Sono scampato al Black Friday. Mi riposo nel week end bevendomi uno shottino all’happy hour

Vi siete accorti del Black Friday appena trascorso? Certamente. Una cosa mai vista in Italia, nata negli Stati Uniti, è letteralmente esplosa e non c’è ferramenta di borgata che non abbia fatto il suo Black Friday che, per i pochi arrivati da Marte in questi giorni, è semplicemente una svendita straordinaria preparativa della sbornia consumistica natalizia. Black Friday… Il mio negozio di abbigliamento preferito fa periodicamente svendite e promozioni, ma mi ha avvertito via SMS che avrebbe fatto uno spettacoloso Black Friday. Giravo dalla città perseguitato da cartelli Black Friday. E non mi ero ancora ripreso da Halloween – che sarebbero “i morti” (commemorazione dei defunti) – con l’aggiunta di bambini rompiscatole sobillati dai genitori che vengono a disturbare al grido “dolcetto o scherzetto”. Halloween?? Da qualche anno sì, anche Halloween. Ma siamo matti? Nessuno fa più la spesa, semmai andiamo a fare shopping. La fine settimana è ormai per tutti il week end. Beviamo gli shot all’happy hour, cerchiamo di essere easy e seguire il mood senza cadere nel mainstream. Scansioniamo i documenti (i peggiori li scannerizzano, ovviamente dall’inglese to scan), uplodiamo file, zippiamo documenti, cerchiamo di capire il frame e di essere cool e, insomma, take it easy!

Il linguaggio straniero – che tecnicamente si chiama ‘barbarismo’ è sempre stato presente in minima parte; un tempo erano le classi colte che utilizzavano alcuni francesismi, sopravvissuti in pochi esemplari oggi quali chapeau (per dire “bravo!”), coiffeur (parrucchiere per signora, uso maschile, perché se sei una parrucchiera devi usare coiffeuse), boutique (una volta vidi una Boutique Shop…), vintage, che poi è diventato inglese; stage, utilizzato (sbagliando di grosso) con pronuncia inglese che ha un significato diverso da quello francese, che sarebbe l’uso voluto per parlare di un tipo di formazione. E senior, junior, plus, media, termini latini pronunciati orrendamente in inglese, sinior, giunior, plas midia? Oggi l’inglese più o meno stravolto e semmai orrendamente italianizzato sta dilagando e, al seguito del dilagare degli anglicismi, arrivano le usanze anglosassoni (ma sostanzialmente americane), come appunto Halloween, il Black Friday e – udite udite – il Natale americanizzato (questo ormai da decenni) con un obeso vestito di rosso che porta i regali, originariamente logo della Coca Cola. Il Natale, che festeggiano le classi medio alte anche in Cina senza che ci sia un aggancio culturale di qualunque genere per giustificarlo, tranne l’espressione consumistica e la voglia di imitare gli occidentali. Le ragioni sono note: la globalizzazione comporta, come scoria, come epifenomeno accidentale, la tracimazione delle sottoculture popolari, quelle legate a comportamenti quotidiani con alcune caratteristiche abbastanza chiare: essere caratterizzanti (a torto o a ragione) di un flusso modernista, giovanilista, vitalista. Halloween, con tutta la narrativa horror (oops!) del cinema hollywoodiano, rappresenta bene il brivido dei film (oops!) di paura presso gli adolescenti e il desiderio di essere là, il quel mood (oops!). Il Black Friday, presentato come una follia consumistica americana, attrae proprio perché follia consumistica, laddove i nostri proverbiali “sconti di fine stagione” appaio come roba da poveracci. Andare all’happy hour (oops!) è una cosa fighissima, da giovani con pochi quattrini in tasca ma accomunati dalla legge del branco, quella di sballarsi con gli shottini (oops! e ancora oops!!).

