Il voto del 4 marzo, tre giorni dopo… e molti giorni “prima”

Tra lunedì e martedì, abbiamo visto concretizzarsi alcune delle prime conseguenze del voto di domenica scorsa. Se è un ricorrente malcostume dei nostri politici non riconoscere mai le sconfitte, devo dire che questo è un caso particolare, anche a causa della legge elettorale: infatti è difficile negare che ci sia più di un vincitore.
Il primo vincitore è sicuramente il Movimento Cinque Stelle: la sua crescita, avvenuta tra l’altro in buona misura a spese dell’avversario più preso di mira, il PD, ne ha fatto largamente il primo partito italiano, “asso pigliatutto” al Sud e comunque sempre ben posizionato al Nord. È evidente che gli elettori hanno collocato il M5S al centro dello scenario politico nazionale.
Il secondo vincitore è, formalmente, la coalizione di Centrodestra, che ha ottenuto (come tale) il maggior numero di seggi. Tuttavia è chiaro che tra le diverse anime che la compongono il vero vincitore è Matteo Salvini che con la Lega supera Forza Italia nel “referendum interno” che in un certo senso accompagnava queste elezioni. Il risultato di Forza Italia è sicuramente negativo, mentre quello di Fratelli d’Italia è buono ma non apre chissà quali prospettive, in un paesaggio politico piuttosto “affollato” a destra.
Chiaramente sconfitte, quando non clamorosamente, tutte le forze collocate a sinistra, con in prima fila il PD, ma con Liberi e Uguali che prende una batosta non meno pesante, e con le altre forze minori ugualmente penalizzate dall’elettorato, incluso +Europa che proprio di sinistra non sarebbe.

Ma vediamo un po’ di numeri, che nel momento in cui scrivo sono pressoché definitivi, tenendo presente che la maggioranza alla Camera è di 316 seggi e quella al Senato di 158.

La coalizione di Centrodestra può contare su 260 deputati e 135 senatori.
Il Movimento Cinque Stelle avrà 221 deputati e 112 senatori.
Il Centrosinistra (quasi tutto rappresentato dal PD) avrà 112 deputati e 57 senatori.
Liberi e Uguali può contare su 14 deputati e 4 senatori.

In aggiunta, 12 deputati e 6 senatori saranno assegnati in base ai voti della Circoscrizione Estero.

Come è facile vedere, comporre una maggioranza è un’operazione acrobatica; se vi sentite dei Mattarella incompresi, potete provare a metterne assieme una voi col simulatore di SkyTG24. La sostanza: nessuno può trovare una maggioranza soltanto facendo “campagna acquisti” per attirare qualche trasfuga dagli altri gruppi parlamentari. Bisogna che uno dei “vincitori” riesca ad attirare il sostegno di un altro blocco, o di una parte importante di esso. Gli scenari apparentemente più probabili: o M5S + Lega (con disgregazione del Centrodestra), o M5S + almeno metà PD (con disgregazione di quest’ultimo). Naturalmente, fa molta differenza allearsi con un vincitore (al quale occorre quindi offrire una sostanziosa contropartita politica) o con uno sconfitto (al quale basta offrire un po’ di poltrone, ma senza trattare sui contenuti se non quanto basta per salvare la faccia). Quindi, è chiaro che Di Maio preferirebbe questo, anche perché così si garantirebbe la scomparsa politica non solo di Renzi ma del PD stesso, che non sopravviverebbe certo a una legislatura trascorsa a fare la stampella dei pentastellati.

Questa è la situazione oggi. Ed è per questo che Renzi lunedì ha commesso l’ennesimo errore di arroganza, annunciando delle “dimissioni a orologeria” che hanno dato facile spunto ai suoi avversari interni ed esterni per attaccarlo nuovamente. Lo scopo di Renzi è evidentemente “blindare” il PD per impedire un accordo con il M5S: è chiaro infatti che finché Renzi è segretario, Di Maio non gli offrirà mai di collaborare, perché sarebbe massacrato dai suoi stessi militanti.
Quanto a un accordo con la Lega, a me sembra meno impossibile di quanto le due parti vogliano far pensare. Il M5S è nella condizione di poter offrire molto: su sicurezza, immigrazione, semplificazione burocratica e tasse sulle imprese il M5S non ha pilastri programmatici incompatibili con le priorità leghiste. Se Di Maio offrisse a Salvini la garanzia di decidere su questi temi, siamo sicuri che il leghista rifiuti?

