Alla radice del fascismo italico: il familismo amorale

Esattamente 60 anni fa lo studioso americano Edward Banfield pubblicava un saggio che, ancor oggi, potrebbe – forse dovrebbe – costituire il punto di partenza per qualunque discussione su qualunque argomento in Italia: Le basi morali di una società arretrata.

Banfield si era posto l’obiettivo di capire perché, in certi luoghi del mondo, il capitalismo e la democrazia non riuscivano a svilupparsi (è in questo senso che va intesa la parola “arretrata” – originale backward – del titolo). Trascorse due anni della sua vita a Chiaromonte, per studiare il comportamento della popolazione locale, attingendo sia alla documentazione pubblica disponibile (registri) sia -soprattutto- ad interviste con gli abitanti.

UnknownAl termine dell’indagine elaborò l’ipotesi nota oggi col nome di “familismo amorale”: una prassi comportamentale diffusa tra tutta la popolazione e consistente nel “massimizzare i vantaggi materiali e immediati del proprio nucleo familiare, presupponendo che anche gli altri facciano altrettanto”.

Nel quinto capitolo, Banfield elencava 17 deleterie implicazioni che questa “filosofia di vita” ha nella società e nella politica (si possono leggere qui). Anche ad una lettura veloce salterà all’occhio l’attualità di molte di quelle considerazioni.

15. In una società di familisti amorali esiste la diffusa convinzione che qualunque sia il gruppo al potere, esso è già corrotto e agisce nel proprio interesse.

6. In una società di familisti amorali, si agirà in violazione della legge ogni qualvolta non vi sia ragione di temere una punizione

7. Il familista amorale, quando riveste una carica pubblica, accetterà buste e favori, se riesce a farlo senza avere noie; ma in ogni caso, che egli lo faccia o no, la società di familisti amorali non ha dubbi sulla sua disonestà.

Ma in questa sede vale la pena concentrarsi in particolare sull’ottava di tali implicazioni, quella che recita:

In una società di familisti amorali i deboli sono favorevoli ad un sistema in cui l’ordine sia mantenuto con la maniera forte.

Banfield intervistò alcuni contadini chiedendo loro cosa sapessero del fascismo. Ecco alcune risposte:

I fascisti volevano una vita migliore per i contadini. C’era la giornata di otto ore e un salario fisso. Se un padrone vi faceva lavorare dieci ore potevate andare all’ufficio del lavoro e quello era costretto a pagare il giusto salario. Adesso ognuno fa quello che vuole e tutti cercano di far lavorare il più possibile i contadini al più basso salario.

Non so che cosa volevano, ma le loro leggi erano severe. C’era ordine, e ognuno aveva i suoi diritti e i suoi doveri. Si aveva il diritto di essere pagati quando si lavorava, e il padrone aveva il dovere di pagare gli operai per il lavoro fatto. E poi si occupavano di sussidi per le famiglie numerose, e aiuti quando nasceva un bambino. Anche adesso ci sono aiuti per legge, ma la legge non è rispettata.

Queste poche righe ci dicono forse molto più di altri interi libri sulle cause profonde del fascismo, nonché sulla natura di un popolo intero.

Ci dicono, prima di tutto, che in una società di familisti amorali le istituzioni democratiche non possono funzionare. Per il semplice fatto che chi vi lavora cerca – come tutti gli altri – di trarre il massimo vantaggio personale dalla situazione, non identificandosi minimamente con l’istituzione stessa; ergo “accetterà buste e favori”, o magari timbrerà il cartellino dei colleghi mentre questi vanno a giocare a tennis (non per generosità o solidarietà, ovviamente: per potersi far ricambiare il favore in futuro).
Ecco allora che la “maniera forte” diventa l’unico modo di far funzionare lo Stato: se la gente agisce in violazione della legge “ogniqualvolta non vi sia ragione di temere una punizione”, non resta che assicurarsi che quel timore sia sempre presente. Cioè, concretamente, mettere in piedi un poderoso apparato di sorveglianza e repressione, in grado di punire chi delinque e fungere da deterrente per chi fosse tentato dal farlo.

Arretrati o pre-moderni?

Quasi superfluo precisare, a questo punto, che la democrazia stessa verrà considerata una fregatura, in una società di familisti amorali. E infatti il fascismo attaccava proprio la democrazia sic et simpliciter, ritenendola una sorta di oligarchia sotto mentite spoglie.

In particolare verrà giudicata assurda la separazione dei poteri, ossia il principio che l’esecutivo, il legislativo e il giudiziario si limitino e controllino a vicenda. Mediamente, in Italia, vi è la diffusa convinzione che non si possa effettivamente “governare” se non dispone di poteri pressoché assoluti.
Non a caso, negli ultimi lustri, anche i leader politici che ufficialmente hanno sempre detto di riconoscersi nei princìpi della Costituzione hanno tentato di riformarla in senso più “governativo”, lamentando il fatto che gli esecutivi – e in particolare la figura del Presidente del Consiglio – non avessero sufficiente potere per dispiegare l’azione di governo.

Questa concezione del potere ha radici antichissime. Nell’antica Roma di epoca repubblicana le istituzioni della Res Publica (Consoli, Senato, Tribuni della Plebe etc.) – che pure sono da considerarsi una sorta di check and balances ante litteram – valevano solo entro il pomerio, cioè entro le mura dei centri urbani; al di fuori di essi i due consoli (comandanti dell’esercito) avevano poteri assoluti, incluso quello di far condannare a morte altri cittadini romani.
Il principio che sta alla base di questo scenario è presto detto: quelle che oggi chiameremmo “garanzie” (tipo il diritto dell’imputato di appellarsi al popolo contro le decisioni dei consoli) sono lussi che ci si possono permettere al massimo in tempi di pace, ossia dentro le mura; in tempo di guerra, al contrario, lo Stato deve “funzionare”, e questo può succedere solo se chi comanda dispone di poteri assoluti.
Perché solo chi dispone di poteri assoluti può incutere nel prossimo quella paura che lo porta a “rigare dritto”.

La sensazione, dunque, è quella di vivere in un Paese in cui i cambiamenti a livello istituzionale non sono mai stati veramente introiettati e fatti propri dalla maggioranza della popolazione. Questa sensazione la ebbe ad esempio un altro studioso statunitense, Joseph La Palombara, nel 1964, quando scrisse un saggio dal titolo Clientela e parentela: studio sui gruppi d’interesse in Italia.