Io non sono una purista della lingua per mortalmente noiose ragioni identitarie (come i francesi, per intenderci), e non sono così sciocco da non capire come le fusioni linguistiche, specie a favore dell’inglese, siano inevitabili. Va pure bene così. La cosa che non deve sfuggire, però, è che le parole di lingue diverse non sono equivalenti. La fine settimana non è esattamente come il week end; la prima è una mera definizione temporale, la secondo è l’indicazione di uno stile di vita. “I morti” non è come Halloween; la prima è una commemorazione religiosa e la seconda è una festa pagana. La boutique non è una bottega. Lo shottino non è semplicemente una porzione alcolica piccola (quando ero più giovane si chiamavano baby – oops!). Le lingue si plasmano sui valori e le culture di un gruppo, e agiscono nel formare e dare senso a quei valori e culture. Ogni lingua rappresenta lo strumento, per i suoi parlanti, per esprimere determinati valori e non altri, gerarchie, preferenze, direzioni e orizzonti, differenti fra italiani che li esprimono con la ricchezza della lingua italiana e tedeschi che li esprimono in tedesco e cinesi che l’esprimono in cinese. Non si tratta quindi di un’invasione linguistica tutto sommato neutrale, ma dell’intrusione di semi di altri valori, altri orizzonti, in seno ai nostri. Onestamente credo che sia bellissima questa contaminazione di valori e credenze se consapevole e ricercata, mentre credo che non vada affatto bene quando viene subita inconsapevolmente.

L’uso inconsapevole di parole (e usi, e comportamenti) estranee non crea ricchezza, come nel caso di una voluta ricerca e di una consapevole fusione; crea invece fratture, come cunei piantati nella trama costitutiva della nostra visione del mondo, visione che, cuneo dopo cuneo, diventa fragile, frammentata, con un senso pian piano indebolito. E questo rende più incerta la decodifica del reale con un loop (oops!) involutivo progressivo. Naturalmente non bastano dieci parole per compiere disastri irreparabili, né il Black Friday, ma l’aumento di questi barbarismi e di comportamenti estranei alla nostra cultura appare sempre più veloce. Qualora non fossi stato chiaro: viva la permutazione, la fusione, la crasi, la contaminazione fra culture quando è consapevole e voluta. Avendo mezza famiglia straniera ho benissimo sperimentato come si siano mescolati molti nostri modi di fare; ci siamo mescolati come abitudini e usanze nella quotidiana sperimentazione reciproca. E devo dire che lo trovo molto bello. Ma non penso di bere Coca cola a pranzo, mangiare sushi perché di moda, fare il brunch coi colleghi, andare alla convention, dove parlare di business e semmai avere un flirt con la bella manager…

Mettiamola così: se abbiamo l’equivalente italiano, pensiamo bene ai barbarismi che siamo tentati di usare, e usiamo l’italiano oppure il barbarismo consapevolmente. Nulla vieta di dire week end anziché fine settimana, se sappiamo cosa stiamo dicendo. Se invece non conosciamo l’equivalente italiano allora dobbiamo considerare questa mancanza come un indicatore di pericolo. Se l’equivalente non lo conosco (o se proprio non c’è) l’uso di quel termine mi porta a usare concetti estranei: sono veramente appropriati? Cosa significano? Perché li debbo o li voglio usare? Perché è un codice del mio gruppo sociale di riferimento? Perché è un gergo che si usa nel mio settore professionale? O perché mi sento stupido se non lo uso, un paria, uno sfigato? Ecco, in quest’ultimo caso almeno l’uso di barbarismo comincia a somigliare pericolosamente a una patologia sociale.

13 commenti

  • Buongiorno Bezzicante. Il bell’articolo sulle parole straniere e sulla cultura che sottendono mi fa pensare a quanto sbagliamo quando crediamo che essa sia un fenomeno immutabile e quanto sia fragile la diga che si pensi di erigere a sua difesa; è piuttosto, credo, una entità in continuo divenire, che lo vogliamo o no. Ho l’impressione che quando una comunità vuole cristallizzare gli aspetti culturali che la contraddistinguono lo faccia perchè si sente minacciata da agenti culturali esterni; ma nella cristallizzazione c’è sempre il germe della fine.

