Da figlia a padre. La sinistra che ancora c’è

Mio padre e la mia famiglia sono di sinistra. Da sempre. Di quella sinistra che ha lavorato nei campi e nelle fabbriche. Quella sinistra lì, con le mani sporche di lavoro. Con le tute da lavare nel fine settimane, che a volte necessitavano di due passaggi in lavatrice, e nei colletti prima di un passaggio a mano.

Quella sinistra che ascoltava Berlinguer e leggeva l’Unità ogni santo giorno.

Sono cresciuta in quelle pieghe fatte di valori di sinistra per qualcuno, per me fatta solo di giustezza e di profumo di democrazia e verità. “Noi siamo comunisti” diceva mio nonno, con quella fierezza di gente che ha vissuto la guerra, la fierezza di chi ha avuto la zia tormentata dai tedeschi e la memoria viva, sui propri morti.

Scrivere di questo, ora, mi commuove, perché mettere nero su bianco il passato che si porta dentro, non è né semplice, né facile, e neppure indolore molte volte.

Lunedì, scorso, dopo il terremoto elettorale, mio padre mi chiama e mi dice “ho la febbre”. Un modo tutto suo, fisico, per farmi capire che c’era rimasto male di quello che era successo alle urne il giorno prima.

Cosa ha fatto Renzi? Mi piaceva Renzi. Cosa ha fatto? Lo sai che dicono brutte cose al bar?”. Non ho saputo rispondere lì per li, non ho voluto. Ma i prossimi giorni andrò da lui e gli dirò quel che penso. Siamo abituati così, a dirci le cose in faccia.

Gli dirò che è un’epoca difficile, e che non tutto viene compreso e c’è tanta, troppa confusione, per vedere con nitidezza le cose, le persone, i fatti. Gli ricorderò che siamo in democrazia, e in tantissimi non hanno votato la sua sinistra, e le cose sono cambiate, e cambieranno. E cambieranno ancora. Ed è un fatto che va accettato.

Gli dirò che le “sberle” servono per capire, sedersi e capire e che il valore della parola che lui mi ha insegnato non è più quello, e c’è parecchio caos nell’aria, ma che sono comunque fiduciosa per il futuro di tutti noi. Gli dirò che c’è ancora una destra ed una sinistra, non è esattamente quel che penso, ma a lui farà bene sentirlo. “I terremoti scuotono le fondamenta, papà, e questa volta il terremoto era necessario”. Non capirà, ma glielo dirò comunque.

Gli dirò che ora Renzi è in vacanza, ha terminato il suo lavoro, e presto ci sarà un altro “Renzi” che saprà ascoltare le persone, tutte le persone. E si siederà con ognuno di loro a parlare, guardandole negli occhi e stringendo le mani. Senza correre, senza fretta.

Gli dirò che la politica è una bella cosa, nonostante tutto.

E che ancora ci credo.

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