Il miracolo

Ammaniti ci sta regalando un grande film a puntate, otto episodi dall’8 maggio in prima serata su Sky Atlantic Hd. Fate ancora in tempo a recuperare le puntate e a godervele. Non farò una recensione, non è il mio mestiere; alcune le segnalo in fondo al post. Voglio parlare coi nostri lettori, invece, del rapporto con la fede così tragicamente rappresentato nel film (nelle prime quattro puntate da me viste), in particolare dalla figura del Presidente del Consiglio, scettico, sofferente, già sconfitto ma tenacemente attaccato alla logica e al dovere, e a quella, stupenda a mio avviso, di don Marcello, con un Tommaso Ragno superbo: prete che ha perso la strada, consumato dalle sue debolezze e dal senso di colpa. Ma, a ben guardare, tutti i personaggi vivono sul crinale: il crinale fra colpa e riscatto, fra dubbio e fede (non necessariamente in senso religioso); la biologa che accudisce la madre morente e spera in un evento risolutore; la moglie del Primo ministro con la governante fanatica e stralunata…

Vedere Il miracolo mi ha fatto tornare in mente Heinrich Böll, Opinioni di un clown, quando scrive:

“E gli atei?” rideva ancora.

“Quelli mi annoiano perché parlano sempre di Dio.”

Ecco: Il miracolo non è il film di un credente; a me pare con tutta evidenza il film di un ateo nel senso più elevato del termine.

L’ateismo è giustamente considerato, dai più, una diminuzione. Una scarsità di comprensione, di sensibilità, di capacità a cogliere evidenze; e anche una sovrastruttura ideologica, un atteggiamento spesso grossolano. Mi è chiaro che l’ateismo è anche tutto questo, esattamente come la credenza religiosa che sa essere fanatica, cieca, credula in maniera insensata. Spessissimo confondiamo gli oggetti con le loro proprietà, e le persone con alcuni dei comportamenti riscontrabili socialmente. La quantità di cattolici stupidi che ho conosciuto è a mala pena riscattata dall’esiguo numero di cattolici intelligenti, critici, non sovrastati da gerarchie, simboli e stereotipie pretesche. Ugualmente per gli atei: ce ne sono talmente tanti di stupidi, che confondono spiritualità, religiosità, cattolicesimo e clericalismo, che ho smesso di frequentarli, confortato dai pochissimi atei intelligenti che conosco. Perché il problema non è se sei ateo o cattolico, o vegano, o juventino, o liberale o kantiano; il problema è l’intelligenza che riesci ad esprimere, la sensibilità che adotti, la capacità critica e interpretativa…

Ecco quindi: atei e cattolici intelligenti hanno questo in comune: si interrogano, dubitano, soffrono del loro dubbio e penano nel loro interrogarsi; atei e credenti, qualora aperti, sono estremamente simili nella loro sofferenza come nella gioia della loro libertà interiore. Mi permetterei di dire nel loro coraggio, perché puntare continuamente lo sguardo verso l’assoluto, sia che lo si trovi sia che non lo si trovi, è accecante e alla lunga sfibrante.

Da ateo mi riconosco – relativamente al lavoro di Ammaniti – nella posizione del Presidente; lui non crede, e fa fare accertamenti scientifici sul miracolo, cerca di risalire a cause naturali, fosse un inganno, o fosse un fenomeno naturale… In fondo lui sa che non è così, che l’evento miracoloso non ha alcuna spiegazione, ma non accetta (almeno fino alla quarta puntata) di riconoscerne l’origine divina. Mirabile posizione dell’ateo! Di fronte all’ignoto, all’inspiegabile, al simbolo che urla la propria santità, l’ateo arretra, si prende una distanza per osservare meglio e, anche se non riesce a darsi una spiegazione, non cede di fronte all’ipotesi trascendentale. Ed è in fondo qui la grande e profonda differenza col credente. L’ateo preferisce perdersi in questo ignoto; riaprire tutte le domande, porsi nuovamente tutti gli antichi dubbi; rimanere inerme e consapevole della propria pochezza. Il devoto, invece, trova una spiegazione nella trascendenza. Il tormentato don Marcello in crisi con la sua fede accetta l’origine divina del miracolo e sviene per l’emozione. Ma cosa accade poi? Ammanniti ci mostra un don Marcello in totale confusione: la sua fede si è rinsaldata, i dubbi sono scomparsi, ma la sua carne è debole e continua a peccare, con una sofferenza ampliata, perché ora sa per certo che il suo peccato è doppiamente odioso di fronte a Dio.

E torniamo così alle similitudini. Passata la non poco significativa boa della trascendenza (il cattolico l’accetta, l’ateo no), torniamo a trovare due individui sofferenti e soli. La solitudine di don Marcello è quella di Dio, distante da lui peccatore; quella del Presidente è solitudine da Dio, solitudine quindi della condizione umana. La conclusione che sembra per ora suggerire Ammaniti, e che mi è propria e sento come inestricabile dalla mia condizione di uomo, è che siamo soli; che siamo in cerca ma non è detto che troveremo qualcosa; che Dio c’è, oppure non c’è, e che ciò è indifferente con quanto sentiamo a proposito del nostro viaggio terreno: il viaggio prevede e pretende di proseguire, di armarsi di pazienza, senso di responsabilità, consapevolezza, e comprensione del fatto che non abbiamo garanzie nella traversata.

Risorse:

4 commenti

  • Trovo che la conclusione del blog sia perfettamente in linea col testo di una delle più belle canzoni di Vecchioni, “la stazione di Zima”. Il credente chiama “dio” ciò che l’ateo continua a chiamare “mistero”…

  • Peter Gabriel e Dio
    Dal dubbio iniziale al dubbio finale
    Ma in fondo noi siamo soli e gli atei lo sono ma,la loro ricerca è la loro stessa dignità di uomini soli e veri

  • Li sto registrando e li guarderò tutti insieme. 😀

  • E’ tutta vita che cerco una piccola fede, ma non riesco a trovarla.

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