L’Italia è una repubblica governata dai tassisti?

Premesso che il ddl Concorrenza non comporta alcuna minaccia diretta alla categoria dei tassisti (l’art. 10 apre ai servizi di mobilità digitali, sì, e quindi alla concorrenza – perché si chiamerebbe ddl “concorrenza”, se no? – ma offre anche diverse garanzie a tutela dell’attuale esercizio di questa professione. Fonte), assistiamo quasi nell’indifferenza (si fatica a trovare qualche notizia o analisi sui quotidiani) all’ennesimo esercizio di prepotenza di una categoria che è scesa in piazza contro Bersani, Monti, Renzi, oggi Draghi, domani chiunque altro. Lasciamo stare i toni estremi e minacciosi della protesta (“lasciamo stare” per non perdere tempo con commenti ovvi, non perché il bullismo non sia biasimevole) e guardiamoci negli occhi per decidere che paese vogliamo diventare, diverso da quello che mostra di essere

L’Italia è una repubblica fondata sulle corporazioni, mille e mille corporazioni, ciascuna delle quali gode di un privilegio, per quanto miserabile, che difende con le unghie e coi denti. È palese che maggiore disponibilità di auto, reclutabili anche con smartphone, produrrebbe un servizio migliore a minore costi per gli utenti; e si può capire – ci mancherebbe! – che i tassisti di oggi vedano ciò come una minaccia dalla quale difendersi; i tassisti voglio essere pochi, con licenze contingentate, e finiamola lì. Così il Paese va più piano, va a rilento, rimane indietro rispetto alle nazioni più inclini alla modernizzazione.

È chiaro che il punto non riguarda i tassisti in sé; ma i tassisti assieme alle altre 999 corporazioni: quella degli insegnanti che non vuole formazione e valutazione; quella dei ferrovieri, degli elicotteristi, del trasporto merci, degli autobus (per citare solo le categorie in sciopero a luglio – fonte); in alcuni casi si tratta di difendere i salari, o reclamare condizioni di lavoro migliori, e in questi casi offro la mia piena solidarietà. Ma in un numero sempre maggiore di casi si tratta di difesa dello statu quo: non voglio riforme; non voglio controlli, formazione, doveri, responsabilità aggiuntive; non voglio concorrenza, non voglio adeguarmi; lasciatemi stare così, che nella mia nicchia ecologica ho imparato a sopravvivere, e il mondo mi va bene così.

Tornando ai tassisti, che sembrano una caccola di fronte ad altre corporazioni, il fatto che da decenni si siano provati timidi tentativi di parzialissime riforme, per lo più fallite, dice molto, moltissimo, sulla capacità di qualunque governo di fare il proprio lavoro: 

In fondo – sembrano ragionare i tassisti – se facendo la voce grossa l’abbiamo sempre avuta vinta, perché mai questa volta dovrebbe andare diversamente? E’ una domanda legittima. (fonte)

Per non darla vinta ai sindacati corporativi (BTW: la CGIL è ovviamente a fianco dei tassisti) occorre un governo forte e stabile, con una maggioranza sicura e poca paura per il proprio futuro politico; e un’Italia continuamente sotto scacco da forze politiche avventuriste e populiste, in una continua ed estenuante campagna elettorale perpetua, a quanto pare non è possibile proporre neppure il minimo accenno riformista.

Prima o poi, se non questa volta, la prossima, una benedetta riforma del trasporto sarà fatta; ma che fatica! Che spreco di tempo! Che segnale negativo all’imprenditoria straniera che potrebbe investire in Italia, ma col cavolo che lo fa! Quanti soldi sprecati! Così nel comparto pubblico, in sanità, nella scuola, in ogni angolo del Paese si va avanti col lanternino e la stufetta a carbone perché così conviene ai lanternisti e ai venditori di carbonella, mentre il mondo viaggia alla velocità della luce e corre verso una modernizzazione indispensabile per sopravvivere nel mondo globalizzato. Ma alla CGIL, e non solo a lei, questo non importa un fico secco.