Dall’altra parte, ed è davvero un’ironia, Renzi che ha ostinatamente perseguito il proprio potere a scapito del partito senza comprendere che avrebbe così perso inevitabilmente entrambi, oggi è paradossalmente l’unica diga che impedisce il definitivo smembramento del partito. Allo stesso tempo, è chiaro che per riprendersi il PD dovrà liberarsi di Renzi il prima possibile e cercare una nuova leadership che potrebbe venire forse da un uomo che si è tenuto accuratamente fuori dalla contesa elettorale, il ministro Claudio Calenda, che ha annunciato la sua adesione al PD, con l’obiettivo evidente di recuperare il consenso perduto. Ma per questo percorso occorre tempo, almeno un paio d’anni, a patto che nel frattempo il PD tenga e i suoi parlamentari non si “vendano” alla spicciolata per sostenere un governo sotto altre bandiere, e che d’altra parte non si torni subito alle urne, dove sarebbe spazzato via. Questa potrebbe essere, alla fine, la minaccia che Mattarella, tramite le sue “sponde” interne al partito, potrebbe usare per convincere i parlamentari PD a sostenere un governo di altri.

Insomma, non sarà facile uscire dallo stallo in cui l’esito del referendum costituzionale prima, la legge elettorale approvata poi, e infine i rapporti di forza emersi dalle urne ci hanno cacciato. Cosa farà Mattarella, nei molti giorni che ci separano dalle sue decisioni?

È sicuramente possibile che il Presidente offra un pre-incarico a Salvini: sarebbe a mio avviso la scelta più corretta, vista la natura della legge elettorale. Tuttavia mi pare davvero improbabile che Salvini riesca a raccogliere i consensi necessari, o che Mattarella gli consenta di presentarsi in Parlamento a chiedere un voto di fiducia senza maggioranza. E allora? Allora, dando per scontato che il M5S non faccia altro che respingere ogni tentativo di un Presidente del Consiglio che non venga dalle sue file, prima o poi Mattarella dovrà verificare se esiste la possibilità di un governo a guida M5S, e a quel punto vedremo se uno dei due scenari M5S + Lega o M5S + PD potrà concretizzarsi. O se Mattarella, personaggio silenzioso ma abile tessitore, troverà una diversa quadratura del cerchio.

 

 

4 commenti

  • L’unica strada possibile è formare un governo di minoranza M5S-PD: niente ministri, nè altre poltrone ai democrats…solo un appoggio esterno all’esecutivo…sta succedendo (con buoni risultati) in Portogallo, nn si vede perchè, con un minimo di buona volontà, nn si possa fare lo stesso in Italia.

    In questo modo, i 5S avrebbero l’onere esclusivo del governo (è quello che vogliono) e il PD potrebbe tornare nel gioco politico con una funzione determinate, ma senza doversi sporcare troppo le mani.

    D’altra parte, la squadra di governo proposta da Di Maio nn mi pare affatto così invotabile: nn c’è nessun vetero anti-europeista, nè altri soggetti estremisti, che siano di destra o di sinistra. Un governo del genere potrebbe essere tranquillamente lasciato nascere da un partito di ispirazione socialdemocratica qual è il PD. Vale la pena provarci, poi a staccare la spina se le cose nn vanno come auspicato, si fa sempre in tempo.

  • Ed un bravo costituzionalista come Presidente del Consiglio, a guisa di Governo Tecnico? Stefano Rodotà ci ha lasciati troppo presto, altrimenti lui sarebbe stato il “non plus ultra”, ci rimane Gustavo Zagrebelsky. C’è un bell’ articolo di Paolo Flores d’Arcais su Micromega http://temi.repubblica.it/micromega-online/dopo-il-4-marzo-eguaglianza-o-barbarie-il-m5s-e-la-necessaria-mossa-del-cavallo/

    • Grazie per la segnalazione dell’interessante articolo. A me pare che Flores d’Arcais abbia ragione ad auspicare, anziché una trattativa “bassa” (ad esempio “arruolare” i singoli parlamentari PD con la carota di qualche incarico e il bastone della minaccia di nuove elezioni immediate), uno “spariglio alto”, ossia una mossa che esca dalla logica della pura convenienza di parte e che apra una nuova linea di “gioco”. Naturalmente una mossa del genere può farla solo chi ha le carte in mano, e dall’altra parte può temere qualche manova di segno opposto, ossia il M5S. Poi la direzione dello spariglio si può discutere, ed è onestamente difficile pensare che da questa situazione esca un governo che punti ad alzare le tasse e a imporre una patrimoniale per combattere le disuguaglianze…

  • Girgio Giannelli

    Tutto molto interssante, ma – Renzi a parte – non vedo nessuno nel PD che conta, disposto a una operazione del genere. La cosa migliore è puntare subito a nuove elezioni con una legge eletttorale che non si chiami tuffa.

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