cambiamento è azioni politica, civica, partecipativa, non pochi click su un sito web furbetto. La scelta dei miei consumi deve essere basata su miei bisogni e desideri autodiretti; ciò che guardo o non guardo in Tv finalizzata alle mie necessità informative e ricreative… No, non può funzionare. Come faccio a sapere perché faccio ciò che faccio? Sapete cosa vi dico? A me le serie Tv piacciono e me le guardo; i risvoltini ai pantaloni idem; e mi sono fatto pure un tatuaggio! Big Data, fottetevi!

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Risorse:

7 commenti

  • Pingback: La stranezza non esiste. – 1/2 cm (mezzocentimetro)

  • Piero Indrizzi

    Mi stupisco che tu ti stupisca, siamo robot a tutti gli effetti. Al riguardo consiglierei “Il caso e la necessità” di Jacques Monod.

  • Ho firmato un paio di volte, anni fa. Poi ho seguito il consiglio di Raymond Aron: non firmare appelli, petizioni e così via, per convincersi di essere un’anima bella. I tuoi argomenti aggiungono altre ragioni. Mi tengo l’anima.

  • Meno male che ho letto tutto fino alla fine.. Ero preoccupata per il risvoltino dei miei pantaloni…

  • Che dire! Omologati con consapevolezza! Meglio se nin omologati per quanto possibile.

  • Cosa c’è di così terribile nell’essere “omologati”? Al di là del timore, a volte fondato, che i nostri desideri/gusti/inclinazioni non siano veramente nostri, ma in certa misura forzati dai modelli ed esempi che ci propinano i media, cosa c’è di sbagliato o deludente nell’essere simili a tantissimi altri?
    Proveniamo tutti dalla stessa cellula, e in miliardi di anni di evoluzione la vita non ha mai avuto altro senso che sfuggire la morte finché possibile e riprodursi. È già tanto far parte di una specie che può decidere di non procreare e farsi domande sui propri risvoltini.

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