La brutalità della polizia? La TV la esalta da decenni

Sono un grande appassionato della serie tv statunitense Shameless, e mentre guardavo un episodio dell’ultima stagione (con un nodo alla gola all’idea che sarà l’ “ultima” in tutti i sensi) non ho potuto fare a meno di fermarmi a riflettere su una storyline: quella di uno dei personaggi principali– Carl Gallagher – che inizia la sua carriera di poliziotto. Mi ha colpito soprattutto considerando quanto si sia giustamente parlato, nell’ultimo anno, della brutalità e violenza della polizia negli Stati Uniti, soprattutto ai danni della popolazione afroamericana; eppure, guardando con occhio critico molti film, telefilm e serie TV, ci si può rendere conto di quanto la violenza poliziesca sia spesso non solo giustificata, ma talvolta addirittura additata come unico mezzo per ottenere giustizia.

Nell’episodio in questione di Shameless, il giovane Gallagher viene messo in pattuglia assieme ad una “cazzuta” poliziotta nera, una di quelle bad cop che tanto piacciono al pubblico statunitense.
Alla loro prima uscita, l’agente e Carl s’imbattono in una pattuglia di colleghi che ha appena terminato un inseguimento, arrestando un afroamericano accusato di spaccio. La donna nota un ragazzo bianco nei paraggi, e deduce – dal solo colore della pelle – che dev’essere un cliente dello spacciatore arrestato. Si avvicina per interrogarlo, il tizio scappa e la poliziotta ordina a Carl di inseguirlo.
Il fuggitivo viene arrestato e fatto salire nella volante della polizia, e Carl vorrebbe mettergli la cintura di sicurezza, ma la sua collega gli dice di non farlo. Il perché si capisce qualche secondo dopo.
«Perché conosci il colpevole di quell’inseguimento?» chiede la poliziotta.
«Non lo conosco» risponde l’arrestato: l’agente preme sull’acceleratore e poi inchioda all’improvviso, facendo sbattere violentemente la testa dell’arrestato (già sanguinante per una ferita riportata durante l’inseguimento) contro le sbarre di metallo che separano i posti di guida da quelli posteriori. L’azione si ripete altre tre volte, durante le quali l’arrestato dichiara di non voler parlare senza un avvocato. Alla fine, tuttavia, per interrompere la tortura (perché di questo si tratta) confessa di essere un cliente abituale dell’altro tipo, che è il suo spacciatore.

Qualche scena dopo, alla centrale di polizia, Carl si rivolge alla collega.

«L’ammissione di colpevolezza di quel tizio, senza un avvocato presente, è legale, o almeno etico?» chiede il ragazzo.
La donna sorride, poi risponde: «Fai tenerezza. Senti, il nostro lavoro non è la legalità o l’etica. E’ la giustizia. Quello è scappato dagli sbirri e si è dichiarato colpevole. Fine. Quando inizi a preoccuparti della legalità o dell’etica, uno stronzo ti spara in faccia. Vuoi farti sparare in faccia?
«No, voglio sparare io in faccia alla gente!
«Questo è lo spirito giusto. Assicurati solo che siano loro a sparare per primi».

Una precisazione è d’obbligo, a questo punto: Shameless è una serie molto particolare (credo che finirò per scriverci un articolo, un giorno). Una di quelle che ti sbatte la realtà in faccia senza complimenti, che non ha mai sentito parlare di “politicamente corretto” e che, soprattutto, non ha mai tollerato distinzioni nette tra personaggi “buoni” e “cattivi”: in Shameless non ci sono buoni, al massimo cattivi con qualche momento di umanità in più degli altri. Nel corso della puntata in questione, Carl – che in un primo momento si sentiva affascinato dalla collega – si rende conto di non condividerne i modi, e compie delle azioni che in qualche modo “riparano” alcuni abusi compiuti dalla collega. Questo per dire che gli sceneggiatori di Shameless di certo non avevano intenzione di presentare la poliziotta come un “modello positivo”, posto che – come detto – nell’intera serie si fatica a trovarne mezzo.

