Ma essere cittadini informati serve davvero?

Cosa pensate dei risultati delle recenti elezioni? Cosa ne pensiamo noi lo sapete, perché abbiamo pubblicato molti post, sia prima delle elezioni che dopo, commentando le proposte dei vari partiti, gli scenari di coalizione, i nuovi rapporti di forza, eccetera. Potremmo serenamente dire che le linee di pensiero che abbiamo proposto si sono rivelate (confermate) nettamente minoritarie nell’elettorato italiano. Se non siamo particolarmente entusiasti dell’esito elettorale, certo però non ne siamo rimasti troppo sorpresi.

Una delle chiavi di lettura che circolano, relativamente alle nostre recenti elezioni, è che il risultato italiano sarebbe parte di un più ampio fenomeno di “crisi dell’Occidente liberal democratico” (per usare le parole del ministro Calenda), e che un filo unirebbe la Brexit, l’elezione di Trump e i successi di M5S e Lega in Italia. Onestamente, non mi interessa qui stabilire se sia vero; certo è che, come scrivevo, anche chi alla fine ha votato PD o centrosinistra in generale non può essere rimasto troppo sorpreso dalla sconfitta, mentre ad esempio la vittoria di Trump in USA è stata una sorpresa estremamente traumatica per tantissimi Democratici, molti dei quali hanno fatto un’enorme fatica a elaborare il lutto.

Un caso singolarissimo, che è raccontato dal New York Times in un recente articolo dal titolo L’uomo che sapeva troppo poco, è quello di un uomo, un ex manager benestante, che dopo la vittoria di Trump ha semplicemente deciso di mantenersi all’oscuro di qualsiasi informazione che abbia a che fare con la politica. Il signor Erik Hagerman vive in una specie di fattoria in Ohio, e dal giorno dell’elezione di Trump ha tenuto fede a questa decisione. Non è semplicemente che non si informi: ovviamente non legge quotidiani, non guarda notiziari, eccetera; la realtà è che tiene attivamente a distanza ogni informazione sulla politica. Quando va a fare colazione in un caffè, indossa gli auricolari e ascolta rumore bianco per coprire le conversazioni degli altri avventori; i suoi amici e conoscenti sono stati messi al corrente ed evitano di toccare con lui qualsiasi argomento “proibito”, o hanno interrotto i rapporti con lui; i suoi investimenti sono gestiti da un fondo i cui rapporti trimestrali finiscono direttamente nella spazzatura. Hagerman non ha mai sentito parlare delle inchieste su Trump, delle schermaglie con la Corea del Nord, dei dazi, o di qualsiasi altro argomento simile.

Difficile considerare completamente sano un comportamento simile, mi è venuto da pensare. Eppure, il signor Hagerman è stato preso molto sul serio da parecchi lettori del NYT: molti, anzi, hanno commentato “beato lui”, e non solo perché può permettersi di vivere agiatamente senza più dover lavorare in un’azienda. Hagerman dedica il suo tempo a gestire la sua proprietà, a creare opere d’arte e a progettare la valorizzazione di un’area naturale che ha acquistato e che vorrebbe poi donare alla collettività. Secondo un lettore,  in questo modo “il suo contributo alla società sarà molto più duraturo e significativo che se trascorresse il tempo in uno stato di frustrazione, urlando contro la TV. Buon per lui”. E quindi, la mia riflessione successiva è stata: senza bisogno di arrivare a questi estremi, chiediamoci: essere cittadini informati, politicamente attenti, osservatori consapevoli delle intricate vicende della nostra politica, quale effetto benefico reale ha sulla vita nostra e di coloro che ci circondano? A cosa serve?

Chiaramente, serve a prendere posizione in modo ragionato, d’accordo. A non omologarsi al minimo comune denominatore del malpancismo e della demagogia. Ma questa posizione è davvero qualcosa che ha un effetto reale, o è fine a se stessa? Visto che personalmente ritengo di collocarmi certamente in una minoranza (intendo come approccio, prima ancora che come schieramento), è chiaro che non può essere semplicemente il trascurabile peso del mio voto a giustificare tutto il tempo e l’attenzione che dedico all’osservazione di tutto ciò che, in senso ampio, ricade nella politica. Renzi e Gentiloni, D’Alema e Di Maio, Salvini e Berlusconi, le banche e la Buona Scuola, l’Europa e i migranti, la flat tax e il Reddito di cittadinanza… a che mi serve, a che ci serve conoscere tutto ciò? Fa davvero parte, come spesso penso, dei doveri di un buon cittadino?

