Di chi è la Banca d’Italia?

Questo post è dedicato a un argomento apparentemente tecnico, eppure molto importante per tutti: l’aumento del capitale della Banca d’Italia (d’ora in poi, anche BI) deciso per decreto legge a novembre 2013 (e già qui viene spontaneo chiedersi perché mai aumentare il capitale della BI rivestisse un carattere di “straordinaria necessità e urgenza”, come recita la classica clausola del decreto. Scopriremo più avanti forse la vera urgenza…). Purtroppo, la faccenda è un po’ complessa, e per discuterla correttamente dovremo mettere a confronto il nuovo Statuto della BI, inopportunamente emesso a tempo di record per recepire appunto le novità del decreto (e che peraltro dovrà essere modificato per tener conto delle variazioni al decreto che sta approvando il Parlamento), con quelli precedenti. Le differenze sono infatti rilevantissime, in negativo, per le nostre tasche.

Mi scuso se non riuscirò a evitare tecnicismi, e se contemporaneamente dovrò adottare semplificazioni draconiane, come ignorare il fatto in realtà tutt’altro che irrilevante che la Banca d’Italia è ormai da anni una parte del Sistema Europeo delle Banche Centrali. Il punto intorno a cui ruota tutto è: di chi è la Banca d’Italia? Non è una questione accademica: certo, la BI è o dovrebbe essere un organismo indipendente e credibile, un’Autorità di vigilanza sul delicatissimo settore bancario, un’autorevole voce sulla politica economica; e in tutte queste funzioni ci aspettiamo che operi con autonomia e trasparenza nell’interesse della collettività, indipendentemente da chi ne sia il “proprietario”. A proposito: dall’elenco dei partecipanti al capitale della BI, si vede che Intesa-San Paolo detiene circa il 30% delle quote e Unicredit il 22%; le restanti quote sono ripartite tra decine di altre banche, assicurazioni ed enti. Il fatto che le stesse banche che essa controlla detengano le quote del capitale della BI è certamente discutibile, ma non è di possibili conflitti di interesse che voglio parlare qui: la questione, molto più “materiale”, riguarda il vasto patrimonio della BI (qui parlerò per semplicità delle sole riserve). Di chi è? A chi spetta? O, tanto per cominciare, di quanti soldi stiamo parlando? Beh, secondo i documenti ufficiali della BI le sue riserve ammontano a oltre 130 miliardi di Euro. E di chi sono questi soldi? Senza pretesa di affrontare la questione in termini strettamente giuridici (citerò poi alcuni riferimenti in proposito), dirò subito che sono soldi nostri. Non tanto perché la BI sia un istituto di diritto pubblico, e quindi destinata a soddisfare specificatamente bisogni di interesse generale, quanto perché il suo patrimonio è frutto innanzitutto dalla sua attività monetaria. Peraltro, questo è affermato anche dallo studio (di cui parlerò più avanti) che ha condotto alla determinazione del “nuovo” valore del capitale, e che nella sua Premessa recita: “i partecipanti non hanno diritti economici sulla parte delle riserve della Banca riveniente dal signoraggio, poiché quest’ultimo deriva esclusivamente dall’esercizio di una funzione pubblica”. Questa considerazione è fondamentale per ricordare da dove viene la ricchezza “congelata” nelle riserve della BI (e agli autorevoli esperti che hanno redatto lo studio in questione vorrei proprio chiedere quale “parte delle riserve” della BI non deriverebbe dall’esercizio di una funzione pubblica!); e proprio il fatto che questo rilevantissimo patrimonio sia contemporaneamente di “proprietà” della BI e soggetto al vincolo di essere impiegato per finalità di interesse pubblico rappresenta la radice del problema.

Chi possiede le quote della Banca d’Italia? Il vero passaggio chiave nella storia della BI è infatti la privatizzazione delle banche commerciali che ne detengono le quote. Originariamente, infatti, il problema che sollevo non esisteva: i soggetti che secondo il decreto costitutivo della BI, che risale al 1936 e poi fu marginalmente modificato nel 1948, potevano detenerne quote erano sostanzialmente pubblici, in particolare “istituti di credito di diritto pubblico e banche di interesse nazionale”; queste ultime erano Credito Italiano, Banca Commerciale Italiana e Banco di Roma, delle quali l’IRI deteneva la maggioranza assoluta del capitale. Ancora in tempi recenti, la proprietà delle quote della BI doveva rimanere in mano pubblica, come si può leggere nello Statuto della BI che risale al 2002, quindi già dopo l’introduzione dell’Euro: “In ogni caso dovrà essere assicurata la permanenza della partecipazione maggioritaria al capitale della Banca da parte di enti pubblici o di società la cui maggioranza delle azioni con diritto di voto sia posseduta da enti pubblici”. Quindi, nel 2002 la partecipazione di soggetti privati era ammessa, ma per una minoranza del capitale (nel 1993 era già stata effettuata ad esempio la privatizzazione del vecchio Credito Italiano, per la quale lo Stato incassò poco meno di 1 miliardo di Euro). L’ultima formulazione prevede invece che a possedere quote possano essere  “banche aventi sede legale e amministrazione centrale in Italia”. Una bella differenza. Quindi, in sostanza, fino alle privatizzazioni il patrimonio della Banca d’Italia era di origine pubblica ma era anche di proprietà pubblica, e tutto era (più o meno) coerente: oggi si certifica la proprietà privata delle quote della BI, che è un’assurdità e apre la porta alla sottrazione di risorse pubbliche a beneficio di privati.