Il punto, però, è un altro: l’esaltazione dei “badass cops”, cioè dei poliziotti che “non seguono le regole” (cioè che se ne infischiano dei diritti costituzionali che ogni democrazia decente riconosce a chi viene arrestato) vengono esaltati spessissimo nel mondo del grande e del piccolo schermo.

Questa, ad esempio, è una scena tratta da uno dei film della serie Fast & Furious: lo sbirro energumeno che entra nella sala degli interrogatori ed estorce una confessione all’arrestato a suon di cazzotti e spaccando tutto è senza dubbio il buono del film (Fast & Furious è una serie “all’antica”: chi sono i buoni e chi i cattivi si capisce chiaramente).

Per chi non avesse dimestichezza con l’inglese, il dialogo tra i due agenti che assistono al pestaggio è il seguente:
«E’ legale?»
«No. Ma ci vai tu a dirglielo?».
Mentre nella stanza dell’interrogatorio, quando il sospettato dice “Ho dei diritti, stronzo”, il poliziotto risponde “Non oggi”.

È il trionfo di quel principio pseudo-machiavelliano secondo cui “il fine giustifica i mezzi”, ed è un messaggio che da decenni viene inculcato nella mente di enormi mandrie di telespettatori statunitensi: i diritti degli imputati sono solo fastidiosa burocrazia “garantista”, e se qualche bad cop li ignora meriterebbe una statua, non certo le noie che invece rischia di passare per colpa di qualche white collar troppo zelante e che passa le giornate comodamente seduto in ufficio (mentre i poliziotti “veri” rischiano la vita in strada, signora mia).

Naturalmente il discorso potrebbe estendersi a ben altri ambiti, non solo a quello delle forze dell’ordine. Pensiamo alle serie TV ad argomento medico, ad esempio: anche lì l’eroe è spesso il medico che “pensa fuori dagli schemi”, magari applicando terapie sperimentali rischiose che hanno una possibilità su 100 di risultare efficaci (ma che ovviamente risultano sempre efficaci in quella puntata).
Oppure, nelle serie che hanno come protagonisti degli avvocati, il personaggio “vincente” è spesso quello che ricorre a mezzi illegali per vincere le cause: ingaggia qualche hacker per procurarsi documenti riservati, ricatta qualche testimone chiave, talvolta addirittura ricorre all’omicidio.

Di per sé, tra l’altro, che la legge e la giustizia possano non coincidere è una conclusione a cui l’umanità è giunta già dai tempi di Sofocle: la storia è piena di leggi ingiuste, e di uomini e donne che le hanno intenzionalmente violate in nome di un principio più alto di giustizia. Ma qui siamo alla giustificazione de facto della giustizia fai-da-te: il cinema americano ha fatto trapelare il messaggio che le leggi in vigore negli USA servano a tutelare solo i ricchi e i potenti (cosa che, paradossalmente, non pare del tutto infondata, numeri alla mano), e dunque il poliziotto/medico/avvocato/pompiere che vuol fare la differenza proteggendo i deboli non può far altro che infrangerle, quelle regole.

Esagero se penso che tutto ciò, in un’epoca e in un Paese video-dipendente, possa avere avuto un qualche ruolo nello spingere 70 milioni di americani ad identificarsi in un signore – Donald Trump – che di questo non rispettare regole e protocolli ha fatto un marchio di fabbrica?
Nel mio piccolo, credo che una relazione ci sia. Può capitare, dopo anni e anni di messaggi così edificanti, di risvegliarsi un giorno e vedere un’orda di trogloditi che entra a forza in Senato per portarsi via il leggio, farsi fotografare con i piedi sulla scrivania di Nancy Pelosi o immortalarsi vestiti da sciamani, il tutto nella profonda convinzione di essere nel giusto. O che ci sia in atto un gigantesco complotto.