Evulgo(r) ergo sum

Ci sono Tizio, Caio e Sempronio.

Tizio ascolta album musicali a raffica e ogni tanto strimpella un motivetto con la sua chitarra. Caio è riuscito a installare da solo il nuovo water di casa, non sa neppure lui come ha fatto, ma gongola e si sente una persona migliore: più competente. Sempronio ama leggere, è uno dei pochi in Italia che legge più di un libro al mese.

A tutti e tre sale il malsano desiderio di compiere gesta eroiche: Tizio vuole esibirsi in pubblico suonando i suoi pezzi e Caio vuole aprire un’azienda idraulica e guadagnare installando water nei bagni degli altri. E Sempronio? In onore dei suoi illustri antenati Posidonio, Pomponio, Petronio e Scribonio, Sempronio decide di scrivere un libro.

Nel caso di Tizio e Caio, le cose sono complicate. Tizio non ha mai organizzato un concerto, sa che i musicisti, quelli bravi, che magari hanno pure studiato al conservatorio, fanno fatica a esibirsi e spesso devono pure pagare, come se lo spettacolo fosse la gente ubriaca ai tavolini del locale e non lui, con la sua chitarra comprata tagliando persino le spese per l’erba. Caio, forse forse, riesce pure a montarne un altro, di bagno, finché qualcuno non si accorgerà delle tonalità marrone pastellato o giallo miele sul pavimento bianco in marmo di Carrara. E Sempronio? A Sempronio basta andare su Google e digitare “come pubblicare un libro”.

Il povero (ma presto lo sarà ancora di più) Sempronio non sa molto del mondo dell’editoria. E incappa nella trappola per i Sempròni di sempre.

Editoria a pagamento. Certo, non si presenta così. Perché se andiamo a cercare cosa significa, editoria a pagamento – su Wikipedia, tanto per farla facile – scopriamo un paio di cosette niente male: in francese si chiama édition à compte d’auteur.

Ecco che abbiamo una definizione più precisa: editoria a pagamento… e chi paga è l’autore. Ma in inglese viene il bello: vanity press.

«Vanità, decisamente il mio peccato preferito» gongolava Al Pacino aka John Milton nell’avvocato del diavolo. Il peccato più facile, forse, perché non costa fatica. Soldi, quelli invece sì. Ma del resto la vanità ha bisogno di risposte.

E la risposta, se non hai mai montato una tazza del cesso o non hai una chitarra, può essere solo una: pubblicare un libro.

pubblicare  (ant. o letter. publicare) v. tr. [dal lat. publicare, der. di publĭcus «pubblico1»] (io pùbblico, tu pùbblichi, ecc.). – 1. Rendere pubblico, cioè noto a tutti, far conoscere pubblicamente, divulgare […] 2. Rendere di pubblico dominio per mezzo della stampa

Noto a tutti, capito? Perché pubblicare significa andare oltre i due o dieci o cento lettori che hai come amici.

Ma il costo? Poco, dai. Duemila euro, se ti va bene. Che saranno mai?

E poi c’è una casa editrice seria che ti aiuta a vendere. Sì, proprio quella, col nome che da qualche parte hai già sentito (ma non ricordi dove, di sicuro non in libreria; più probabilmente in qualche advertising sul tuo social network preferito); quella che ha un bel sito professionale (lo avranno pagato, il web designer, o si saranno fatti pagare da lui? Il dubbio sorge spontaneo); quella che poi editerà il tuo libro togliendogli quegli antipatici errori di distrazione dovuti alla pressione di stare scrivendo il capolavoro del secolo XXI… Ah, no, un momento.

editing:  ‹èditiṅ› s. ingl. [dal v. (to) edit «curare l’edizione di un’opera»], usato in ital. al masch. (e comunem. pronunciato ‹èditiṅġ›). – 1. In editoria, cura redazionale di un testo per la pubblicazione, cioè lettura attenta intesa a verificare la correttezza di ortografia, grammatica, sintassi, l’organizzazione strutturale del testo e la sua coerenza interna, l’adeguatezza dello stile, l’esattezza e la rispondenza alla realtà delle asserzioni scientifiche, storiche, ecc.