Quanto valgono le quote? In effetti, fino al decreto dello scorso novembre il valore nominale delle quote della BI era risibile: l’intero capitale nominale, fino a ora, ammontava a soli 156.000 Euro. Adesso, invece, il capitale è stato innalzato, in un sol colpo, a 7,5 miliardi di Euro (quasi cinquantamila volte il capitale originario!); e questo incremento avviene, come si legge nel decreto, “mediante utilizzo delle riserve statutarie”. Ecco, quindi, che magicamente alle banche private che detengono le quote vengono di fatto “regalati” miliardi di Euro presi dalle riserve della BI (ad esempio, la quota di Unicredit vale oggi oltre 1,6 miliardi). Inoltre, dato che il decreto (con le modifiche in corso) stabilisce un limite massimo del 3% alle partecipazioni, Banca Intesa e Unicredit monetizzeranno la gran parte delle loro partecipazioni, incassando rispettivamente almeno 2 e 1,4 miliardi cash (se non vendessero a terzi, a comprare sarà la BI stessa, appunto attingendo alle sue riserve).

In realtà, per determinare il nuovo valore del capitale, la BI ha fatto svolgere uno studio da autorevoli esperti, che hanno indicato in un intervallo tra 5 e 7,5 miliardi di Euro il valore equo (inutile dire che è stato poi adottato il valore massimo), utilizzando per determinare il valore delle quote (depurato dal valore delle riserve su cui i partecipanti non hanno diritti) un metodo peraltro criticato efficacemente qui.
Ragione o torto che abbiano, peccato che i dotti esperti non siano stati però interpellati quando le banche di interesse nazionale sono state cedute ai privati, con “in pancia” le relative quote della BI, che quindi sono state sostanzialmente svendute ai privati in questione. Prendiamo il caso della privatizzazione del Credito Italiano, che disponeva del 10,8% delle quote della BI. Secondo la nuova quotazione, quel 10,8% oggi varrebbe 810 milioni di Euro; per il 55% del Credito Italiano, l’IRI nel 1993 incassò complessivamente 930 milioni di Euro, che rivalutati a oggi corrispondono a circa 1,47 miliardi. In altre parole, le sole quote della BI possedute dal Credito Italiano sarebbero state pari al 17% del valore dell’intera Banca! E’ evidente che un simile valore non fu certo riconosciuto allo Stato, e lo stesso vale in altri casi, come si può leggere qui; d’altronde, ancora nel 2003 nel bilancio di Unicredit a quel 10,8% veniva attribuito un valore di “soli” 46,5 milioni di Euro, diciassette volte meno di quanto si vuole farlo pagare allo Stato oggi. Poi, dopo la fusione con Capitalia, la quota di Unicredit ha raggiunto appunto il 22%, e nel bilancio 2012 era valutata 284,5 milioni di Euro. In altre parole, il valore attribuito da Unicredit a una singola quota della BI è triplicato tra il 2003 e il 2012, e ora che si tratta di incassarlo questo valore viene ulteriormente moltiplicato quasi per sei, grazie alla munificenza con la quale il Governo ha deciso di versare alle banche i nostri soldi. Questa “progressione” non rispecchia certo un aumento esponenziale del patrimonio della BI, bensì quello dell’avidità dei nostri banchieri.

Ma c’è anche un altro regalo offerto alle banche: il nuovo Statuto, infatti, prevede che ai detentori delle quote possano essere assegnati annualmente dei “dividendi” pari al massimo al 6% del capitale; fino a ieri, era una cifra irrisoria, ma oggi ammonta complessivamente a 450 milioni di Euro l’anno. Per lo spumante, immagino.