  • Claudio Antonelli

    Speravo di veder messo alla berlina, per una volta, “in tilt”, espressione che nata anni fa nei bar della penisola quando gli italiani giocavano al cosiddetto “flipper” (in inglese “pinball machine”), infetta ormai il linguaggio orale e scritto non solo della gente comune ma di intellettuali e linguisti. Questi ultimi si consacrano invece alla denuncia giornaliera del “piuttosto che”, usato nel senso errato di “oppure”, errore in cui io non mi sono mai imbattuto ma che sembra essere invece una metastasi che occorra combattere ad ogni costo anche per ragioni ideologiche: l’espressione sarebbe di casa nei salotti berlusconiani.
    Ripeto: avrei voluto veder denunciati “in tilt” e “killer”, invece no. Nella lista degli anglicismi da condannare non ho mai trovato questi termini barzelletta, né in questo pezzo né nelle centinaia di articoli consacrati al tema del ridicolo scimmiottamento della lingua inglese o pseudo-inglese, fatto dagli italiani per provincialismo, snobismo e innata vocazione a lustrare le scarpe dello straniero. Come anglicismi si citano gli immancabili weekend, blue jeans, sandwich… Evidentemente “in tilt” e “killer” sono considerati termini ormai italianissimi.
    E mai che si denunciasse il ruolo del governo italiano che con i suoi “stalking”, “welfare”, “social card” e altre piacevolezze da lustrascarpe, contribuisce, dall’alto della sua mediocrità, alla colonizzazione linguistica della lingua nazionale che tende sempre più a divenire una “lingua barzelletta”.

  • Claudio Antonelli

    L’effetto inevitabile dell’immissione selvaggia nella nostra lingua di americanismi o inglesismi, fenomeno sviluppatissimo, è di snaturarla e di sgretolarla attraverso un trapianto contro natura che non solo ne distorce l’eufonia (il famigerato “suona bene”) ma indebolisce la coerenza e la chiarezza del “discorso”.
    Tale auto-inondazione lungi dall’essere prova di apertura di spirito – come tanti sostengono – e di adattabilità, di elasticità, di disponibilità verso cio’ che di buono ci viene dal mitico “Estero” e in particolare dagli USA, è invece la triste cartina di tornasole dello straordinario sviluppo che ha conosciuto nella penisola il vizio antico dell’esterofilia. Lo scimmiottamento della parlata dello straniero, infatti, non è altro che servilismo linguistico, noncuranza del proprio passato, disprezzo verso il grande bene comune che è la lingua nazionale.
    Difendere l’italiano dagli amplessi contro natura dell’inglese non è andare contro la storia, la modernità, il progresso, il celebrato “multiculturalismo”, ma è semplice rifiuto di farsi subordinare, trasformare, denaturare, emarginare.
    Invece d’innestare nel corpo della lingua italiana termini stranieri e spezzoni di frasi in un ridicolo e nocivo processo di trapianto linguistico contro natura, gli italiani, sempre cosi’ pronti al “copia e incolla”, potrebbero cercare di imitare lo spirito anglosassone, portato piu’ del nostro al rispetto delle regole, alla chiarezza della comunicazione e del linguaggio, e al rispetto del cittadino cui è diretta la comunicazione. In Italia, persino il linguaggio dei vari contratti di utenza e delle stesse bollette è poco comprensibile per il comune dei mortali. Occorrerebbe semplificarlo espungendo i termini spesso assurdi di cui è costellato. Ma la funzione del burocratese è proprio quella di tenere a distanza il cittadino, il quale, poverino, è oggi vittima anche di un burocratese a stelle e strisce che di certo non migliora il suo “welfare”.
    Possiamo dire che la nostra lingua, afflitta da un “borderline personality disorder”, rischia sul serio di andare “in tilt” per usare quest’altra balorda espressione presunta “inglese”.

  • Credo che TUTTI coloro che hanno un minimo di coscienza critica siano d’accordo che ciò di cui parla Bezzicante è da condannare (e non solo se è inconsapevoli).
    Forse farei meglio a scrivere un intero articolo in proposito, ma ora non ne ho il tempo, per cui cerco di limitarmi ad aggiungere pochi concetti che forse aiutano meglio a chiarire la situazione.