Soprattutto in questa parte del Paese [il Sud] è necessario superare la facciata formale per chiedersi quale ruolo svolgono nel processo politico la famiglia, i doveri dell’amicizia, i legami col proprio paese e regione o col proprio gruppo religioso. (…) I dati dell’impiego del voto preferenziale nel Sud dimostrano che qui è adoperato molto più frequentemente che nel Nord. Il meridionale vota particolaristicamente per l’uomo – il notabile della cui clientela fa parte – mentre il settentrionale vota per il partito politico come tale. (…) Qualche anno fa mi è capitato di parlare con un napoletano che era andato a Roma per far aumentare la sua pensione militare, e che si era imbattuto nell’indifferenza assolutamente frustrante della burocrazia romana. Senza scomporsi mi assicurò che tutto sarebbe andato a posto perché, tramite il suo deputato, stava inoltrando la sua petizione personale e la sua fotografia al presidente del consiglio De Gasperi, proprio come si sarebbe fatto con il re, egli disse, e come si sarebbe fatto se si fosse voluto ottenere giustizia dal padrone locale.

“Indifferenza frustrante della burocrzia” (cioè dei burocrati, a loro volta familisti amorali) e conseguente necessità, per il singolo individuo, di “arrangiarsi” a forza di raccomandazioni, rapporti personali e clientelari con i “padroni locali”. Un quadro che Pierfranco Pellizzetti definisce pre-moderno (aggettivo che non si discosta molto da quel backward di Banfieldiana memoria):

Piccolo mondo antico rinserrato nei confini comunitari del familismo e delle sue soffocanti solidarietà premoderne, oltre e fuori dalle quali guata una realtà per definizione minacciosa e incomprensibile. Nell’ottica “amorale” dell’arretratezza. L’orizzonte chiuso e difensivo del regime patriarcale, soprattutto in quel Mezzogiorno dove le rivoluzioni che investirono (tardivamente) l’Italia del dopoguerra non hanno lambito i costumi rurali. Dove la posizione della donna è sottoposta ancora a subalternità arcaiche, le libertà in materia sessuale e relativi progetti individuali di vita sono conculcate, il disconoscimento delle istituzioni pubbliche nella privatizzazione delle relazioni sociali funge da inevitabile anticamera per l’instaurazione di poteri sostitutivi tendenti al malavitoso. Traslati nel mito del maschio alfa, l’uomo solo al comando (nelle declinazioni da Mussolini al Padrino).

L’antifascismo dà più noia del fascismo

Se il fascismo è dunque logica e inevitabile conseguenza del familismo (ma potremmo meglio dire “del corporativismo”) amorale, non dovrebbe stupire l’atteggiamento non solo dei media mainstream, ma anche -e soprattutto-dell’italiano medio nei confronti dell’antifascismo, militante e non.

Del resto, l’idea stessa di opporsi a un qualcosa per questioni di principio è incomprensibile a un familista amorale, che per definizione non crede in alcun principio se non quello del massimo utile personale. E infatti

In una società di familisti amorali il fatto che un individuo o un’istituzione dichiari di agire in nome del pubblico interesse piuttosto che per fini personali, verrà considerato una frode

La solidarietà disinteressata è impensabile, e da questo punto di vista non sorprende affatto che le leggi razziali siano state approvate in Italia ancor prima che nella Germania nazista: riguardavano altri -le minoranze-, ergo perché preoccuparsi?
Il familista amorale si ribellerà a qualcosa -ad esempio un Governo- solo quando ne verrà personalmente danneggiato nei suoi interessi privati e particolari, e solo quando sarà sicuro che la ribellione rappresenti il male minore. Lo stesso Banfield segnalava che ai contadini il fascismo

non dispiaceva – fino a che non portò alla guerra -.

La soppressione della libertà individuale, le leggi razziali e altre nefandezze erano cioè tollerate di buon grado, fintanto che il regime riuscì a garantire un minimo di benessere materiale.

Ergo, non c’è nulla di cui sorprendersi d’innanzi all’atteggiamento tenuto in questi mesi dai media e partiti mainstream – che per vendere devono farsi interpreti del comune sentire, o almeno di quello dei propri clienti (che per opportunismo chiamano “lettori” o “elettori”) – nei confronti del palese rialzare la testa di gruppi fascisti: minimizzare (“sono casi isolati”, pazienza se negli ultimi 4 anni le aggressioni fasciste ammontino a 147), relativizzare (“fascisti e antifascisti sono la stessa cosa”, “fascismo degli antifascisti”), fare spallucce di fronte all’evidenza: è il tipico atteggiamento del familista amorale – cioè dell’italiano medio – di fronte a qualsiasi problema che non lo riguardi in prima persona. Dopotutto i fascisti di Casapound distribuiscono pacchi di pasta e fanno le ronde contro i ladri (tranne quando i ladri sono loro, come nel caso del 38enne Yuri Dall’Ara, arrestato per furto con scasso), mentre gli antifascisti rovesciano cassonetti e spaccano le vetrine. Ergo, i fascisti sono buoni, gli antifascisti cattivi.

“L’anti berlusconismo è sbagliato”

Questo refrain è stato un cavallo di battaglia di molti opinionisti/pensatori/frequentatori di pollai televisivi, durante il c.d. ventennio berlusconiano. Ed era uno dei cavalli di battaglia anche del Renzi prima maniera, il Rottamatore: la sinistra – tuonava l’allora sindaco di Firenze – non avrebbe dovuto attaccare Berlusconi su questioni “morali” (laddove con questo termine s’intendevano cose – il conflitto d’interessi, le leggi ad personam, la corruzione di giudici/testimoni/chiunque_servisse – che avevano ben poco a che fare con la morale e molto con il penale), ma rinfacciandogli ciò che non aveva fatto (le rivoluzione liberale e dintorni).

Ecco, questo modo di ragionare – apparentemente innocuo e per certi aspetti anche di buon senso – rappresenta in realtà un’ulteriore conferma e giustificazione del familismo amorale: implicitamente si afferma che l’etica è del tutto irrilevante per chi governa, e che l’unico criterio con cui si deve giudicare l’operato di un Governo (o del suo capo) sia quello dei vantaggi materiali che è riuscito a procurarci. Che chi sta al comando sia un ladro, un mafioso o peggio diventa irrilevante, fin tanto che riesce a risolvere i nostri personali problemi.