Ecco cos’è un editing. Quello vero. Poco importa se invece di un editing – nella migliore delle ipotesi – sarà una lettura amichevole, così, giusto per non farti dispiacere (è sempre un errore dar dispiacere a chi sborsa duemila euro). E poi le fiere. La fiera dell’est, dell’ovest, del sud; poi, se siete fortunati e la casa editrice ha i dindi, magari finite anche al Salone del Libro a Torino.

Per duemila euro? Ma è normale, dirai tu.

No, amore, mica funziona così.

E i motivi sono tanti e (non) basterebbe un articolo per capire la differenza tra le vere case editrici e le case editrici truffa-fuffa.

Una casa editrice non pubblica libri per fare un favore a chi li ha scritti.

Se il tuo libro vende, la casa editrice guadagna (in dindi e in immagine). Tanto, poco, dipende. Siamo in Italia. Se il tuo libro non vende, la casa editrice ci perde (in dindi, principalmente). Siamo alla base dell’imprenditoria. Se tuo marito o tua moglie ti chiedesse duemila euro per puntare sulla vostra relazione, accetteresti?

Quelli che “praticano” l’editoria a pagamento (editore e autore) non conoscono editing e non conoscono la critica (chi criticherebbe la fonte di duemila euro?). Bisogna poi considerare la macchia sul curriculum dello scrittore. Sì, pure gli scrittori hanno un curriculum. Pure quelli che non guadagnano una mazza.

Il problema più grande non è il malloppo di copie (per duemila euro qualcosa in mano te la danno, non sono mica scemi), che un autore ben organizzato può anche piazzare alla prima presentazione. È per la faccia.

Ma ci sono autori che…

Sì, certo. Alberto Moravia, Marcel Proust, Walt Whitman hanno pubblicato (alcune) opere a proprie spese. Tre autori tra i più grandi del Novecento, rispettivamente in Italia, Francia e America, in ogni caso tre fra i più innovativi e rivoluzionari del loro tempo e nel loro mondo letterario.

E se Sempronio è proprio convinto d’aver scritto un piccolo capolavoro, uno di quelli che stanno sul belin alle case editrici, c’è sempre il self-publishing. Almeno è una presa di coscienza. Ma più faticosa.

Auto-pubblicazione. Costo? Maggiore, se il lavoro è fatto bene. Perché l’editor lo paghi tu, ed è un editor. Il grafico lo paghi tu, e segue le tue inclinazioni artistiche e non quelle prefissate dai layout di emme che molte case editrici si ostinano a mettere in prima pagina sul loro sito. Il marketing (vero e non le bolle di sapone al parco giochi) lo finanzi tu secondo le tue esigenze e disponibilità.

Questo ha un senso. Ed è utile quando un’opera non trova un editore adatto.

Meredith Wild, americana, si è autoprodotta i suoi erotic romance con strategie di marketing particolarmente aggressive che l’hanno portata a ricevere un’offerta milionaria da parte di Grand Central Publishing (gruppo Hachette, il primo gruppo editoriale in Francia, per intenderci). Ha fondato addirittura una sua casa editrice: la Waterhouse Press. Imprenditoria, di quella seria, legata all’arte.

Greg Cope White ha pubblicato in “self” The Pink Marine nel 2016.

«Five years ago, self-publishing was a scar. Now it’s a tattoo» (fonte)

GREG COPE WHITE

Ma Greg White e Meredith Wild non sono Sempronio. Le loro storie sono diverse. Quella di White è più divertente: la sua prima casa editrice si dimentica di spedirgli le copie per la presentazione di lancio del suo libro. Soldi persi (sia per l’autore che per l’editore). White prende le redini in mano, sa che il libro è di quelli che possono vendere (un romanzo autobiografico sulla sua omosessualità vissuta all’interno dei marines americani) e sa anche che non sarà facile trovare un altro editore, vista la tematica. E si fa imprenditore.

Al di là di questi episodi, una domanda sorge spontanea: bisogna per forza pubblicare?