    Mi risulta che al Politecnico di Milano (per primo, seguito da quello di Torino, e poi probabilmente da altri) si fosse scelto di non permettere più di sostenere l’esame di laurea (solo) in italiano e di accettare solo quello in inglese. La cosa ha sollevato moltissime proteste, ed ora non so a che punto stiamo ora (ho cercato questa scelta sul sul sito del Politecnico, ma ne ho trovato solo una forma blanda).

    La “buona scuola” prevede il “CLIL”, e infatti sul sito del Miur (http://www.miur.gov.it/clil) si legge «L’insegnamento di una disciplina in lingua straniera è obbligatorio nell’ultimo anno dei licei e istituti tecnici.». Non so voi, ma io penso che fare Matematica in inglese faccia bene alla conoscenza dell’inglese, ma non a quella della matematica … e fra i due io privilegio SICURAMENTE la seconda: obbligare uno studente a fare matematica solo in inglese è criminale!
    E ovviamente prima di imporlo non c’è stato alcun confronto su questo tema.

    La scuola ha il dovere di insegnare almeno una lingua della comunità europea oltre alla propria, e questa è sempre l’inglese. La cosa è comprensibile, ma questo non aiuta a vivere la Comunità Europea, tant’è che spesso non si insegna nemmeno l’inglese britannico, ma quello “americano”; inoltre insieme all’inglese “made in USA” si promuove la “cultura” americana (che io chiamo, secondo me più propriamente: “non cultura”).
    Ad essere pignoli, per rispettare la legge, ora si dovrebbe cambiare la lingua, e non insegnare più l’inglese britannico, ma solo quello dell’Irlanda, che è rimasta l’unico Paese ad avere l’inglese come lingua propria …

    In Europa c’è un grande problema linguistico, che ha la caratteristica (normale in Italia, meno nel resto dell’Europa) di essere “completamente trascurato” e affrontato con metodi che lo rendono ancora più drammatico e che allontanano le soluzioni. Per intenderci, si ha che in Europa non solo non si collabora fra i vari stati, ma nemmeno si comunica, e le soluzioni adottate per affrontare il problema sono immorali e illegali (secondo le stesse leggi della Comunità Europea).
    Alla pagina https://it.wikipedia.org/wiki/Esperanto_ed_Unione_europea si legge che «… i risultati del Rapporto Grin, secondo cui il Regno Unito guadagna annualmente fino a 18 miliardi di euro l’anno grazie al predominio della lingua inglese sulle altre lingue comunitarie; il rapporto stimava inoltre che l’insegnamento diffuso dell’esperanto avrebbe potuto portare a un risparmio annuale per l’Unione di circa 25 miliardi di euro». Non è vangelo, per carità, ma credo che sia una notizia attendibile, come è attendibile che la Comunità Europea, di fatto, pur avendo dato incarico alla commissione che lo ha redatto, non l’ha preso nemmeno in considerazione.

    Faccio anche presente che, per esempio, la Banca Centrale Europea, che credo vorrebbe essere la principale al mondo, o almeno una delle principali, non ha nemmeno un nome, e sulle banconote si possono leggere le 9 sigle con cui è riportata e che corrispondono al nome della banca nelle 24 lingue della Comunità. Ma se io sto parlando in una lingua che non è della Comunità (per esempio l’esperanto) non posso far altro che tradurne il nome e/o la sigla …

    Mi fermo qui, perché il commento sta diventando troppo lungo, pur sapendo che i pregiudizi sull’esperanto faranno essere in disaccordo molte persone (ovviamente decisamente disingformate sull’argomento “esperanto”, ma che sanno con certezza che “se ne parlava anni fa, ma poi … oggi non c’è più nulla”).
    Faccio solo l’aggiunta che il rapporto Grin (ripeto che è un rapporto ufficiale delle CE, e probabilmente è “IL” rapporto ufficiale, cioè l’unico) riporta il pregiudizio sull’esperanto come (“unica”) causa del fatto che i politici della CE non lo hanno in pratica valutato come possibile soluzione.