Si potrebbe concludere che gli italiani non odiano tutti i politici ladri, ma solo quelli che non spartiscono il bottino.

Bibliografia

E. Banfield, Le basi morali di una società arretrata, Il Mulino, 2010.

J. LaPalombara, Clientela e parentela: studio sui gruppi d’interesse in Italia, Edizioni di Comunità, 1967.

Sitografia

Alfio Squillaci, Precisazioni sul familismo amorale: un tratto permanente della cultura italiana.

Articolo scritto per Hic Rhodus da Leonardo Zampi.

30 anni, laureato in archeologia ma faccio tutt'altro nella vita. Politicamente mi definisco liberale (e anche un po' libertario) e progressista. Dal 2015 sono attivista del Partito Pirata. Amo la satira (meglio se intrisa di black humor) in ogni sua forma, e io stesso ogni tanto mi cimento nella scrittura di racconti satirici ambientati nell'Italia contemporanea (che di spunti, ahimé, ne offre molti).

28 commenti

  • la democrazia è una scelta quotidiana e se non si sceglie di vivere democraticamente allora la sola strada è appunto uno stato di polizia, e quindi un fascismo.
    però bisognerebbe anche avere il coraggio di dire che forse in alcuni posti non c’è una cultura adatta alla democrazia e potrebbe andare bene così.
    se gli italiani sono “più felici” con un assetto “mildly” non democratico potrebbe avere più senso cercare di capire come bilanciare l’assetto che desiderano in modo che non devi in eccessi pericolosi piuttosto che cercare invano di imporre qualcosa che ciclicamente ed inevitabilmente genera frustrazione.
    io continuo a dire che un’oligarchia “aperta” potrebbe essere una buona soluzione…

    • “però bisognerebbe anche avere il coraggio di dire che forse in alcuni posti non c’è una cultura adatta alla democrazia”.
      Beh, Banfield fece esattamente questo. Quanto al fatto che “potrebbe andar bene così”: il problema è che in un mondo (e soprattutto un’economia) globalizzata l’autarchia non funziona. Personalmente credo che l’unico sistema per “governare” (o almeno arginare) il familismo amorale sia uno stato molto federale e decentralizzato, per il semplice fatto che il livello locale e piccolo è quello dove l’interesse privato è più vicino a quello collettivo. Tantopiù n Italia, dove il campanilismo impera dal 1861.

  • In pratica è la stessa morale utilitaria di un liberale qualsiasi, solo che viene applicata su una dimensione sociale “sbagliata” (secondo le qualcun altro). Non stupisce che tutte le illuminate società liberali diventino fasciste al primo spiffero di crisi, quando alla gente cominciano a scottare le chiappe.

    • In realtà la questione è un po’ più complessa. Per Banfield il fatto che delle persone perseguano i propri interessi non è di per sé un male (era della “Scuola di Chicago”, cioè di quella corrente di pensiero economico dei Milton Friedman e dei Ronald Reagan): un liberale persegue più l’utile personale individuale, e vede nel corporativismo un ostacolo.
      E neanche l’associazionismo è di per sé un male: anzi, Banfield vedeva nella capacità di associarsi il pre-requisito della democrazia, e segnalò che a “Montegrano” (Chiaromonte) non esistesse alcuna associazione spontanea di cittadini.
      Però le associazioni possono essere di due tipi: quelle che perseguono un interesse collettivo (ad esempio raccogliere fondi da destinare ai più poveri, o l’assistenza domiciliare gratuita ai malati di tumore) e quelle che mirano a dare vantaggi ai soli associati (es. un sindacato). Diciamo che il corporativismo amorale è l’esasperazione in negativo della seconda tipologia di associazione (si può chiamare anche mafia).

      • Il punto è che non vedo una differenza morale tra i due approcci, il presupposto è lo stesso concetto di massimizzazione dell’utilità.
        La differenza sta nella valutazione pratica del concetto di utilità (infatti trattando la “messa in pratica della morale” tendenzialmente si parla di “etica” e non di “morale”, proprio perchè è un contesto diverso).
        Parlando di individui, con questi presupposti morali lo stesso Banfield potrebbe diventare un familista amorale senza cambiare i suoi principi, ma anche solo perdendo la sua capacità di valutazione. Considerato poi che le capacità di analisi dipendono fortemente dalla condizione economica dell’individuo, mi pare evidente e corroborato dalla storia che la fase fascista sia tipica delle società liberali in crisi (negli anni 30 fascismo e nazismo avevano fior di ammiratori in tutto il mondo occidentale, e non solo in chiave anticomunista).
        Credo quindi che le sorgenti del fascismo non vadano ricercate solo in antichi retaggi (arretratezza) estranei alla moderna società liberale, ma nei suoi ideali fondanti.

        n.b.: parlo di liberali perchè è l’ideologia dominante da un bel po’, ma credo che problemi simili sorgerebbero in qualunque progetto razionalista e universalista, quindi anche socialista, per dire.

  • Nemo 72 123stella

    Esempio pratico:
    Secondo alcuni economisti la bolla finanziaria del 2008 è stata creata dal sistema bancario che ha sfruttato la nostra

    .ignoranza/stupidità
    .avidità

    In pratica chi ha disegnato lo scenario prevedendo la bolla e la relativa crisi, per trarne profitto, ha sfruttato l’abitudine di tutti a massimizzare il proprio interesse.

    I cittadini medi ignoranti hanno massimizzato il loro desiderio di avere una casa in modo facile. Anche se palesemente insolventi . Credendo di poter ricapitalizzare il loro mutuo.
    Anche se potevano sapere che Alan Greenspan avrebbe alzato i tassi di interesse nel 2007. Rendendo impossibile la ricapitalizzazione del mutuo subprime.
    Cosa che ha innescato la crisi per la incapacità di molti di pagare le rate.

    I brokers hanno massimizzato il loro interesse personale di avere commissioni sempre più alte. Vendendo più mutui sub prime a tasso variabile.

