Volete davvero morire a 40 anni?

Nel caso siate stati sul Marte negli ultimi 30 giorni, potreste non aver saputo dell’iniqua e vergognosa distribuzione della ricchezza nel mondo. Perché, con la pubblicazione del World Wealth Report, la notizia che tutti i giornali hanno riportato è che circa l’1% della popolazione possiede più o meno la metà della ricchezza del mondo, fatto usualmente accompagnato da commenti del tipo “mai tanta ineguaglianza”.

L’Oxfam briefing paper è molto chiaro in proposito, basandosi su dati del World Economic Forum:

  • circa metà della ricchezza mondiale è posseduta dall’1% della popolazione;
  • la ricchezza dell’1% più agiato vale 110 trilioni di dollari, 65 volte la ricchezza totale della metà della popolazione mondiale meno agiata;
  • gli 85 più ricchi del mondo sono ricchi quanto tutta la metà meno agiata della popolazione mondiale;
  • sette persone su dieci vivono in paesi dove la disuguaglianza economica è cresciuta negli ultimi 30 anni;
  • l’1% più ricco ha incrementato la sua percentuale di reddito in 24 su 26 paesi per i quali ci sono dati dal 1980 al 2012; negli USA, l’1% più ricco ha raccolto il 95% della crescita post crisi, mentre il 90% più povero è diventato ancora più povero;

Vista così, c’é da fare la rivoluzione: il sistema è marcio, indignamoci, etc., etc., etc. Ma le percentuali sono straordinariamente ingannevoli. La ricchezza mondiale infatti non è una costante, cresce nel tempo. E quindi è perfettamente possibile che la ricchezza si concentri e allo stesso tempo aumenti la ricchezza di tutti (attenzione, non dico nè che sia accaduto, né che sia “equo” qualsiasi cosa questa parola voglia dire, solo che è possibile, e che dalle notizie in pillole non è possibile capire cosa stia effettivamente avvenendo). Vediamo se è possibile sapere qualcosa di più.

Perché c’è qualcosa che non torna con la percezione di ingiustizia e disfatta che danno questi dati: se guardiamo a tendenze più significative (a mio avviso, certamente) viviamo davvero nell’età dell’oro. Un esempio per tutti: l’aspettativa di vita alla nascita, per macroregione:

life expectancy

(fonte: The world our grandchildren will inherit: the rights revolution and beyond)

Questo incremento della aspettativa di vita si è verificato contemporaneamente alla esplosione demografica (la popolazione mondiale dall”800 è amuentata di quasi dieci volte): un po’ come se una squadra di calcio vincesse una decina di scudetti consecutivi e contemporaneamente tutte le coppe internazionali disponibili (qualora qualcuno ritenga che l’aspettativa di vita non sia un parametro importante sappia che le sue argomentazioni saranno prese in considerazione solo dopo che abbia per iscritto rinunciato ai circa 35 anni di vita donatigli dallo sviluppo della società in cui vive).

Dal punto di vista economico accade anche che i paesi in via di sviluppo, dove risiede la stragrande maggioranza della popolazione, abbiano superato in Prodotto Interno lordo (a parità di potere di acquisto) i paesi sviluppati (vedi qui), il che rappresenta senz’altro una buona notizia, dal punto della maggioranza della popolazione mondiale. Ma il dato davvero interessante è questo:

Cosa ci dicono gli andamenti? Il PIL mondo a parità di potere di acquisto (vedi qui), è passato da un totale di circa 10.000 trilioni di dollari negli anni ’80 a circa 50.000 trilioni di oggi (aumentando quindi del 500%). Nello stesso periodo, l’incremento per i paesi sviluppati del PIL pro capite a parità di potere di acquisto è stato circa del 400%, e quello dei paesi emergenti e in via di sviluppo, più o meno, del 1000%. Se fossi un abitante di un paese in via di sviluppo avrei la percezione di “stare meglio” molto più di un abitante di un paese sviluppato, anche senza considerare gli effetti fisici e psicologici minori che hano miglioramenti marginali a partire da condizioni già “buone” (pur rimanendo il tenore di vita, in assoluto, decisamente peggiore di quello dei paesi sviluppati).