Quindi, sintetizzando i fatti:

  1. le riserve della BI sono frutto della sua attività monetaria (in primis, il famoso signoraggio), i cui frutti spettano ai cittadini italiani, e non a privati; i dotti esperti della BI sostengono che questa affermazione si applica solo alla parte di riserve derivanti dal signoraggio, come se ad esempio gli interessi che la BI riscuote sui titoli di Stato non derivassero dalla sua funzione pubblica;
  2. quando le banche ex-IRI sono state privatizzate, i compratori non hanno pagato praticamente nulla per le quote della BI che erano “incorporate” negli asset delle banche di interesse nazionale;
  3. c’era un motivo per questo: per Statuto le riserve erano “bloccate” e non potevano essere prelevate per pagare “dividendi” (se non irrisori) ma solo per impieghi di interesse pubblico;
  4. dopo le privatizzazioni, le banche nei loro bilanci hanno cominciato unilateralmente ad attribuire alle loro quote della BI un valore progressivamente superiore a quello nominale, contando evidentemente di vederselo prima o poi riconoscere;
  5. il decreto di novembre 2013 porta alle banche detentrici di quote tre enormi “regali” a spese della collettività: incrementa enormemente il valore delle quote, “autorizza” la BI ad acquistare le quote eccedenti delle maggiori banche garantendone quindi il valore di vendita, e assicura ai detentori delle quote un flusso regolare di denaro prelevato dalle casse della BI, pari a 450 milioni l’anno.

Sui punti controversi che ho citato, ossia quale sia il fair value delle quote della BI detenute dai privati, quali danni alle tasche degli italiani produca la proprietà privata delle quote e a chi spettino i frutti delle riserve della BI, esistono numerose prese di posizione anche recenti e non saprei citarle tutte, ne riporto alcune qui sotto lasciando a voi cercarne altre anche grazie ai riferimenti che queste contengono.

In conclusione, le mie opinioni: è evidente che “regalare” enormi cifre di patrimonio pubblico agli azionisti privati delle banche è ai limiti dello scandaloso, e che è assurdo (o forse inevitabile, visto che di autentica sottrazione si tratta) che decisioni simili vengano prese nel sostanziale silenzio verso l’opinione pubblica. Abbiamo passato mesi a discutere quotidianamente di IMU, e praticamente non si parla per nulla di una “tassa occulta” che supera abbondantemente l’IMU sulla prima casa. Ma, mi sono chiesto, come è possibile? Perché il Governo ha fatto una simile scelta? Le ragioni possono essere diverse, più o meno esplicitamente dichiarate. Tra queste, ai miei occhi in ordine decrescente di presentabilità:

  • Eliminare un evidente anacronismo e dare un fondamento e una regolamentazione al valore del capitale, quantificando le “legittime” pretese dei detentori delle quote sui frutti del patrimonio della BI;
  • Ridurre la concentrazione delle quote, e favorire il trasferimento di una parte significativa di esse alla BI stessa;
  • Fare “cassa” per lo Stato, grazie alle tasse che le banche dovranno pagare sulle plusvalenze relative alle loro quote;
  • “Ricapitalizzare” indirettamente le banche stesse, per alcune delle quali la nuova valutazione delle quote è manna dal cielo in vista degli “stress test” di bilancio.

Gli ultimi due punti spiegano forse anche i veri motivi della “straordinaria necessità e urgenza” che ha condotto a questo improvvido decreto: quella di “pompare” liquidità fuori dalla Banca d’Italia. Tutto ciò, tanto per cambiare, a spese (e sostanzialmente all’oscuro) dei cittadini.

Riferimenti esterni (oltre quelli riportati nel testo):
– il prezioso sito informativo lavoce.info ha dedicato un intero dossier alla questione, con articoli chiari e condivisibili;
– la BCE ha espresso un parere sul decreto,  richiedendo di tutelare e ricostituire le riserve della BI;
– articoli relativi ad aspetti specifici della questione si trovano ad esempio sul Sole 24 Ore (qui e qui, ad esempio);
– in particolare sul tema della proprietà delle riserve, segnalo un buon articolo di impianto giuristico tra quelli presenti in Rete;
– Radio24 ha dedicato una bella trasmissione al tema.

4 commenti

  • Come funzionano le cose nel resto del mondo?

    • Ho idea, a parte la leggittima curiosità, che qualsiasi sia il funzionamento di queste questioni all’estero il fulcro della questione non cambi. Se così fosse, la vecchia scusa del “ma lo fanno tutti” avrebbe una qualche correttezza etica e materiale quando così, chiaramente, non è.
      Interessantissimo Post!

  • Articolo interessante e ben fatto.
    Una curiosità: il fondo per garantire i c/c da chi è “gestito”?
    Perché se è gestito con soldi dello stato, mi sembra un motivo più o meno valido per garantire solidità alle banche. Ma in questo caso mi chiedo perché non viene sbandierato come risultato.
    Aver impedito di pagare miliardi di euro per rimborsare quei c/c sarebbe una buona giustificazione…

    • Per quanto ne so, il fondo di garanzia è finanziato dalle stesse banche, ma non è una cosa che ho studiato a fondo. Peraltro, gli effetti della rivalutazione sono molto diversi tra banca e banca, ci sono Intesa e Unicredit che da sole attualmente hanno oltre la metà dele quote…

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