    Le banche hanno massimizzato il loro interesse corporativo tenendo gravida la vacca da mungere dei mutui, dando la possibilità a chi non poteva pagare di accedere a prodotti finanziari.

    In tutto ciò ha influito anche:

    La mancanza di controllo della Fed organo statale che poteva scoprire il gioco.
    La disonestà delle agenzie di rating che davano ai pacchetti azionari formati da mutui sub prime come prodotti finanziari quotati tripla A sicuri al 95%. Mentre in realtà erano merda di cane.

    (Per chi ha visto “la grande scommessa” mi scuso per la citazione )

    Per cui tutto torna.
    Economia sine natura.

    Nella nostra economia è insegnato che chiunque deve tentare di massimizzare il proprio interesse. Personale o di gruppo.
    Non si cita l’interesse a livello nazionale.
    L’interesse a livello nazionale dovrebbe essere perseguito dallo stato.
    Ma lo stato e formato da persone che fanno parte di gruppi economici o famiglie potenti. E da che mondo è mondo questi individui hanno a cuore prima l’interesse di tali gruppi. O delle loro famiglie.

    Per cui credo che alla base di tutto ci sia la nostra idea di economia.
    Che da qualche tempo incoraggia il raggiungimento di un utile personale o di gruppo ristretto. A discapito di qualsiasi forma allargata di società.

    Infatti alcuni economisti contro corrente ricordano che questa forma neo liberista di economia non è la sola possibile. Che questa forma di economia incide sulla morale e sulla cultura di tutti. Anche del cittadino medio che non conosce l’economia come materia ma la vive ogni giorno nel quotidiano. E inevitabilmente questa economia genera singoli e gruppi che tendono a massimizzare solo i propri interessi.

    Non per mala fede. O mancanza di etica. Per cultura appresa.

    Forse.

  • Nemo 72 123stella

    Termino il ragionamento, mi sono scordato di aggiungere un particolare.

    A livello conscio ma anche inconscio, per il poco di economia che ho studiato, nel nostro sistema di valori quando leggiamo “massimizzare il profitto” si tende a fare quello che stiamo vedendo fare a tutti gli organismi economici.

    Guadagnare sempre di più.

    Manca a mio avviso la nozione di misura.
    Quando mi posso fermare?
    Quando posso decidere che può bastare così?
    Quando una azienda o un singolo possono scegliere che… ok. Mi basta guadagnare questa cifra per vivere dignitosamente.

    Secondo me non esiste questo concetto. Non lo sappiamo immaginare. Perché?
    Perché nella cultura economica che ci insegnano… Non esiste.

    Quindi.

    Dopo qualche secolo. È naturale immaginare lo scenario che stiamo vivendo.
    Cioè enormi corporazioni che tendono a accumulare sempre più danaro.
    Persone fisiche che tendono a accumulare sempre più danaro.

    Per cultura.

    Ora. Visto che il danaro non è infinito.
    E che nessuno dirà mai basta . Ma tenderà sempre a volerne di più, è lecito pensare che si possa essere finiti al punto odierno.

    Cioè a spaccarci la testa su discorsi onesti di morale o di politica o di società che non sostiene più il cittadino medio.
    Mentre ci dimentichiamo che è la nostra cultura economica fondata sulla competizione. Sul profitto ad ogni costo. Sulla ricchezza come status e come traguardo.

    A determinare gran parte delle situazioni di disagio che viviamo.

    Il ponte Morandi… Non ha avuto manutenzione. Ciò ha determinato meno spese per chi lo doveva manutenere massimizzando il suo profitto.

    I politici corrotti che di arricchiscono a discapito del cittadino.

    Eccetera…

    Ad un certo livello di cultura e di visione possiamo descrivere ogni evento stracciandoci le vesti e parlando di valori o di etica.

    Ad altri livelli di cultura economica sono tutti o quasi esempi di persone o gruppi che fanno ciò che tutti imparano a fare.

    Massimizzando i profitti. A qualunque costo. Senza mai sapere quando dire basta.

  • Nemo 72 123stella

    Possibili idee o alternative?

    La cultura del nostro tempo manca di alcuni concetti. O li ha ma sono concetti deboli o di poca utilità.

    Misura.
    Dono.
    Moderazione.
    Condivisione.

    Solo per citarne alcuni.

    E manca della consapevolezza di quanto il lessico economico fondato sul neoliberismo o sul consumismo sia entrato nel nostro lessico di tutti inguorni di cittadini medi ignoranti.

    Per citare un esempio.

    Spesso nei rapporti di amore sento parlare in termini di:
    Investimento.
    Sapersi vendere (come immagine seduttiva)
    Perdita/guadagno/ sfruttamento/
    Fare cose per ottenere ritorni affettivi…

    Eccetera.

    Tutto ciò determina che la nostra visione dei rapporti umani è descritta da una mappa di valori economici che tende per sua natura a sfruttare e investire per ottenere lauti guadagni.

    Mentre…

    In altre culture.
    Tipo…
    Ops .
    Il cristianesimo?
    Guarda caso… siamo noi la culla del cristianesimo. Abbiamo Anche il Vaticano…

    Che se ne pensi bene o male.

    Nel cristianesimo la parola amore. Anche intesa come amore coniugale .
    Viaggia sul concetto di dono.

    Dono. Punto.

    Mi sa….

    Che la cultura. E i suoi rappresentanti abbiano parecchio da lavorare, perché forse alla base di tutto c’è un enorme misunderstanding .

    Insomma. Una babele di concetti spesso con significati non condivisi. A livello di termini quindi alla base del singolo significato delle parole usate.

    Ed un enorme buco di coscienza di quale mappa usiamo nel descrivere ciò che viviamo. Usando termini spesso rubati all’ economia che crediamo sia una forma di cultura dogmatica e non criticabile a prescindere.

    Grazie. E scusate la lungaggine.

  • Gianni Bovini

    Solo una precisazione: il nazismo emanò leggi razziali ben prima del fascismo, già dal 1933, dopo anni di violenze verso le minoranze che avevano portato anche all’eliminazione fisica degli oppositori politici, facendo così sancire dalla legge quello che era già prassi e a cui i tedeschi si erano assuefatti; il fascismo vi arrivò “solo” nel 1938 dopo violenze che si erano rivolte, almeno nella penisola, solo contro gli oppositori politici; di razzismo possiamo sicuramente parlare nella vicenda del pugile Leone Jacovacci (1928) e nelle guerre africane, a partire dalla riconquista della Libia.

