IL FALLIMENTO DI UNO STATO

[Premessa: Da un po’di tempo avevo in mente di scrivere un pezzo che esplicitasse le problematiche connesse con il declino, o con il mancato successo, di stati anche ricchi di potenzialità. Avevo in mente in particolare gli stati dell’Africa subsahariana, ma poi, scrivendo sotto l’impressione di quello che sta succedendo in questi giorni, la cosa ha preso un’altra piega, che comprende un divertissement che, a guardar bene, tanto divertente poi non è.]
La recente cronaca internazionale ha portato alla ribalta il termine “Stato Fallito” (Failed State). Si tratta dell’ultimo gradino, dopo “Forte” (Strong) “Debole” (Weak) e “In via di fallimento” (Failing) di una classificazione basata sulla capacità di uno Stato di assolvere le proprie funzioni, quelle che ne giustificano l’esistenza, sulle quali esiste una vasta letteratura, che va da Max Weber agli studi contemporanei della Rand Corporation.
Per chi non abbia familiarità con l’argomento, un breve riassunto non è forse inopportuno. Gli Stati nazionali esistono al fine di garantire un sistema decentralizzato di distribuzione di benefici politici pubblici a un numero (rilevante) di persone che vivono entro determinati confini. Avendo rimpiazzato i monarchi di un tempo, gli stati moderni raccolgono le preoccupazioni e le esigenze dei rispettivi cittadini e danno loro risposta, ove necessario mediando fra i vincoli e le sfide della politica internazionale e le dinamiche delle proprie realtà sociali, economiche e politiche interne. Gli stati hanno quindi maggiore o minore successo, o falliscono, a seconda del loro “rendimento” in tutte o parte di queste tre dimensioni (per una disamina dettagliata dell’argomento, in inglese, si veda ad esempio Failed States, Collapsed States, Weak States: Causes and Indicators, di Robert I. Rotberg, qui).
Ancorché al momento non si sia pervenuti alla definizione accademica universalmente accettata delle modalità con cui definire quantitativamente forza, debolezza o fallimento di uno Stato (non fosse altro perché la dichiarazione che uno Stato ha “fallito”, quando formulata a livello ufficiale da un altro Stato o da una organizzazione internazionale, può portare a pesanti conseguenze geopolitiche), la tendenza corrente è quella di avvalersi della categorizzazione messa a punto nel 2005 dalla ONG statunitense Fund For Peace, che si basa su 12 indicatori raggruppati appunto nei tre gruppi sociale, economico e politico (dettagli maggiori qui).

