Telecom Italia: dalla privatizzazione alla statalizzazione, al peggio non c’è fine

In questi giorni, mentre il valzer delle consultazioni occupa le prime pagine dei giornali, quelle economiche si occupano sempre più spesso delle sorti di una delle grandi aziende “italiane” (le virgolette sono d’obbligo, visto chi ne possiede le azioni): la TIM o, per chiamarla col nome del gruppo, la Telecom Italia.

Dopo anni di stallo, trascorsi sostanzialmente a tagliare spese (ma non gli emolumenti ai manager né i dividendi agli azionisti) e a ridimensionare la presenza internazionale di quello che una volta era davvero un gruppo in concorrenza con le grandi multinazionali delle telecomunicazioni, negli ultimi mesi la Telecom Italia è stata al centro di manovre contraddittorie e a tratti convulse. Primattore è stato senz’altro l’azionista di controllo, la francese Vivendi, importante media company su scala europea che, guidata dal vulcanico finanziere Vincent Bolloré, ha anche acquisito importanti quote azionarie di Mediaset, tanto da provocare l’intervento dell’AGCOM che l’ha obbligata a “neutralizzare” la propria partecipazione in Mediaset, a causa della sua posizione dominante appunto in Telecom Italia. Ma nelle ultime settimane sono avvenuti altri due eventi determinanti, in vista della prossima assemblea degli azionisti Telecom del 24 aprile prossimo: il primo è la guerra dichiarata dal fondo di investimento USA Elliott alla governance imposta da Vivendi, guerra che si è concretizzata in un incremento fino all’8,8% della quota azionaria controllata da Elliott, nelle dimissioni dei consiglieri di amministrazione di maggioranza, che comportano la decadenza del CDA per bloccare la situazione, nell’alleanza di Elliott con altri azionisti di minoranza che non credono che il management dell’azienda ne tuteli e rafforzi il valore.

L’altro evento è stato l’annuncio che la Cassa Depositi e Prestiti, la banca d’investimento pubblica, entrerà nel capitale di Telecom Italia con una partecipazione fino a un massimo del 5%. Si tratta di una scelta che se da un lato costituisce certamente un messaggio ai litiganti sul fatto che lo Stato italiano considera strategica Telecom Italia, dall’altro costituisce un atto di “pubblicizzazione” che non esprime però con chiarezza a quale visione strategica risponda, e possiamo dire che la storia insegna che questo è il modo migliore per buttare soldi pubblici dalla finestra. Il comunicato della CDP infatti parla, un po’ stereotipicamente, di “infrastrutture strategiche nazionali”, ma si guarda bene dall’indicare obiettivi diversi dal “sostegno al percorso avviato dalla società“. E quale sarebbe questo percorso? Beh, la principale novità in questo senso è la comunicazione ufficiale fatta dall’azienda di voler scorporare la Rete d’accesso trasformandola in una società separata, come discusso recentemente tra l’AD Genish e il ministro Calenda. Insomma, il progetto neanche tanto nascosto sarebbe in realtà quello di una “nazionalizzazione” della rete di accesso di Telecom Italia, in quanto infrastruttura strategica nazionale, oggi di fatto controllata da un’azienda straniera. E questo progetto vede, unicum in un teatro di quotidiane risse, la convergenza di praticamente tutte le forze politiche, non solo quelle che sostenevano il governo uscente, ma anche del centrodestra e persino del M5S, nel cui programma elettorale si legge: “Il Movimento 5 Stelle s’impegna affinché l’infrastruttura di rete e la relativa gestione siano a maggioranza pubblica […] anche attraverso l’unione tra la futura Open Fiber pubblica e la principale infrastruttura di rete del nostro Paese […] verso la costituzione di un soggetto che fa la rete ma non offre i servizi”. Statalizzazione quindi della Rete Telecom Italia, scorporata e fusa con Open Fiber, la società costituita appunto da Cassa Depositi e Prestiti e da Enel per portare la fibra ottica in molte città italiane. Tutti d’accordo. Alleluja.