Non ci basta leggere più di un libro al mese in un paese in cui la maggior parte delle persone non ne legge neanche uno all’anno (Link: www.istat.it/it/archivio/213901)?

Aggiustare da soli il bagno di casa non rende abbastanza soddisfatti?

Non ci emoziona a sufficienza strimpellare Jeux interdits alla chitarra di fronte alla persona con cui vogliamo dare avvio a dei giochi proibiti di altra natura?

Invece di prendere come esempio Moravia, Proust e Whitman, non si potrebbe – ogni tanto – prendere a modello Kafka, che chiese al suo migliore amico Max Brod di bruciare tutti i suoi inediti? Per fortuna Max non lo fece. Ma se uno come Kafka arrivò a chiedere una cosa del genere, con quale prepotenza ci si deve arrogare il diritto di dire: “io pubblico”?

Forse non è prepotenza. Forse è (ancora) la vanità.

Forse pubblicare post su Facebook non ci basta più. Abituati a incollare frasi di altri o a buttar giù tre righe di riflessioni personali, siamo arrivati al punto di rottura con la nostra vanità: vogliamo di più.

Vogliamo essere noti a tutti, e per riuscirci siamo disposti a tutto. Anche a fotografarci sulla scena di un incidente ferroviario mentre c’è una donna che è appena stata investita dal treno e ancora non sa che le amputeranno la gamba.
Tutto ciò premesso e considerato, l’editoria a pagamento è un brutto affare, siamo d’accordo, ma non è del tutto sbagliato. Vediamo perché con qualche esempio.

Caso A

Hai scritto un libro di poesie.

Se di cognome non fai Baudelaire, o non sei la reincarnazione della Merini, ti meriti non solo di pagare quello che la casa editrice ti chiede, ma pure di indebitartici con un finanziamento che poi non riuscirai a sostenere e che ti porterà al tracollo senza peraltro sapere che esiste una legge che potrebbe salvarti ma non lo farà perché tu non la conosci.

Caso B

Non sei nessuno, così nessuno che nemmeno Google ti conosce ma hai scritto un manuale per raccontare al mondo del metodo (solo tuo, per carità) che ti ha permesso di:

  • perdere sette chili in sette giorni mangiando pane e nutella;
  • dire ai tuoi che hai aperto una startup sperando tirino le cuoia prima di lei;
  • infinocchiare qualche dozzina di clienti vendendo corsi online che permetteranno loro di essere sicuri di averli comprati;
  • spiegare il tuo punto di vista in tema di: politica, religione, alimentazione, cani, corsa campestre, managgèment aziendale, passato, presente, futuro, big pharma e big tech;
  • scrivere un libro da regalare a tua zia prima che tiri le cuoia senza aver fatto testamento a tuo favore;
  • eccetera.

Ma anche: scrivere un saggio senza esserlo neanche un po’ o un manuale senza avere un fico secco da insegnare a nessuno. In questo caso, tanto quanto nel precedente, è un bene che ti facciano pagare.

Caso C

Hai scritto un libro qualsiasi, pensi che sia un bel libro (tu e i quattro amici che ti hanno giurato di averlo letto ne siete convinti) e sei super sicuro che basti così. Non hai idea dello sbattimento cosmico che ti servirà per promuoverlo: presentazioni, critiche, recensioni (vere, quella di mamma non conta), eventi, comparsate e prezzemolate come se a) non ci fosse un domani; b) non avessi altro da fare. Credi che ci penseranno quelli della casa editrice e ci credi perché non sai che quelli promuovono solo chi si promuove da sé, e gli altri ciccia.

Caso D

Il tuo libro è bello per davvero. Così bello che il lettore stanco e sottopagato che lo aprirà per primo sgranerà gli occhi e lo passerà al suo capo che lo farà leggere al suo e a tutti quelli con i quali vorrà fare bella figura nell’averti scovato.

Se qui ti fanno pagare per pubblicarlo, fanno bene comunque. Vuoi sapere perché? Perché hai sbagliato editore e se hai sbagliato è perché: a) non hai cercato informazioni; b) non sapevi di doverle cercare.

Claudio Santoro e RGA

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Photo by Andrew Neel on Unsplash

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