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Li riepilogo qui e, entrando nel vivo del “giochino” proposto all’inizio di questo pezzo, vi chiedo di fare attenzione a quelli che ho evidenziato in grassetto.
1. INDICATORI SOCIALI
a. Pressioni demografiche: includono pressioni derivanti dalla elevata densità di popolazione rispetto alla fornitura di cibo ed altre risorse di sostegno vitale, la pressione dei modelli di insediamento di una popolazione in un determinato territorio, le controversie di confine, di proprietà o di occupazione di terreni, l’accesso ai punti di trasporto, il controllo dei siti religiosi o storici, e la vicinanza ai rischi ambientali.
b. Movimento di massa di rifugiati e profughi interni: lo sradicamento forzato delle comunità di grandi dimensioni a causa della violenza casuale o mirata e/o la repressione, di malattie, scarsità di cibo, mancanza di acqua potabile, concorrenza per la terra, e turbolenze che possono portare problemi di sicurezza, sia all’interno che tra paesi.
c. Appropriazione di un torto reale o presunto da parte di un gruppo in cerca di rivalsa, sulla base di ingiustizie recenti o passate, che potrebbero essere vecchie di secoli. Esclusione dalla politica istituzionalizzata di etnie, comunità, gruppi politici. Nascita e diffusione di retoriche politiche stereotipate o nazionalistiche che additano gruppi minoritari come capri espiatori per indurre l’opinione pubblica a credere che abbiano acquisito ricchezza, status o potere a spese degli autoctoni.
d. Stimolo all’esodo umano: emigrazione di professionisti, di intellettuali e dissidenti politici e emigrazione volontaria della “classe media”.
2. INDICATORI ECONOMICI
a. Sviluppo economico squilibrato determinato dalla disparità dei gruppi, o la disuguaglianza percepita, in materia di istruzione, lavoro e status economico.
b. Violento e/o grave declino economico: progressivo declino economico della società nel suo complesso. Un improvviso calo di entrate derivanti dal commercio, dalle entrate fiscali, degli investimenti esteri o dai pagamenti del debito. Collasso o svalutazione della moneta nazionale e una crescita delle economie nascoste, come il commercio della droga, il contrabbando, e la fuga di capitali. Il fallimento dello Stato può essere accelerato anche da misure connesse alla necessità di pagare gli stipendi dei dipendenti pubblici e delle forze armate e di mantenere altri obblighi finanziari nei confronti dei suoi cittadini, come i pagamenti delle pensioni. Crescente difficoltà o incapacità dello Stato di riscuotere tasse e tributi.
3. INDICATORI POLITICI
a. Criminalizzazione e/o delegittimazione dello Stato: la corruzione endemica o sciacallaggio di élite al potere, la resistenza alla trasparenza, responsabilità e rappresentanza politica. Include qualsiasi perdita di fiducia popolare nelle istituzioni dello Stato e dei relativi processi di funzionamento.
b. Progressivo deterioramento dei servizi pubblici e della capacità di fornire servizi essenziali, come sanità, istruzione, trasporti pubblici.
c. Diffuse violazioni dei diritti umani: l’emergere di un governo autoritario, dittatoriale o militare in cui sono sospese le istituzioni costituzionali e democratiche. Focolai di politica ispirata alla violenza contro civili innocenti. Un numero crescente di prigionieri politici o dissidenti a cui viene negato un giusto processo in linea con norme e pratiche internazionali. Diffuse violazioni dei diritti giuridici, politici e sociali, compresi quelli di individui, gruppi o istituzioni culturali (ad esempio, gli attacchi mezzo di stampa, la politicizzazione della magistratura, l’uso interno di militare per fini politici, repressione degli oppositori politici, persecuzione religiosa o culturale).
d. Perdita del monopolio statale nell’uso della forza: emergere di “guardie” autoproclamantesi d’élite che operano impunemente. Emergere di milizie private (anche incoraggiate o guardate benevolmente dallo Stato), che aggrediscono avversari politici, sospetti “nemici” o persone considerate vicine all’opposizione. Emergere di milizie rivali, forze di guerriglia o di eserciti privati in lotta armata contro le forze di sicurezza dello Stato. Perdita di effettivo controllo su porzioni del territorio dello stato, che sono soggette a varie forme di governi ombra.
e. Ascesa di gruppi dominanti divisi in fazioni: frammentazione delle classi dirigenti e le istituzioni statali lungo le linee del gruppo. Uso di retorica nazionalistica aggressiva da parte dei gruppi dominanti, in particolare forme distruttive di irredentismo o di solidarietà comunitaria (ad esempio, “pulizia etnica”, “difesa della fede”).
d. Intervento di altri Stati o fattori esterni.
I punti evidenziati vi sono risultati in qualche modo familiari? A me, tristemente, si: il nostro Paese mi pare essere afflitto da problematiche che sono riconducibili a 9 dei 12 indicatori di fallimento di uno Stato. L’evasione fiscale si aggira sui 111 miliardi di euro/anno, la percentuale di laureati é la metà della media OCSE, 124,000 italiani in età lavorativa sono espatriati nel solo 2016, i pensionati che spostano la residenza in Portogallo (e quindi vanno a “spendere” lì) cominciano ad essere un fenomeno sociale, 4 regioni sono de facto in mano alle mafie, le campagne elettorali si conducono non sui programmi ma sul massacro mediatico dell’avversario, la retorica del Ministro degli Interni (e quindi del Governo, visto che non risulta sia mai stata smentita dal Presidente del Consiglio dei Ministri né dall’altro duumviro) indica nei migranti e nell’UE le fonti di tutti i mali, e chi non vede il parallelo con “Deutschen! Wehrt euch, kauft nicht beim Juden” e con il complotto demoplutogiudaico o é in malafede o non ha studiato, proliferano le ronde di nerboruti autonominatisi tutori dell’ordine, il Presidente del Consiglio, fra l’altro di professione avvocato, dice che si possa e debba procedere a condannare indipendentemente dai risultati di una indagine giudiziaria e fuori dai tempi della giustizia e mezzo paese applaude (a proposito, ne riparliamo quando toccherà a voi), lo Stato é il nemico, i movimenti separatisti registrano un lento ma costante aumento di voti …

Certo, l’Italia non è il Venezuela, né lo Yemen. Altrettanto certo, ogni indicatore ha un valore (oscillante fra 1 corrispondente al massimo della stabilità a 10  equivalente al fallimento totale) la cui attribuzione manterrà sempre un margine di soggettività. E, certo, molti dei problemi evidenziati sono presenti anche in altri Paesi.

