Siamo noi che scegliamo un libro o è lui che sceglie noi?

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Abbiamo sentito dire, o letto da qualche parte sulla rete, che se siamo così cretini è perché leggiamo poco, oppure per niente.

Sulla scia della riflessione di cui sopra, ci viene voglia di comprare un libro. Ancora prima che di decidere quale, l’universo sorride mentre un frammento di luce sta già rischiarando il panorama intergalattico.

L’acquisto di un libro è piccola scelta, un investimento che può andare da poco meno di un euro (per una versione digitale in promozione) a poco più di quindici per una cartacea.

Eppure la variazione minima che stiamo per compiere porterà un cambiamento sensibile nel comportamento dell’intero sistema.

Soprattutto se crediamo a Turing e a Lorenz.

Il primo, nel 1950, nel suo saggio Macchine calcolatrici e intelligenza, scrive:

Lo spostamento di un singolo elettrone per un miliardesimo di centimetro, a un momento dato, potrebbe significare la differenza tra due avvenimenti molto diversi, come l’uccisione di un uomo un anno dopo, a causa di una valanga, o la sua salvezza. (Alan Turing, Macchine calcolatrici e intelligenza, 1950, pag. 7 e 8)

1-18Il secondo, professore al MIT, in un paper del 1963, Deterministic Nonperiodic Flow, scrive che il battito di ali di una farfalla in Brasile può provocare un tornado in Texas (si legga anche questa fonte).

La scelta di comprare un libro è una buona scelta a prescindere dal destinatario: che sia per noi o per qualcun altro, stiamo già facendo del bene all’intelligenza cosmica che ci circonda e – se poi ancora non fossimo convinti – va detto che comprare un libro è meglio di un sacco di altre cose, fra le quali citiamo a titolo esemplificativo ma non certo esaustivo: scaccolarsi sul divano; ingozzarsi di zuccheri; camminare modello zombie in uno degli oltre mille centri commerciali della penisola a caccia di stafilococchi; guardare una trasmissione in TV o fare polemica sui social in cerca di like.

La scelta di quale libro comprare dipende da un certo numero di variabili che pur essendo tutte piuttosto specifiche, ruotano intorno a una e una sola domanda: chi siamo noi.

Codesto interrogativo si aggancia quindi a come ci nutriamo, muoviamo, consideriamo. A chi ci ha allevato e innaffiato, alla societas che frequentiamo e agli status ai quali aneliamo.

Prendiamo una libreria a caso e infiliamoci le zampe.

Facciamo finta di essere un mistery client (cioè un tizio pagato per far finta di essere un cliente qualsiasi e valutare il servizio offerto) e spalanchiamo gli occhioni: guardiamo il percorso che il libraio ci propone, guardiamo gli scaffali, i colori e i cartelli.

Se siamo normali, cioè uno di quegli esseri umani sul cucuzzolo della campana che rappresenta la norma (con una normo-preparazione e normo-gusti di quelli che crediamo siano davvero nostri), è facile che ci si senta attratti dal cubone dei bestseller: sono le fascette a chiamarci.

Gli slogan e i bollini dei premi urlano in maiuscolo per richiamare le nostre sinapsi e farci pensare che “se ha vinto il premio dell’anno sarà il miglior libro dell’anno” e può pure essere, così come è possibile che Miss Italia sia la fanciulla più bella del Paese.

Ma non è detto, perché la Miss Italia in questione potrebbe anche essere carina ma niente di che, la rappresentazione figa dell’italiana media, selezionata da una giuria che non premia, chessò, le proporzioni, l’equilibrio, l’armonia globale, ma la sciacquettitudine o la mediocrità col vestito della festa. Magari per contrasto perché

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Claudia Triste

magari l’anno prima aveva vinto una di quelle strane, magari una negra. E no, non stiamo dicendo che Claudia Triste (1997) fosse una sciacquetta, anzi: stiamo solo facendo correre i criceti.

Così come il libro fascettato, quello che recita “otto milioni di copie alla prima edizione” (senza verbo), potrebbe essere banale, perfino noioso: addirittura una lagna o una zuppa che sa di vecchio perché magari, e diciamo magari, la giuria che l’ha eletto ama le zuppe che sanno di vecchio.

Perché le giurie amano le zuppe. Così come il pubblico ama le lagne (quasi quanto gli scandali) e mica solo sui e nei libri, ma pure in TV.

E visto che il pubblico siamo noi, rappresentati da un campione di 16.200 famiglie monitorate dall’Auditel con un aggeggino che si chiama Meter, significa che siamo sempre noi quelli che vanno in brodo di giuggiole per le zuppe.

hqdefaultI bestseller ci piacciono perché piacciono alla gente che piace, come la Y10 dello spot.

Proviamo repulsione per la cacca, ma siamo come le mosche o le pecore, ed è spesso su quella che svolazziamo e bruchiamo.

L’avanguardia è rara (o smetterebbe di essere avanguardia) ed è figlia di tutte le cose strane, sbagliate, fuori registro che abbiamo sperimentato, degli spazzini che conosciamo, così come degli handicappati, dei negri, delle femmine e degli zingari che abbiamo avuto il culo di incontrare nelle nostre vitucole photoshoppate.

Perdona lo sfogo, lettore illuminato, e torna alla libreria per domandarti chi è che sceglie il libro. Alla Marzullo: siamo noi che scegliamo i libri o sono loro che scelgono noi?

Beniamino Placido una volta scrisse che i giovani lettori farebbero bene a sbarazzarsi al più presto di un abbaglio, “l’errore di pensare che siano loro a leggere i libri. No, sono i libri che leggono noi. Ci conoscono, anche se sono stati scritti cent’anni fa. Ci scrutano dentro. Ci rivelano” (Guido Vitiello sull’Internazionale del 24 maggio 2017).

È il libro che ci sceglie.

Nasce per noi, viene impaginato e incopertinato per andare incontro ai nostri gusti (ta-dààà), promosso per convincerci che sia quello giusto, con le parole giuste, i valori giusti (cioè quelli che ci fanno sentire esattamente come vogliamo sentirci), i meme da fotografare e postare su TwiFaceStagram.

Quindi, tutto è perduto? All is lost?

In tutte le opere di narrativa che funzionano c’è uno schema che si ripete:

  • set up
  • debate
  • leaves old world for new one
  • fun & games
  • bad guys close in
  • all is lost
  • finale.

“All is lost” viene prima del Finale e fa credere al lettore che non ci sia più speranza.

Ma c’è (anche nelle tragedie) perché qualunque sia il libro che compriamo, andrà bene.

Sempre meglio che restare a scaccolarci sul divano.

Possiamo vedere nel futuro solo per un piccolo tratto, ma possiamo pure vedere che in questo piccolo tratto c’è molto da fare (A. M. Turing, cit., pag. 26).

Contributo scritto per Hic Rhodus da Roberta Giulia Amidani.
Roberta Giulia Amidani fa il fantasma dal 2013. Insieme a un manipolo di penne, sfama il suo branco scrivendo libri senza (quasi) mai firmarli.

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