Un momento: questo sarebbe certamente vero solo se la ripartizione dell’incremento del reddito derivante dall’incremento del PIL pro capite fosse “equo” ovvero distribuito il più largamente possibile tra le persone del paese in esame.

E qui le cose si fanno interessanti. L’indice per misurare la diseguaglianza nella distribuzione della ricchezza è il coefficente di Gini (economista italiano che lo definì nel 1912; molto più interessante in proposito è la pagina in inglese). L’indice di Gini misura la dispersione statistica dei redditi per i residenti di una nazione. Vale 1 se tutto il reddito di una nazione è mano ad una sola persona, 0 (zero) se è perfettamente distribuito tra tutti. Quindi, ai nostri fini, a prescindere da quanto sia ricca una nazione, tanto più l’indice di Gini è basso, tanto meglio il reddito è distribuito tra i cittadini. La cattiva notizia è che ho visto poche serie di dati disponibili in modo così poco continuativo nel tempo come il coefficiente di Gini. Le informazioni raccolte sono comunque sufficienti per farci porre, alla fine dell’analisi, qualche domanda interessante.

Cominciamo con l’andamento (stimato) dell’indice per l’intero mondo:

Gini index time series world

Sorprendente, no? L’ineguaglianza nella distribuzione del reddito nel mondo è cresciuta significativamente nel tempo, praticamente da quando è iniziata la rivoluzione industriale, e solo recentemente ha cominciato a diminuire. Non solo, ma questo è accaduto mentre il totale della ricchezza mondiale aumentava incredibilmente, così come la popolazione mondiale e l’aspettativa di vita. Il ‘900, da questo punto di vista, è stato un secolo d’oro: maggiore ricchezza mondiale e indice di Gini quasi costante: effettivo miglioramento delle condizioni economiche per tutti. Se non conoscessimo questo tipo di errori di ragionamento (o di tentativi di manipolazione, spesso), avremmo di che argomentare che maggiore è la diseguaglianza nella distribuzione della ricchezza, maggiore è la aspettativa di vita alla nascita.

Ma c’é qualcosa di vero nella percezione (enfatizzata dalla campagna mediatica) che recentemente le diseguaglianze siano assai maggiori che nel recente passato? Perché dobbiamo ancora capire se sia vero che una maggiore diseguaglianza nella distribuzione del benessere (nel frattempo molto aumentato nel suo totale) abbia effettivamente impoverito la maggioranza delle popolazioni. Cosa ci dicono i dati?

Il grafico più completo viene sempre da Wikipedia (cliccare per una versione ad alta risoluzione):

Se osserviamo (certo con fatica) cosa è successo nei vari paesi, rileviamo andamenti molto diversi: la diseguaglianza nella distribuzione del reddito è cresciuta, anche in modo significativo, in paesi come USA, Cina, UK, Polonia. E’ rimasta invece costante, più o meno, in Canada, Giappone, Svezia, Belgio, Brasile. Questo significa che se in questi paese il PIL pro capite è aumentato, è praticamente certo che la maggioranza dei cittadini ha migliorato il proprio tenore di vita. Virtuosissimi, invece, Francia, Italia, Norvegia: in questi paesi la diseguaglianza nella distribuzione del reddito è, nel periodo temporale consolidato, significativamente calata. Considerato che anche per loro il PIL pro capite è aumentato, i cittadini di questi paesi hanno migliorato le proprie condizioni di vita, proporzionalmente, ancora più dei precedenti.

Vale la pena osservare che un indice di Gini molto basso non è un “bene assoluto” molti paesi estremamente poveri hanno indici di disparità molto “migliori” di quelli di paesi ricchi: la loro popolazione è, purtroppo, “equamente” povera (l’indice di Gini dei Neanderthal era probabilmente sommamente equo).