  • Claudio Antonelli (Montréal)

    Trovo originale la tesi che pone alla base del fascismo, o se vogliamo degli istinti fascisti degli italiani, il familismo amorale constatato dallo studioso E. Banfield in un paesino della Puglia, nel dopoguerra.
    Occorrerà pero’ che l’autore dell’interessante tesi sviluppi un po’ di piu’ i suoi argomenti per convincerci a sostituire l’idea-programma fondamentale del Fascismo, “Tutto nello Stato, niente fuori dallo Stato, niente contro lo Stato”, con l’articolo di fede “Tutto nella famiglia, niente fuori dalla famiglia, niente contro la famiglia”, che fa parte poi del catechismo anche di moltissimi antifascisti.

  • Nemo 72 123stella

    Naturalmente…
    Una risposta o un inizio di dialogo sarebbero graditi.

    Per cui.
    O quello che dico non ha senso.
    Per cui Mi scuso.

    Oppure state massimizzando i profitti del vostro tempo in altre attività.

    Rimane chiaro che se nulla inizia un dialogo il sistema vince. Perché forse la cultura si cambia dal condividere e scambiare idee.

    Personalmente vivere di monologhi… lo ritengo stancante e presso che inutile.

    Namastè.
    🙂

  • “(…) non sorprende affatto che le leggi razziali siano state approvate in Italia ancor prima che nella Germania nazista (…)”? la cosa non mi risulta, qualcuno potrebbe darmi delle delucidazioni?

  • Raffaele Salvia

    Oltre che sulle leggi razziali (imposte in Italia solo nel 1938, mentre in precedenza Mussolini esplicitamente rivendicato l’assenza di antisemitismo del suo regime), un altro enunciato su cui mi trovo perplesso è quello sul potere dei consoli. Non sono un esperto di Repubblica Romana, ma a quanto ne so i consoli non avevano generalmente poteri extragiudiziali, a parte in situazioni eccezionali, nelle quali il senato approvava il Senatum Consultum Ultimum (una sorta di equivalente della legge marziale).
    Anche con il Senatum Consultum Ultimum in vigore, il console Cicerone chiese nel 63 p.e.V. l’autorizzazione esplicita del senato per giustiziare senza processo i responsabili della congiura di Catilina; e che, nonostante l’avesse attenuta, l’anno successivo questo episodio gli valse l’esilio.
    Forse vi sono stati altri episodi in cui dei consoli hanno potuto agire con meno scrupoli, ma non ne sono a conoscenza.

    • I Consoli erano anche a capo dell’esercito. Polibio (Storie VI, 12, 6) dice che in tempo di guerra avevano un potere “pressoché assoluto” durante le operazioni militari, e che avevano “il diritto di infliggere punizioni a chiunque sotto il loro comando”. Questo, ripeto, in situazioni di guerra. In tempo di pace i loro poteri erano limitati.
      In generale, quello che volevo sottolineare era il fatto che quest’idea della necessità di dare a qualcuno poteri illimitati fosse garanzia di efficienza ha radici antichissime: sempre nella fase repubblicana di Roma esisteva la figura del Dictator, qualcuno a cui potevano assegnarsi poteri assoluti in casi di estremo pericolo, ma che poteva stare in carica al massimo 6 mesi. Fu nominato Dictator Quinto Fabio Massimo, “il temporeggiatore”, all’epoca in cui Roma stava per capitolare sotto le mazzate di Annibale.

      P.S. Cicerone sosteneva che il suo esilio fosse illegittimo: aveva sì fatto condannare a morte Catilina e i suoi senza processo, ma -diceva- dipendeva dal fatto che essendo diventati “nemici del popolo” avevano legalmente perso il loro status giuridico di cittadini romani, ergo la legge non si applicava.

  • Penso che parlando di leggi razziali “approvate prima della germania nazista” potrebbe riferirsi al regime di apartheid instaurato nelle colonie.
    Non sono certo delle tempistiche, ma il regime manifestò le sue tendenze razziste ben prima delle leggi razziali, che se ben ricordo erano sostanzialmente antisemite, poi vado a memoria e non sono uno storico quindi potrei sbagliare.
    Tra l’altro chi è arrivato prima a gasare dei poveracci mi sembra un punto del tutto marginale nella discussione, ma fa sempre piacere vedere quante reazioni provoca toccare il mito del cattivo tedesco e del buon italiano!

    Cordialità,

    Novat

  • Claudio Antonelli (Montréal)

    “Dono, moderazione, condivisione…” saranno forse concetti di cui la nostra cultura manca. Il nostro parlare invece abbonda di “condivisione” e “condividere” parole che sono molto usate oggi, per portare avanti il discorso, attività italiana per eccellenza. «Condivisione» è una parola sussiegosa che s’inserisce con un inchino nei discorsi italiani, spesso tra un “vaff…” e l’altro. Nella penisola, dal santo padre e dal presidente della Repubblica in giu’ tutti fanno a gara a chi coniuga meglio il verbo “condividere”, concentrato di virtu’. Lo stesso filosofo Massimo Cacciari, campione di tolleranza, di condivisione e di apertura al diverso, ha bollato con queste magistrali parole di m… chi diversamente da lui non condivide il dovere di accogliere automaticamente chi giunga da noi dopo aver pagato il biglietto agli scafisti. “Chi non si vergogna e non si indigna della situazione in cui ci troviamo secondo me è un pezzo di merda”.

  • Allora, cerco di rispondere alle obiezioni principali.

