Trattiamoci meglio. Tredici e il tema del suicidio

Ho adorato, letteralmente, la serie Netflix Tredici. Adorato per almeno due motivi. Il primo motivo è relativo al pieno coinvolgimento che ho avuto nel seguire la storia, puntata dopo puntata. Il meccanismo narrativo è al tempo stesso intrigante e semplice. La serie inizia quando il fatto a cui tutto si riferisce è già avvenuto. La giovane protagonista, Hannah Baker, si è infatti tolta la vita. Solo che prima di togliersi la vita ha lasciato una traccia del suo vissuto su tredici lati di audiocassette, ognuno dei quali è destinato a una persona in particolare. Le puntate seguono l’ascolto delle audiocassette da parte delle persone che hanno conosciuto la protagonista. Naturalmente l’ascolto del materiale audio non lascia intatti gli equilibri dei protagonisti.

Il secondo motivo è che, giunto alla fine della serie, sentivo che ci fosse una morale. Sì, una morale, ovvero un forte messaggio di carattere etico. Tale messaggio valeva per me, come poteva valere per tanto giovani adolescenti alle prese con la ricerca del libretto d’istruzioni della vita. Il messaggio era sintetizzato nelle parole di Clay: “Trattiamoci meglio. Subito!”.

Mi sembrava un messaggio bellissimo per questo mondo di esseri umani alla deriva, tutti intenti a sopravvivere alla meglio in un mondo ipercompetitivo ed individualista. Pochi giorni fa c’è stata la giornata mondiale del suicidio, e il messaggio che si cercava di veicolare è quanto la vita sia preziosa e come anche raggiungere per poco tempo un congiunto, un amico e un conoscente in difficoltàpossa cambiare il corso della sua vita.

Ho pure pensato: “Questa serie andrebbe proiettata nelle scuole!”. E così sembrava pensarla Selena Gomez, la produttrice, che sperava che la serie aumentasse, a parte il proprio conto in banca, anche la consapevolezza del tema.

Dopo alcune settimane sono venuto a conoscenza di una serie di articoli e studi sulla serie che mi hanno lasciato a bocca aperta. In un articolo sul Guardian il direttore di Lifeline, Pete Shmigel,, sostiene che la serie Netflix rischia di presentare il suicidio come una scelta legittima e che la descrizione dei mezzi con cui la giovane protagonista si suicida sia pericolosa.

Un aspetto a cui non avevo per nulla pensato. In realtà quando vidi la puntata con la descrizione del suicidio della protagonista avevo solo pensato che tale descrizione fosse pleonastica. Perché descrivere una scena che è così presente in ogni episodio della serie?

In generale le implicazioni dello show sono state ampiamente dibattute.

Uno studio pubblicato su JAMA Internal Medicine, condotto da un gruppo di ricerca della San Diego State University Graduate School of Public Health e guidato dal Professor John W. Ayers, ha approfondito le ricerche su internet negli Stati Uniti nei giorni dopo la serie, trovando che le domande sul suicidio erano cresciute a ridosso della trasmissione delle puntate. Ma non si trattava solo di ricerche in generale sul suicidio, ma anche di ricerche su come suicidarsi.

I dati dello studio provengono da ricerche su Google Trends tra il 31 marzo e il 18 aprile 2017.

Tutte le ricerche relative al “suicidio” sono state il 19 per cento più elevate rispetto ai numeri attesi senza lo show. Gli autori dello studio concludono che la serie ha aumentato sia la sensibilità sul tema che l’ideazione suicidiaria. L’effetto netto potrà essere scoperto solo da studi futuri con i dati sanitari di morte per suicidio o ricorso al pronto soccorso.

Comunque le linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità parlano chiaro. Le evidenze concordano sul fatto che, se non trattato con cura, la descrizione del tema nei media porta a emulazione. E il fattore più importante nello scatenare l’emulazione è proprio la descrizione di un particolare metodo per suicidarsi, che è proprio quello che avviene nella serie.

Chiudo con le parole di Clay “Trattiamoci meglio. Subito!”, non fate gli stronzi con il prossimo e magari, se siete sceneggiatori televisivi, rispettate le linee guida per trattare certi temi.

Contributo originale scritto per Hic Rhodus da Paolo Eusebi

Statistico, lavora per la Direzione Salute della Regione Umbria e
il Dipartimento di Medicina dell’Università di Perugia.
Appassionato di scienze della vita, economia e politica.

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