Gli osservatori acuti noteranno che i dati disponibili per gran parte dei paesi si fermano a prima del 2000. Quindi, c’é la possibilità che il comportamento virtuoso sia stato distrutto dal Grande Nemico, l’Oscuro Signore dei complottisti, l’euro. Fortunatamente, a Mord… Bruxelles c’é una ottima base statistica (che si consulta meglio ai nostri scopi qui (grazie, Portogallo)), che contiene gli indici di Gini per tutti i paesi dell’EU, a partire dal 1995:

Gini Index Eu countries 1995-2012

Non occorre essere dei fini analisti per rendersi conto che negli ultimi 15 anni, a parte la citata Spagna (e la negativamente sorprendente Danimarca!), non ci sia stata una significativa variazione nella distribuzione del reddito (la scala di questo grafico è molto diversa dal precedente: non fatevi ingannare, e osservate i valori assoluti dell’indice sulla sinistra del grafico!). Anzi, in alcuni casi la disparità si è persino ridotta, e sappiamo che i PIL pro capite sono notevolemente cresciuti almeno fino al 2008 (Pil pro capite significativamente aumentato + indice di Gini costante o in discesa, o persino in lieve aumento = maggiore benessere per una quota più ampia della popolazione).

La conclusione quindi che il modello sociale nel quale viviamo sia sbagliato, iniquo e drammaticamente peggiore, per coloro che ci vivono, del passato è quindi, almeno dal punto di vista del reddito e della sua distribuzione, falsa.

Tuttavia, che qualcosa non stia andando per il verso giusto appare probabile:

  • la concentrazione di picco della ricchezza (e non la sua distribuzione) sia su individui che in concentrazioni societarie pone dei problemi nuovi e difficili da gestire, specie in un contesto economico dove la manovra speculativa appare essere predominante di gran lunga sull’impegno industriale (è difficile sostenere che le operazioni puramente finanzarie portino, anche come effetto collaterale, a distribuzione del reddito);
  • le tensioni sociali nelle democrazie occidentali, che sono per la prima volte da due secoli di fronte alla prospettiva di diventare statiche, e non più in permanente espansione, sembrano indirizzate nella direzione sbagliata, che promette l’acuirsi violento e distruttivo dei problemi, e non il lavorare per una possibile mitigazione;
  • la pressione demografica, associata ai problemi ambientali causati anche dal giustificato desiderio di migliorare le proprie condizioni di vita degli abitanti dei paesi in via di sviluppo pone delle sfide culturali radicalmente nuove al genere umano: per la prima volta è di fronte alla possibilità di dover agire all’interno di un sistema limitato in spazie e risorse, mentre è stato selezionato, darwiniananamente, all’interno di un sistema (per le necessità dell’epoca) a tutti gli effetti aperto e a risorse illimitate;
  • esistono indizi che la globalizzazione, che ha portato anche ad un miglioramento del reddito nelle popolazioni dei paesi in via di sviluppo, sia correlata alla concentrazione di ricchezza e della finanziarizzazione della stessa, direttamente determinando il maggiore squilibrio nella distribuzione del reddito in paesi come US, UK, Cina.;
  • è possibile che stiamo vivendo un temporaneo e forte momento di disequilibrio nella evoluzione del sistema causato proprio dalla improvvisa globalizzazione, e non sia possibile prevedere quale tipo di andamendo si stabilizzerà una volta ristabilite condizioni meno turbolente.

Parlando del mondo come un sistema fisico estremamente complesso, che include le conseguenze delle azioni dettate dalle componenti culturali umane, è difficile pensare che i suoi gradi di libertà (la flessibilità, che il sistema ha di adattarsi per sostenere al meglio la nostra vita, ovunque abitiamo e in qualunque condizione economica) non stiano radicalmente diminuendo.

I fautori delle “rivoluzioni” che “azzerino” il sistema porterebbero, letteralmente, alla morte o al radicale impoverimento di miliardi di persone (il perché si intuisce qui): li considero dei pericolosissimi irresponsabili, spalleggiati da mezzi di comunicazione la cui capacità di informare su temi complessi è diventata nulla.

Le presumibili modifiche al sistema corrente, necessarie e delicate, vanno contro tutto ciò che percepiamo come “aver funzionato” nella nostra storia per migliorare le nostre condizioni di vita, anzi, per averci letterlamente consentito di vivere. La sfida culturale per modificare questa percezione, e introdurre i correttivi ancora da indentificare (una discussione seria in proposito è ancora del tutto da avviare), è probabilmente la questione più vitale che ci attende per i prossimi 50 anni, se la nostra follia ci consentirà di averli.