    @Novat
    1. Perché la ricerca dell’utile di un liberale e quello di un familista amorale non sono la stessa cosa.
    Quando i liberali parlano di ricerca dell’utile si riferiscono perlopiù alla facoltà di arricchirsi. Per i liberali (da Adam Smith in poi) l’utile dell’individuo e quello della società coincidono, quando si parla di economia: chi vuol diventare ricco “si darà da fare”, cioè creerà imprese, assumerà persone, pagherà le tasse etc. E di questo attivismo individuale ne beneficia la società, perché si creano posti di lavoro, si aumenta l’offerta di un determinato bene sul mercato etc.
    Viceversa, l’utile del familista amorale può non essere affatto di tipo “proattivo”: anzi, spesso non lo è. Recita uno dei 17 corollari (il 13esimo, per l’esattezza):
    “Il familista amorale apprezza i vantaggi che possono derivare alla comunità solo se egli stesso e i suoi ne abbiano parte diretta. Anzi, esso si opporrà a misure che possono aiutare la comunità ma non lui, perché, anche se la sua posizione, in senso assoluto, resta immutata, egli ritiene di venirsi a trovare in una situazione peggiore se i suoi vicini migliorano la propria posizione”.
    Quanto poi all’affermazione che i fascismi siano tipici delle società liberali in crisi, faccio notare che Gran Bretagna e Stati Uniti (che considero esempi di società liberali “convinte”, a differenza di altre in cui i princìpi liberali sono stati importati e malamente accolti dai locali) non hanno mai conosciuto fascismi (per ora).

    2. Questione leggi razziali
    Qui mi sono espresso male. Mi riferivo al fatto che alcuni storici hanno fatto notare che l’anti-semitismo italiano è stato molto più “spontaneo” di quanto comunemente si pensi. E’ vero che le leggi razziali in Germania erano cominciate già nel 1933 (5 anni prima di quelle italiane), ma fino al 1938 Hitler aveva impedito agli ebrei “solo” di sposarsi con cittadini tedeschi (erano più che altro leggi che dovevano impedire che il sangue tedesco si mischiasse con quello di altre razze): l’esclusione dell’economia tedesca è del novembre 1938, e anche l’allontanamento dalle scuole italiane degli ebrei avvenne prima che in Germania.

    • Il fascismo i popoli anglosassoni l’hanno abbracciato eccome in diverse occasioni, anche ora.
      A livello diplomatico non hanno mai mostrato problemi ad intrattenere rapporti con stati fascisti e si sono sempre schierati dalla parte delle fazioni fasciste quando si sono impicciati negli affari interni degli altri stati.
      Se Hitler, che non credo fosse totalmente scemo, nella seconda guerra pensava che usa e gb si sarebbero arresi senza combattere, sostanzialmente accentandolo come alleato, forse un paio di conti se li era fatti (Si, sto usando la reductio ad hitlerium al contrario).
      L’ultradestra Americana è nazista, quella britannica anche, con il mito del supermercante invece del superuomo magari, ma sfido ad ascoltare certi repubblicani e non vederci lo spirito del baffetto che gli aleggia intorno! (di sti tempi poi! ma è roba vecchia,” America First” era, per esempio, un motto degli antinterventesti all’inizio della guerra e non è stato riesumato per caso. Per non parlare delle implicazioni morali della dottrina del “destino manifesto”, Brrr… )

      Sulla questione delle basi del liberalismo, continua a sembrarmi che la differenza sia solo che uno usa come metro di utilità il mercato e l’altro la comunità in cui vive. E sulla carta non sono più così sicuro che i primi siano i più illuminati. Ma è inutile discuterne troppo, queste sono opinioni basate su a-priori personali alla fine, c’è gente che crede a qualunque cosa, non c’è nulla di male a credere nel mercato!

      Cordialità

      Novat

    • A mio modesto parere , credo che ci sia una differenza fondamentale tra la concezione liberale e quella del familismo amorale. Non è tanto nel perseguire diversi obbiettivi di arricchimento, che sostanzialmente sono simili, ma è nella presenza, in uno stato liberale, di uno Stato , appunto, molto forte e di leggi molto severe riguardo alla produzione di beni, alla tassazione, alla prevenzione della formazione di monopoli in modo tale appunto che i benefici derivanti dalla profusione di energie del singolo per arricchirsi possano ricadere su tutta la collettività. Questo manca completamente da noi, perchè nessun individuo, a parte poche eccezioni eroiche, rappresenta realmente la collettività al di là di rappresentazioni di facciata

      • Si certo, mi riferivo solamente al comune fondamento morale, ovvero l’utilità, ed alcuni possibili risvolti etici; credo che questo sia l’unico piano su cui sia valido confrontare questi due concetti.
        Mentre il liberalismo è un ideologia formalizzata e perseguita, il “familismo amorale” è una tendenza sociale individuata empiricamente e modellizzata teoricamente da un liberale, con fine critico. Non mi pare sensato confrontarle in termini di struttura sociale, anche solo perchè uno è teoria e l’altra è pratica che, come è noto, in teoria sono sempre coincidenti ma in pratica decisamente meno. (scusate il gioco di parole, spero sia chiaro)

        Cordialità,
        novat

  • Claudio Antonelli (Montréal)

    Sempre a proposito di condividere…
    Tempo fa scrissi: “Un verbo non sempre facile da tradurre in italiano è l’inglese ‘to share’ e il francese ‘partager’. Come renderli? Con ‘ripartire’, ‘dividere’, ‘condividere’, ‘spartire’, o ancora ‘partecipare’, ‘far parte’, ‘rendere partecipe’? Dipende, beninteso, dal contesto. Ho semplicemente voluto ‘farvi partecipi’ della questione e ‘condividere’ con voi – ‘to share with you’ – questa difficoltà di traduzione.”
    Oggi – la cosa è chiarissima – nella summenzionata lista dei sinonimi è “condividere” a trionfare. “Condividere” è infatti onnipresente nel linguaggio degli italiani, soprattutto dei politici. Il Parlamento italiano è un’arena da combattimento? Tutti si saltano alla gola? La faziosità impedisce ogni intesa? Nel parlare è invece tutto un “condividere”.
    Ieri il saggio Giorgio Napolitano, presidente “bipartisan” e “condivisore” per eccellenza, non si stancava di lanciare l’invito: “Vanno ricercate regole condivise!” Oggi è papa Francesco, sommo condivisore, a rivolgerci continuamente il monito : « Bisogna condividere! » Peccato che tanti pastori di Chiesa, trasformatisi in lupi, abbiano imposto ad agnelli e pecorelle la condivisione della propria depravazione.
    Ciò che conta in Italia è “portare avanti il discorso”. Un discorso che chi lo fa vorrebbe a tutti i costi “condividere” con gli altri, che non ascoltano. Tutti parlano e ognuno, purtroppo, fa un discorso diverso.