Ma i valori italiani (vedasi la carta interattiva qui) sono simili a quelli del Costa Rica e dell’Argentina, inferiori a quelli di Cile e Slovenia e, quel che è peggio, in calo costante, e si stanno avvicinando al limite basso della classifica degli stati solidi … o a quello alto degli stati deboli, e non é una bella cosa. E di questo bisognerebbe cominciare a tenere conto, quando si pensa a quale sia il ruolo del nostro Paese sulla scena mondiale e ci si chiede il perché della diffidenza internazionale nei nostri confronti. La maggioranza degli italiani (ben più del 60% della popolazione se devo dare ascolto ad inchieste e sondaggi, e per una volta ci credo) ha deciso di costruire e difendere un sistema che espelle ed espellerà le eccellenze in praticamente tutti i campi, premiando invece le mediocrità. E siccome la mediocrità riproduce e premia se stessa, quella politica, da “sopra”, e quella dell’elettorato, da “sotto”, hanno concorso in questi decenni ad imporsi in ognuna delle professioni che determinano l’immagine verso l’estero ed il funzionamento interno del paese: dal giornalismo all’accademia, dalla burocrazia pubblica all’imprenditoria privata sino alla produzione culturale ed alle professioni. Mediocrità, disdegno per la competenza, parassitismo congenito e ricerca di favori sulla base di connessioni politiche o familiari sono le regole che dominano Questo processo ha il suo motore immobile nella politica: mai, credo, avevo visto in parlamento una peggior masnada di incompetenti, chiacchieroni, arruffoni, faccendieri, svitati, ignoranti, bugiardi e megalomani. Costoro non sono stati scelti né da Merkel né da occulte potenze straniere ma dalla maggioranza del popolo italiano che, evidentemente, in essi si riconosce. Questa la realtà con cui l’italiano medio si rifiuta di fare i conti: se, per proteggere te stesso e la tua scarsa voglia o capacità di competere, premi ovunque e sempre mediocrità, fancazzismo e parassitismo diffuso, la minoranza che fancazzista e mediocre non è cercherà di andarsene mentre i furbetti, i fancazzisti ed i mediocri che stanno fuori accoreranno all’Eldorado. Costoro gestiranno il Paese come potranno farlo persone dagli enormi limiti morali, caratteriali e professionali possono fare, cioè disastrosamente, accelerando un processo di dissoluzione e rovina già in atto e della cui portata ci si renderà conto solo quando sarà troppo tardi.

Mi si dirà che intorno a noi è pieno di persone che ogni mattina si alzano e senza stare troppo a lamentarsi – e sì che ne avrebbero ragione – fanno un bel respiro e tirano la carretta in salita, con onestà e forza di volontà, vincendo la resistenza di piccoli medi e grandi burocrati più impegnati a dimostrare che non compete loro e che è colpa di qualcun altro e che tocca a qualcun altro fare quello per cui sono pagati, lottando contro la maleducazione, cercando di dare ai loro figli dei principi in cui credere e a cui rifarsi, provando ad informarsi per crearsi un’opinione prima di parlare e trinciare giudizi, magari sbagliando, ma con il coraggio di portare la responsabilità delle proprie scelte. Ci sono, è vero. Ma non sono abbastanza, e sono sempre di meno. E così, come Bezzi ed Ottonieri prima di me, anche io non riesco ad essere ottimista sul futuro di questo Paese. Non fino a quando non si sarà capaci di smettere ad attribuire a congiure, destini cinici e bari, quelli di prima, agenti esterni e sgie ghimmighe colpe che sono prima di tutto nostre, del popolo di un paese in cui Prezzolini diceva che “il senso del dovere non é molto diffuso, la serietà della vita non ha forti radici e dove si è più proclivi a far valere i propri privilegi che non a sentire i pesi della propria posizione”, e che esprime e sceglie ciò in cui si riconosce.

Godetevi i disastri, perché la ricostruzione sarà terribile.

Post Scriptum. Ma, per fortuna, c’è un lieto fine all’orizzonte: siamo il paese al mondo con il più basso tasso demografico e, tra qualche decennio, non esisteremo più.

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