  • Brevemente, perchè l’ ottimo articolo è già stato commentato ampiamente. Con riferimento all’ argomento trattato mi sento tremendamente orgogliosa si essere “itagnola”. In Spagna si traduce tutto, ma assolutamente tutto, alla lingua castigliana. All’ inizio mi faceva ridere, ma poi diventa normale e quasi ovvio conservare la purezza della propria lingua. Così i “pop corn”, nella terra iberica, sono “palomitas de maíz” (colombine di mais), l’ “hot dog” diventa “perrito caliente” (cagnolino caldo), il “mouse” è “ratón” (topo) e il PC è l’ “ordenador” (o “computadora” ) e via discorrendo. Fa ridere, vero?? Bè, a me fa infinitamente più ridere sentire le atroci storpiature, anche da parte di locutori di radio e televisione, giornalisti e laureati vari, che pronunciano l’inglese sbagliando regolarmente le regole di fonetica. Abbiamo la fortuna di parlare una delle più belle lingue del mondo (così mi è sempre stato detto dai miei amici stranieri) dovremmo impegnarci prima di tutto nella conoscenza dell’ italiano, che diventa sempre più povero, grazie anche ai personaggi di cui sopra. Sono sicura che il mio professore di lettere del liceo si starà rivoltando nella tomba : segnava sempre come errore grave l’uso di esotismi.