7 commenti

  • Da http://annualletter.gatesfoundation.org/ :

    “If you read the news every day, it’s easy to get the impression that the world is getting worse. There is nothing inherently wrong with focusing on bad news, of course—as long as you get it in context. Melinda and I are disgusted by the fact that more than six million children died last year. But we are motivated by the fact that this number is the lowest ever recorded. We want to make sure it keeps going down.”

    • Grazie Antonio per il commento e il link, molto interessante e ovviamente ben fatto. A me ha colpito la frase “The belief that the world can’t solve extreme poverty and disease isn’t just mistaken. It is harmful.” Perché è pericoloso, e porta a conseguenze nefaste, pensare che un problema non può essere affrontato positivamente. E’ interessante anche il tentativo di comunicare che i problemi non sono da vedere staticamente, ma dinamicamente nel tempo (che è anche uno degli scopi di questo articolo). I fattori culturali correnti, come dice anche il report della fondazione Gates, sembrano andare da tutt’altra parte, però. E’ questo il nemico princpale da combattare…

  • Gentile Signor Spok, premetto che apprezzo tantissimo il suo approccio basato sui dati. Devo ammettere altresì che mi attendevo che, almeno dalla grande crisi del 2008, gli indici di Gini si alzasseró notevolmente (e non solo per la Spagna) visto l’aumento dei fallimenti societari, dei disoccupati, dell’incremento percentuale dei “più ricchi”, che in maniera maggior o minore, mi pare si siano verificati in diversi paesi. Esiste per caso anche un problema con l’indice stesso? legato alla natura matematica della sua formulazione e sul fatto che tiene conto solo del reddito e non di altre forme di redistribuzione (es. buoni pasto, ma questo dovrebbe farlo alzare) e non della efficenza nella capacità di utilizzo del reddito? (tra l’altro, ammetto, quest’ultimo aspetto, lo cito senza capirlo fino in fondo). Grazie. Lunga vita e properità.

  • Michele Gardini

    Leggendo i grafici, e pensando alla recente scoperta di quello che faceva il signor Juncker prima di ricoprire l’attuale carica, mi è nata una domanda. Chi ha i soldi e ne ha tanti, nel nostro paese in particolare (ma riguarda tutti i paesi ad alta tassazione), ha imparato a farli sparire e riapparire dove vengono tassati molto meno. In un mondo dove non servono più gli spalloni per muovere miliardi in un battito di ciglia, spostandoli in qualche isola che purtroppo c’è, un indice di Gini rischia di servire meno del pollo di Trilussa. E poiché nessun paradiso fiscale avrà mai interesse a divulgare nullai, non sapremo mai quanto i dati vengono alterati. Ma qualcosa mi dice che non stiamo parlando di bruscolini. Sospetto invece che avrebbero una forte incidenza sulle valutazioni presentate in questo contesto. Tanto più che aiuterebbe a spiegare (parzialmente, è chiaro) un altro grafico trovato su wiki, che dice tante, tante cose sui processi economici in atto. http://en.wikipedia.org/wiki/File:Total_world_wealth_vs_total_world_derivatives_1998-2007.gif
    Potrebbe non c’entrare nulla. Ma se avessi vagonate di soldi messi da parte in qualche paradiso fiscale, cosa ci sarebbe di meglio di un hedge fund per farli crescere?

  • Suggerisco a tutti gli interessati la visione di questo splendido filmato della BBC, che rende molto bene cosa è accaduto nel mondo negli ultimi 200 anni. Questi sono i fatti, e i vantaggi di cui godiamo. Poi ci sono le ideologie, da evitare, e i problemi prevedibili, da affrontare. https://youtu.be/qd5tNzh60hY

  • A volte si hanno soddisfazioni: The Millennium Development Goals Report delle Nazioni unite: http://www.un.org/millenniumgoals/2015_MDG_Report/pdf/MDG%202015%20rev%20%28July%201%29.pdf

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