Diversi lettori del NYT hanno osservato che potersi disinteressare così radicalmente della politica è a suo modo un lusso: “Hagerman può nascondersi dal “trumpismo” solo perché è benestante e bianco”, commenta una lettrice che presumibilmente non è né l’una né l’altra cosa. Ma forse anche vivere informati è un lusso; e forse uno dei motivi per cui molti italiani (e non) tendono ad accogliere con favore i semplicistici slogan e le fake news del populismo globale non è che sono “analfabeti funzionali”, come qualcuno ha suggerito, ma che sapere abbastanza da avere opinioni autonome e basate su una quantità sufficiente di fatti e di analisi è costoso. In termini di tempo, energie, denaro; e non tutti possono o vogliono permetterselo. E a noi che “ce lo permettiamo”, perché abbiamo una condizione che ci permette di leggere (o scrivere!) articoli di approfondimento anziché (che so) annunci di ricerca di personale, alla fin fine conviene?

Non so se ho una risposta. Forse, penserei, ha senso solo se tutto questo sforzo vale a cambiare qualcosa di più che qualche idea nella nostra testa. Se alla fine siamo capaci di fare almeno un po’ di differenza, non tanto votando, ma essendo presenti in modo non passivo nella società. Di sicuro, Bezzicante e io, ad esempio, nell’aprire questo blog, avevamo più o meno nitidamente in mente qualcosa del genere; ma che il gioco valga davvero la candela, è difficile dirlo.

 

5 commenti

  • Carissimi, questo blog è sempre efficace ma si rivolge a un pubblico che vuole andare oltre gli slogan. Le persone meno attente a cui vorreste arrivare hanno bisogno di parlare e comprendere, è impossibile esimersi dal lungo e impegnativo confronto. La pubblicazione di un bel testo articolato, volendo fare la differenza, è fine a se stessa, piace ai più attenti ma non arriva oltre… mi chiedo se, per fare la differenza, sareste disponibili a spendere maggiori quantità di tempo spesso senza avere la sensazione di avere fatto capire molto all’interlocutore? Qualche politico ha fatto lo stesso errore. Calare dall’alto la propria visione compiuta delle cose. Ma di base quelli che hanno fatto la differenza sono i votanti, che sono stati presi per mano e accompagnati alle cabine elettorali da altri politici più “terra terra” che hanno investito tutto sulla strada, in camper e sulle tshirt da battaglia.

  • Non so. Io cerco di far sì che la sommatoria delle mie azioni in una giornata abbia avuto un saldo positivo sulla situazione altrui (cercando di evitare che ciò danneggi me e/o le mie necessità lavorative). Ma siamo a un livello diverso da quello evocato dal dr.Ottonieri, direi quasi social-emotivo. Faccio più bene o faccio più male? Non lo so. Per quanto riguarda invece questo blog sono certo che un po’ di bene comune (inteso come aumento della consapevolezza e incremento della propria capacità di analisi) sia stato raggiunto. Solamente mi viene il dubbio che questa linea editoriale così razionale, con una punta di europeismo consapevole e pietas, sia apprezzabile solo da chi, in questa strada, già si era incamminato. Poi c’è il rischio di sentirsi un poco intellettuali snob. Cari saluti

  • Io trovo che questo articolo di Ottonieri sia angosciante. Il più angosciante mai pubblicato su questo blog, perché pone la domanda fondamentale: cosa cambiamo? In che modo facciamo la differenza? A cosa serviamo? Questo sforzo ideativo, argomentativo, questo progetto editoriale, è fine a se stesso? Se ne fossimo certi dovremmo chiuderlo, subito. Ma non possiamo neppure mostrare degli eventuali “successi”. E poi: in cosa consisterebbe il ‘successo’? Tutto questo mi lacera da parecchio tempo e rende più cupi i miei articoli. Lunedì leggerete – se vorrete – la mia opinione in merito, e sarà cupissima. Ma, alla fin fine, un attimo prima della disperazione c’è la convinzione (o meglio: la speranza) che la piccola comunità di lettori che abbiamo creato sia qualcosa di vitale, sia intelligenza in movimento, sia capitale sociale spendibile – ognuno deciderà come – nell’arena sociale, culturale e politica di questa epoca forsennata, terribile e meravigliosa.

  • Io prima delle elezioni cerco sempre dei piani di fattibilità delle varie proposte elettorali. Non ci sono fatti come si deve? Faccio come quel tipo che si isola dalla politica.

    Senza piano di fattibilità c’è solo la prova che i politici stessi non stanno dicendo nulla di utile, per cui non sto a perdermi e faccio qualcosa di meglio. Fa molto più pro a me e a chi mi sta intorno.

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