  • Claudio Antonelli

    “Jobs Act” e altre squisitezze
    Il ridicolo vezzo di adottare parole tratte da una lingua straniera – oggi il modello schiacciante è l’inglese, domani forse sarà il cinese – sostituendo con esse termini italiani perfettamente validi fu denunciato dal linguista Bruno Migliorini in questi termini: “Il danno per le singole lingue non sta tanto nell’accogliere parole forestiere, quanto nell’accogliere parole di forma aliena dal sistema fonologico di ciascuna lingua; e nell’accogliere parole per cui già esisteva un termine adeguato.” (Bruno Migliorini, Lingua contemporanea). Una spiegazione di questo vezzo esterofilo, sempre secondo Migliorini, è che “Crollato il fascismo, il gusto della ritrovata libertà spinse ad adoperare parole forestiere a dritto e a rovescio.” Insomma dal fascismo siamo passati ad una sorta di “sfascismo”.
    “Jobs Act” non è altro che la “legge sul lavoro” voluta dal governo Renzi. Ma perché aver dato a una legge italiana un titolo inglese? Chi se lo chiede mostra di non conoscere la passione esterofila degli abitanti della penisola, avvezzi da secoli ad ammirare gli stranieri.
    Così abbiamo della penisola, per volontà dei governanti, il “ministro del welfare” (“ministro dello stato sociale” o, a scelta, “ministro del benessere”), la “social card” (“tessera sociale”), la “spending review” (“revisione della spesa”), il “question time” (“periodo delle interpellanze” oppure “tempo delle interrogazioni”), la “service tax” (“tassa sui servizi”), cui si affianca una massa crescente di parole ed espressioni anglo-italiane ormai ufficiali, quasi sempre mal pronunciate e che spesso snaturano il loro significato originario perché usate in senso sbagliato o di cui ci si serve in una sola delle numerose accezioni che hanno nella lingua inglese.
    Ad esempio “in tilt” è usato dagli italiani nel senso di “bloccato”, “paralizzato”, come nella nota espressione “traffico in tilt”. Ma “in tilt”, in inglese, vuol dire “inclinato”. Quindi il traffico in “tilt” è un “traffico inclinato”. “Full tilt” poi vuol dire “A tutta birra.”
    “Badge” è un’altra di quelle parole angloamericane usate con voluttà dagli italiani. Ma che disorientano chiunque conosca l’inglese. Infatti, il “badge” italiano non è il “distintivo”, l’“emblema identificativo”, e men che meno è un “badge d’onore”, ma è il “cartellino” che si timbra al lavoro oppure è la tessera plastificata, la scheda d’identificazione elettronica. In Italia non si timbra piu’ il cartellino, non s’inserisce la scheda identificativa. Si striscia invece il badge. E nello “strisciare” gli italiani sono maestri. Dai giornali: “L’indagato si recava al lavoro soltanto per strisciare il badge nei dispositivi di rilevazione elettronica delle presenze assentandosi poi per tutto il turno di lavoro.”
    “Writer” in inglese significa “scrittore”. Nella penisola ha assunto invece il significato balordo di “imbrattatore di muri”, “graffitaro”.
    “Toast” in inglese vuol dire “brindisi” o anche “fetta di pane abbrustolito”. Per gli italiani tale termine identifica invece il “tramezzino ripieno”.
    “Trolley” senza altre specificazioni, come è usato nella penisola, per gli italiani, – ma non per gli inglesi – vuol dire “valigia con rotelle”.
    “Boss” è usato solo in riferimento alla malavita. Qualunque malavitoso per gli italiani merita l’appellativo di “boss”. Da parte mia non dirò quale appellativo meriterebbero gli italiani…
    “Killer” rimpiazza una varietà di termini: uccisore, sicario, assassino, omicida. E al pari di “killer” altri termini inglesi hanno sostituito parole italiane perfettamente valide. “Flop” ha rimpiazzato “fiasco”, il nostro “tifoso” è divenuto un “supporter”, “jackpot” è usato al posto di “montepremi”, “gossip” ha eliminato “pettegolezzo”.
    Lo slogan di una recente campagna di reclutamento della marina militare italiana, campagna rivolta quindi a degli italiani, è stato “Be cool and join the Navy”. Per incoraggiare gli italiani ad avere figli, il ministero italiano della Salute ha lanciato il “Fertility Day”. La legge contro lo “Stalking” ha fatto dell’Italia il paese con il maggior numero di denunce per stalking al mondo. È proprio vero: perché una legge abbia successo occorre darle un titolo inglese. L’”Election Day”, infatti, ha avuto gran successo, soprattutto per Renzi e Gentiloni, divenuti primi ministri senza essere mai stati eletti.
    Non c’è che dire: per gli italiani, in inglese è meglio. E visto che l’inglese comporta “glamour”, io proporrei che la “Settimana della lingua italiana” diventi “Italian language week”.
    Il giornalista Beppe Severgnini, entusiastico sostenitore del gergo anglo-italiano, ha scritto che “Le parole sono come il sangue: devono circolare. Così le lingue restano vive. Le lingue morte non le molesta nessuno”. In realtà le masochistiche automutilazioni linguistiche che fanno godere gli italiani alla Severgnini sono una grave minaccia per l’italiano, perché una lingua che perde continuamente pezzi è come un’auto: non farà molta strada.

    • Grazie Claudio Antonelli, chiarissimo quadro della triste realtà. La cosa più assurda e ridicola di questa situazione è che gli italiani , secondo le statistiche, non sono degli assi nel parlare le lingue straniere, l’inglese in particolare (http://www.britishinstitute.roma.it/classifica-conoscenza-lingua-inglese-italia/) ma non c’è bisogno di consultare dati, basta ascoltare alcuni discorsi istituzionali di Matteo Renzi e altri esponenti della politica nostrana per mettersi le mani nei capelli. E che dire dell’ attuale Ministro degli Esteri ?? Che Dio salvi la lingua italiana, perchè se devono farlo gli italiani stiamo freschi !!! 😁 😁

  • Scriptum, idemque solito more, maxime aestimabilis: nobis memorat quam linguae arma dominationis atque custodiae mentium et rationium sint.
    In huiusmodi causis Sancta Romana Ecclesia docet.

    Cum solita faceta ironia, vale 😉

    • Hahahaha, grande Luca, riesci sempre a sorprendermi! Anche i Romani usavano quella tecnica, prima della Chiesa, e guarda che impero avevano creato 😉 Adesso ci stanno provando gli Yankee, tra lingua e cibo siamo ad un passo dalla dominazione.