Eppure, chi segue da anni le vicende di Telecom Italia non può unirsi facilmente a questo coro salmodiante. Perché fino a qualche decennio fa, Telecom Italia era pubblica, ed è stata privatizzata, passando attraverso più proprietari fino ad arrivare a quelli attuali. E in ciascuno di questi passaggi, la strategica azienda è stata progressivamente svuotata di valore e saccheggiata esattamente da coloro che la “compravano”, generalmente senza metterci dentro un centesimo, ma trasferendo su di essa i debiti contratti per acquistarla. E, specie in “certe” gestioni, vendendo (o svendendo) le numerose partecipazioni estere che il gruppo deteneva e altri asset tra cui molti immobili spesso poi riaffittati alla stessa Telecom, con sicuro profitto per le società immobiliari (guarda caso collegate agli azionisti del momento) e meno sicura convenienza per la Telecom stessa, che nonostante queste dismissioni continuava ad accumulare debiti anche per erogare dividendi (almeno fino al 2012) verso gli stessi azionisti.

Un quadro ben documentato della storia di Telecom Italia dagli anni Novanta in poi lo traccia il libro Goodbye Telecom di Maurizio Matteo Dècina, da cui preleviamo qualche dato. A proposito del debito, ecco come si è sviluppato nel corso degli anni, in rapporto ai diversi azionisti di controllo:

fatturato vs debito.jpg

Fonte: Goodbye Telecom, ed. GoWare, 2017

​Ecco invece come è declinato il numero di dipendenti dell’azienda negli anni:
dipendenti.jpg

Fonte: Goodbye Telecom, ed. GoWare, 2017

La distruzione di valore è attestata eloquentemente dall’andamento del titolo:

titolo

Fonte: Goodbye Telecom, ed. GoWare, 2017

Infine, dalla Lectio Magistralis tenuta dall’ex AD di TIM Vito Gamberale nel 2007 in occasione dell’attribuzione della Laurea honoris causa, prendiamo una rappresentazione delle partecipazioni internazionali che a fine anni Novanta possedeva Telecom Italia. Un “impero” su cui non tramontava il sole, e di cui oggi non resta che TIM Brasil. Tutto venduto.

presenza internazionale

Presenza internazionale di Telecom Italia a fine anni ’90 – Fonte: Lectio Magistralis di V. Gamberale, 2007

E, dunque, viene da chiedersi: ma nei decenni in cui “imprenditori” italiani DOC smantellavano quello che a fine anni Novanta era uno dei maggiori operatori di telecomunicazioni del mondo, i nostri politici cosa facevano per proteggere questo patrimonio strategico? Perché, pur disponendo dei mezzi formali e informali per impedire questo depauperamento, che ha tra l’altro ridotto al lumicino la capacità di investimento di Telecom e quindi ha portato il nostro paese a essere nella retroguardia europea in fatto di rete, i governi che si sono succeduti lo hanno semmai favorito? Quanto ai “nuovi” politici pentastellati, mi lasciano altrettanto diffidente, dopo aver visto come il sindaco di Roma Virgina Raggi abbia cancellato il piano di riqualificazione delle Torri dell’EUR concordato dal suo predecessore Marino nel 2015 con TIM, ma poi visto come assai indigesto dal nuovo AD Flavio Cattaneo, il cui unico scopo era quello di far cassa tagliando tutto il tagliabile, spese e investimenti, per poi fare le valigie incassando una buonuscita di ben venticinque milioni di Euro. Ebbene, anche in questo caso, la politica (stavolta locale) ha scelto di assecondare il management della Telecom a danno dei cittadini.

Quindi, quando oggi rileviamo l’orientamento unanime dei politici italiani per “statalizzare” un’infrastruttura strategica che era moderna venticinque anni fa, da un’azienda lasciata distruggere senza muovere un dito, mentre oggi i fondi pubblici dovrebbero semmai andare a finanziare esclusivamente reti a larghissima banda lasciando a Telecom Italia il problema di sostituire le sue infrastrutture in cavo di rame, mi si drizzano i peli del collo. Nei vent’anni abbondanti che sono trascorsi dalla privatizzazione di Telecom Italia, la politica non ha mai avuto una visione strategica che non consistesse nel favorire imprenditori corsari (altro che i capitani coraggiosi elogiati da D’Alema, il primo a stendere il tappeto rosso ai saccheggiatori della Telecom). Oggi questo favore potrebbe consistere nel ricomprare vecchio rame a peso d’oro, acquisendo con soldi della CDP una costituenda società in cui, vedrete, Telecom Italia riverserà personale in esubero e debiti. E vedrete che diranno che lo fanno per noi.

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