  • Gaspero Domenichini

    Rispondo a : «Una risposta o un inizio di dialogo sarebbero graditi.»

    Personalmente è forse la prima volta che condivido interamente TUTTO un commento, qui su Hic Rhodus (ad essere pignoli avrei preferito che la firma fosse esplicita, ma questo è un discorso diverso).

    Posso comunque ribadire un concetto che sta a cuore sia di “Nemo”, sia di Claudio: l’importanza (della conoscenza) delle parole, che permettono di capirsi, o di capirsi meglio.
    Sostenuto da una grande esperienza in proposito, compresa quella su Hic Rhodus, confermo che anche qui ho spesso molta difficoltà ad esprimere i miei “pensieri”, pensando all’eventualità, tutt’altro che remota, di essere frainteso, soprattutto per il linguaggio decisamente diverso che abbiamo.

    A volte ho provato a spiegarlo parlando di mentalità diverse e di “cultura” diversa, ma è anche “semplicemente” una questione di “vocabolario”.
    La cultura del dono, sebbene a parole approvata da “tutti”, è assolutamente sconosciuta ai più.
    Non so come spiegarmi …, per cui provo a farlo con un esempio che mi pare adeguato, anche se questo significa “volare alto” (speriamo in bene …).
    Per il cattolico, la coppia (marito e moglie) è l’immagine di Dio (non “un’immagine”), e lo è massimamente nel “fare l’amore” , che esprime amore, fecondità e dono. Ma qui il concetto di “dono” è quello portante: ognuno si dona all’altro, cerca il bene dell’altro, il piacere dell’altro, in un dono totale.
    Il problema è che se c’è chi si dona, ci può essere anche chi cade nella tentazione di “prendere” (nel senso di “appropriarsi”), e travisa completamente tutta la realtà. Per cui si può così arrivare alle situazioni di “normalità” che ci riguardano tutti; o addirittura a quelle che giudichiamo “anormali” o criminali (prostituzione, stupro, incesto, … per fare degli esempi).
    Penso addirittura che solo con le parole non sia possibile per tutti capire che cosa voglia dire una cultura del dono, ma che se ne debba fare un’esperienza personale.

    Ribadisco che da “tutte” le parti mi sembra che si dia per scontato che il mercato, eventualmente un po’ limitato o corretto, debba tracciare la via, e che il pensiero liberista sia la versione economica della democrazia e della libertà.
    Così mi pare che si abbia un giudizio decisamente positivo sull’impostazione economica delle società “anglosassoni”, le cui carenze sarebbero evidenti a chiunque l’osservi anche solo da lontano.
    Personalmente ho seri dubbi anche sull’uso della pubblicità. Credo che la prima domanda che ci si dovrebbe fare per ogni valutazione sulla bontà di una cosa (per esempio la pubblicità) debba essere qualcosa del tipo: «ma secondo me questo è utile per la società?», e risposta per la pubblicità credo che non sia del tutto positiva.

    A prescindere da quanto sopra, suggerirei comunque ai responsabili di HR di tenersi caro il nostro Nemo, perché per aumentare i nostri orizzonti è più proficuo confrontarsi con chi ha esperienza decisamente diversa dalla propria, che non con chi la pensa già alla stessa maniera, dando per scontato che tutti noi qui si cerchi di costruire un futuro migliore e che lo si faccia in buona fede e con chiarezza.

    • Nemo 72 123stella

      Grazie per le tue parole.

      Posso tentare di rendere più chiaro ciò che penso… a parole.

      Se in principio era il verbo.
      In una ipotetica religione che posso vivere come un gioco di ruolo. Senza prendermi teoppo sul serio..

      Se in principio è il verbo.
      Allora è lecito pensare che Amore inteso come la forza che muove il sole e le altre stelle, inizia da una coscienza.
      Che solo dopo prende una forma. In se stesso. E crea esperienza.

      Partendo da ciò. Tutte le forme di esperienza che non hanno amore in se hanno altre forme di energie. Che muovono qualcosa. Ma creano esperienze e culture caotiche . Fallaci.

      Questo è di per sé un assunto filosofico. Che posso applicare alla realtà.

      Non sono d’accordo con chi asserisce che le esperienze forgiati la coscienza.
      Perché… è realtà. Che abbiamo politici che viaggiano come dei globe trotter e rimangono piantati in stati di coscienza sempre uguali.

      Credo che coscienza passi dal verbo. Prima.
      E che dopo prenda forma. E crei esperienza.

      Al contrario molte esperienze.
      Droga. Shopping compulsivo. Fuga nelle vacanze. Multimedialità. Sesso usato come mezzo.

      Creano stati di coscienza alterati. Fallaci. Più simili alla coscienza di chi vuole tutto e solo per se

      La differenza fondamentale secondo me si chiama abitudine.

      Fai fare ad un popolo disabitato a riflettere e assumere coscienza.. esperienze droganti.
      Diverranno abitudini.

      Se la cultura no sprona alla coscienza. Prima della forma. Prima della esperienza. Allora si.

      La mancanza di ragione creerà ancora è ancora mostri.
      Che noi chiameremo… esperienze? Installazioni? Leggi? … stato?

      Non importa. A chi non vuole coscienza importa dolo una cosa.
      Che noi siamo il nome sbagliato a ciò che vediamo.

      Cordialità.

  • Nemo 72 123stella

    Quindi.

    Se io volessi prendere coscienza del dono.
    Dovrei comprendere l’economia del Dio del paese in cui sono nato.

    Allora…
    Sedetevi. Se siete neo liberisti.

    Dio è anti economico.

    Suo figlio. Il buon J. Come lo chiamo io dice al ricco.
    Va. Vendi ciò che hai. Dallo al povero. Seguimi.

    In termini macro economici questa è la filosofia del dono.
    Cosa accade dopo?

    Il ricco vende. Da tutto al povero.
    Il ricco diventa povero.
    Il povero diventa ricco.
    E il gioco si ferma?
    No.
    Il ricco da al povero.

    Questa in economia si chiama circolazione di valuta.

    Cosa rende anti economico il pensiero della divinità?

    La partenza.
    Cioè dare.
    Non investire. Non produrre reddito. Semplicemente… dare.