  • È il nostro senso di inferiorità ed inadeguatezza che ci porta ad usare eccessivamente parole anglo-americane al posto dei corrispettivi termini italiani, più adeguati. Siamo sempre pronti a denigrare e criticare tutto dell’Italia e degli italiani, dimenticando che, se escludiamo principalmente la corruzione imperante e l’ignoranza diffusa, abbiamo veramente tanto di cui essere orgogliosi. Dell’Italia e degli italiani. La nostra lingua, comprese le lingue regionali che oggi sono dialetti, in tempi in cui non c’era la globalizzazione ha esportato moltissimi termini in tutti i paesi e le lingue del mondo; parole usate tutt’ora. E non parlo nemmeno dei termini latini, non voglio sembrare esagerata… ma l’attuale sudditanza culturale verso tutto ciò che è straniero è preoccupante.
    Forse è per fare sfoggio di conoscenza in un paese di ignoranti relativamente alle lingue straniere? Conta molto il peso del dopoguerra e della televisione: usare termini inglesi dà status, fa figo, perché gli americani sono fighi: hanno vinto la guerra, fanno i film di Hollywood, dettano legge in campo musicale (assieme agli inglesi). Non resta che imitarli ed atteggiarsi a poliglotti, cosa che fa tanto tendenza.
    Io personalmente, pur conoscendo tre lingue straniere, ultimamente vivo una sorta di rifiuto per l’uso dei termini stranieri, soprattutto per quelli della lingua inglese. Che spesso sono sconosciuti, nel significato che noi attribuiamo loro, dagli anglofoni stessi. Chissà come si sentivano i latini medievali che assistevano all’imbarbarimento (letteralmente!) della loro splendida lingua…

  • Claudio Antonelli (Montréal)

    Sperando di non essere invasivo…

    Dai giornali: “In seno all’Unione Europea, per la selezione del personale è richiesta la conoscenza solo di inglese, francese e tedesco. Sono anni che l’Ufficio Europeo di selezione del personale viola le norme dell’Ue, richiedendo il tedesco, l’inglese o il francese come lingua di comunicazione e come seconda lingua da conoscere dopo quella madre”.

    Non c’è che dire, a Bruxelles, all’Unione Europea, l’italiano è fuori dal gruppo ristretto delle lingue stabili dell’Unione, al quale appartengono l’inglese, il francese e il tedesco. Come reagire se non con un commento, espresso nell’italiano d’oggi, lingua “cool” aperta al “diverso”? Ecco quindi il mio commento.

    Questo “flop” della lingua italiana, andata “in tilt” a Bruxelles, non è purtroppo né una “exit stategy” né un semplice “gossip”, ma somiglia ad un indigesto “reality”. Io suggerirei che in Italia creino subito un’“Authority”, doverosamente “bipartisan” e provvista di “moral suasion”, per intervenire in maniera appropriata – istituendo se necessario anche un “Italian-day” – a protezione del “welfare” della nostra lingua, vittima del “pressing” e dello “stalking” condotto da quel “killer” linguistico che è l’inglese. La cui avanzata – è doveroso aggiungere – è favorita dagli “assist” di tanti italiani che, ossessionati dal “look”, scimmiottando gli angloamericani pensano di essere “trendy” e “cool” mentre in realtà si rivelano dei perfetti “asshole”.

  • Scusate se sono fissato, ma pur apprezzando lo spirito dell’ultimo post di Claudio Antonelli, mi ricordo che quando l’italiano fu eliminato dalle “quattro lingue di lavoro”, il fatto suscitò lo scandalo in Italia, e che invece io, al solito, mi scandalizzai che ci si scandalizzasse: il problema non è che “noi non ci siamo”, ma che alcune lingue non ci siano, mentre le norme europee IMPONGONO che tutte le lingue siano paritetiche.
    È illegale scegliere che esistano le lingue di lavoro, e il fatto che lo facciano i parlamentari europei è molto significativo. Sicuramente se ci fosse la cognizione del “problema delle lingue in Europa”, ci sarebbero meno problemi, fra cui molti di quelli di cui si parla in queste pagine.

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