Da “E il PD, allora?” a “C’era una volta il PD”

L’ultimo sondaggio – sempre con le consuete cautele da riservare loro, lo so – segnala un PD più o meno fermo ai suoi minimi storici con il 17,7% dei consensi; il  +0,3% Schermata 2018-09-04 alle 10.09.59rispetto al mese prima non significa nulla sotto il profilo statistico, come abbiamo spiegato altre volte, e certamente non significa nulla sotto quello politico. Il quasi +2 della Lega invece significa moltissimo, come il -1,4 del M5S. Significa che il trend della Lega non è affatto concluso, come in molti ipotizzavano, e che il suo bacino di incremento è certamente in buona parte il movimento di Casaleggio ma non solo; e poiché a destra i Fratelli d’Italia reggono, è evidente che aspira voti dai residui berlusconiani che, effettivamente, sono sull’onda della morte per inedia.

L’interesse per i sondaggi non è mai nei numeri in sé, specie quando si parla di decimali, ma nei trend, nella composizione complessiva del dato, in particolare quando questo è composto da numeri di un certo significato (com’è nel caso della Lega) e se conforme ad altri sondaggi (al momento dobbiamo aspettare). Quindi: sì, il governo gode ottima salute e la “luna di miele” coi cittadini non è affatto tramontata (e perché avrebbe dovuto? C’è stata tutta un’estate di proclami anti-migranti a sostenere l’onda); che c’è una netta ricomposizione a favore della Lega; che Forza Italia sta scivolando fuori dai giochi, sia come eventuale alleato sia come potenziale opposizione, togliendo a Salvini pensieri residui; che il PD galleggia nel suo famoso “zoccolo duro”.

In un contesto (al momento) di questo genere, nel PD continua la sfibrante partita a Risiko della conquista della segreteria: Martina, mostro di intelligenza strategica, convoca una manifestazione di piazza per il 29 settembre (ci torno fra poco) e si allea con Zingaretti e Franceschini in chiara funzione antirenziana. Mentre Renzi prende e perde tempo alla ricerca di un candidato da contrapporre. La posta in palio, dovremmo capire tutti, non è la segreteria in sé, ma la forma di opposizione che il PD organizzerà contro questo governo; le idee da opporre al vuoto grillino e all’autoritarismo leghista. Se l’opposizione, quella con un minimo di peso e di possibilità di organizzare una rimonta, è ridotta al solo PD, il PD deve essere osservato con attenzione da tutti coloro che si vogliano contrapporre a questo governo fascista. Ma, francamente, è un triste guardare. Gli apparentamenti si stanno facendo non già in virtù di convergenze ideali e programmatiche ma in mera funzione pro e anti Renzi. Insopportabile. E assolutamente autoreferenziale. Il mondo, per i protagonisti, sembra essersi fermato; Zingaretti, Martina, Renzi, sembrano vivere in una bolla a-temporale, dove giocano la loro partita mentre il mondo continua a girare isolandoli; lo spread sale, la Libia esplode, i migranti della Diciotti, il ponte Morandi eccetera; e a malapena si legge qualche stitico tweet, qualche tiepida dichiarazione… Poiché il pieno riempie il vuoto, mentre nel PD si consuma questo silenzio orditore di trame, la Lega avanza, il governo nel suo insieme procede. Non può far piacere a nessuno.

In questo vuoto, probabilmente per cercare di dare un segnale di esistenza in vita, Martina ha indetto una manifestazione per il 29 settembre a Roma. Geniale. Il 29, intanto, c’è il derby Roma-Lazio. Per carità, noi siamo gente impegnata e non ci importa nullissima del calcio, a Roma poi di Roma-Lazio se ne fottono, se è per il bene del Paese. Poi il bravo Martina, anziché tessere un’alleanza a molte voci, l’ha convocata come PD, e sotto queste bandiere tanti (ma tanti) oppositori di Salvini non intendono andare. Mai come oggi ci sarebbe bisogno di una leadership (del PD? Benissimo, ne avrebbe facoltà!) capace di unire i moderati e i radicali, i liberali e i comunisti, in una lotta congiunta per la sopravvivenza della nazione, ma no, l’arguto Martina indice la manifestazione come PD.

Ma poi, intendiamoci: a fare cosa? Le manifestazioni hanno solo uno di questi due significati:

  • dare una spallata al governo, o quanto meno un forte avvertimento del fatto che il paese è contro di lui (così accadde, per esempio, il 12 novembre ’94 contro Berlusconi);
  • contarsi, pur sapendo non maturi i tempi della spallata, per costruire un’identità trasversale e vedere che, dopo tutto, si è in molti, solidali, uniti.

La prima prospettiva è risibile, ma la seconda non lo è di meno. Se non bastano i sondaggi basta guardare in giro, la depressione, l’isolamento reciproco dovuto proprio alla mancanza di una guida. Chi ci convoca in piazza? Martina? Il PD? Questo PD? Ma in quanta folla crede di poter contare, quanti cittadini andranno? Perché è lampante che ha il 10% di possibilità di un risultato modestissimo e inutile, e il 90% di un disastro epocale, con pochi partecipanti che subiranno il contraccolpo dell’ennesimo fallimento. In un mondo di comunicazione strategica, Martina non ha capito che

Il vincitore prima vince poi dà battaglia

Il perdente prima dà battaglia poi cerca il modo di vincere (SunZi)