    Si potrebbe cercare di rendere fattibile oggi un pensiero del genere. Ma pare sia impossibile come pensare ad un mondo di uomini liberi al tempo della schiavitù.
    Perché… come a quel tempo gli schiavi erano indispensabili. Oggi il neo liberismo pare indispensabile.

    Dio. O chi per esso. Da una traccia.

    Economicamente valida. Perché l’economia gira in base alla dinamica del flusso della ricchezza.

    Il limite non è scientifico. È culturale.
    Non riusciamo a capire il dono perché viviamo ancora di stipendio. Di accumulo. Di scambio. Di profitto.

    Non ci arriviamo.
    Tutto li.
    Come uno alle elementari che non arriva a capire le derivate.

    Pazienza.
    Ci arriveranno altri…
    Prima o poi.

    Secondo me.

    Altri disabituati a pensare nei termini in cui pensiamo noi. Senza coscienza delle enormi barriere che poniamo alla fantasia che potrebbe intuire un modo diverso di creare economia. E cultura.

  • Nemo 72 123stella

    P.s.

    Prima che qualcuno pensi cose inesatte sulla frase
    “Va vendi tutto quello che hai”

    Pensando che ciò voglia dire ridursi alla fame..
    Faccio delle precisazioni.

    Ciò che hai. Altri filosofi hanno compreso che è ciò che ti possiede. E che possiedi.

    Ciò che hai non è ciò che sei. Ciò che ti serve a essere.

    Quindi ciò che hai è il superfluo.
    Quello che crea false identità.
    Perché ciò che sei non ha bisogno o non avrebbe bisogno di cose superflue. Esempio.
    Se io sono perché ho la mia Ferrari… ho un problema. Secondo un certo modo di vedere l’umano.

    Quindi.
    Tutto ciò per dire che l’assioma posto sul tavolo di discussione dalla divinità. O chi per essa. Circa 2000 anni fa non può essere scartato sulla base di paure puerili nate da una superficiale lettura.

    Oggi abbiamo milioni di pagine scritte da eminenti filosofi su cosa sia la differenza tra essere e avere. Milioni di pagine scritte da economisti validi.

    Oggi forse potremmo mettere assieme tutte queste pagine .
    E iniziare ad immaginare un mondo possibile.

    Se non iniziamo a immaginarlo.
    Ma continuiamo a criticare le esperienze passate…
    Credo che si faccia come uno che ha una ruota a terra.
    Può passare il tempo a lodare la finitura del cruscotto.
    Può passare il tempo a criticare il manto stradale che lo ha fatto forare.

    Ma se non alza le chiappe dal sedile. E non cambia la gomma.. sicuramente dirà cose sensate. E tecnicamente ineccepibili.

    Ma rimane lì.

  • Penso che questo articolo contenga qualche spunto sull’argomento della discussione:

    https://www.newyorker.com/magazine/2018/09/03/francis-fukuyama-postpones-the-end-of-history

    Cordialità

    novat

  • Claudio Antonelli (Montréal)

    La famiglia è la cellula base della socialità degli italiani.
    Proprio come in un gioco di meccano essa costituisce il modulo costruttivo di strutture più ampie e complesse. Luigi Barzini, con tono che oscilla tra la simpatia, l’ironia e il sarcasmo, ha scritto in “Gli italiani”: “La famiglia italiana (…) può essere paragonata ad una nave che naviga in acque oscure e traditrici, infestata da nemici invisibili e spietati. La nave non naviga sola: di solito è circondata da un vasto convoglio che ne garantisce la sicurezza. Il convoglio è l’organizzazione (legittima o illegittima), della quale la famiglia fa parte più o meno indirettamente. È il gruppo, il clan, il partito politico, la camarilla, la combriccola, la consorteria, la setta, l’associazione, l’alleanza, aperta o segreta, costituita da persone legate da origini, speranze, paure e necessità più o meno analoghe.” Ed ancora: “Gli italiani non sono, come credono gli stranieri, individualisti. Servono con fedeltà nelle loro organizzazioni, che solo molto di rado sono quelle ufficiali.”
    Ora alcune considerazioni da emigrato.
    La trasmigrazione di migliaia e migliaia di italiani in una nuova terra non ha per nulla snaturato la nostra propensione ad agire inseriti in una rete di amicizie e di interessi comuni. L’esperienza comune dello sradicamento e del trapianto è riuscita a creare tra gli emigrati una coesione e una solidarietà che vanno al di là dello spirito egoistico di fazione, di oligarchia, di clan, di consorteria, di setta, di cui Barzini appare molto critico. Si direbbe che, grazie all’emigrazione, la sfera delle solidarietà dell’italiano si sia allargata fino ad estendersi a tutti coloro che come lui hanno conosciuto l’esperienza del “viaggio di Ulisse”, con la sfida all’ignoto, e con un iter quasi iniziatico di morte e di rinascita, attraverso l’apprendimento di una nuova lingua e l‘assunzione di una nuova identità.
    Per spiegare il fenomeno della nascita di una nuova più ampia solidarietà, bisogna sottolineare il fatto che per noi immigrati, che viviamo in una società prospera, ordinata e democratica, certi meccanismi di sopravvivenza non sono più necessari. In Canada, sia nella mini-società italiana sia nella società più ampia, l’appartenenza partitica, per esempio, non svolge il ruolo invadente che ha in Italia. Nel nostro paese d’origine, ad un certo livello è indispensabile “appartenere ad un’area politica”. Nella terra dove io vivo, invece, l’italiano non ha bisogno di esibire la tessera di partito per ottenere un posto o una protezione. E questo è un fattore che rafforza il nostro senso d’identità unitaria, di coesione e di solidarietà collettiva, perché tra noi non vi sono barriere partitiche.
    Anche il nepotismo e i favoritismi sono fenomeni infinitamente più ridotti rispetto alla patria di tangentopoli, vero e proprio paese dei balocchi per i detentori di privilegi e per gli intrallazzatori.
    Bisogna però anche dire che la normale solidarietà basata sull’amicizia è più forte tra noi che tra i Canadesi. In Italia, o nella nostra comunità di trapiantati, il comportamento di chi fa un favore ad un amico è considerato legittimo e normale. Qui in Québec, invece, la stessa traduzione in francese della frase “fare un favore” evoca una realtà ambigua e negativa.

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