Evoluzione e princìpi

Ho letto con interesse i precedenti articoli su concetti, o astrazioni, quali giusto, bene, vero etc. Vorrei aggiungere qualche considerazione partendo per quanto possibile, da considerazioni puramente empiriche. La cosa può sembrare irrilevante, non fosse che su ciò che sia bene, male, giusto, sbagliato e categorie simili del pensiero umano sono corsi in passato, e scorrono oggi, fiumi di sangue, e che di sistemi culturali basati su “principi inconfutabili” nascosti sono piene le sette che nel mondo odierno stanno, purtroppo, prendendo sempre più piede.

Vediamo quindi, spero si possa riconoscere in modo immediato il riferimento a dati di realtà:

  • l’uomo, e ogni sua costruzione materiale o intellettuale, è un prodotto evolutivo della natura, e in ogni istante oggetto delle forze che costantemente modificano l’ambiente;
  • l’uomo, è, allo stesso momento, anche autore, per la quota parte consentitagli dalla natura, delle forze in campo;
  • il pensiero umano, e le sue conseguenze, sono un prodotto evolutivo come qualsiasi altro. Formidabile come effetti, in questo periodo storico, ma non qualitativamente differente da qualsiasi altra caratteristica naturale;
  • le categorie (qualcuno le definirebbe morali o etiche) del pensiero umano per valutare le azioni sono, di conseguenza, oggetto di evoluzione esattamente come ogni altra caratteristica; evoluzione in questo caso non esclusivamente biologica. Vale pena approfondire questo aspetto: da Wikipedia  (leggere in particolare il paragrafo relativo al corretto uso del termine evoluzione) “In biologia, con il termine evoluzione, si intende il progressivo ed ininterrotto accumularsi di modificazioni successive, fino a manifestare, in un arco di tempo sufficientemente ampio, significativi cambiamenti morfologici, strutturali e funzionali negli organismi viventi”; nel presente articolo, l’identica definizione si applica non solo alla biologia, ma alle culture umane, e a tutto ciò che esse includono.

Qualora qualcuno avesse dei dubbi sull’ultimo punto, scelga una qualsiasi categoria solidissima secondo la nostra attuale percezione culturale, e verifichi se nel passato abbia goduto della medesima popolarità e “certezza”. Si accorgerà che i nostri pilastri (morale sessuale, ordinamento sociale, rispetto per la vita, qualsiasi cosa riteniate sia “fondamentale”) sono non solo non universali oggi, ma sono anche, nella definizione corrente, giovanissimi, ovvero, da punto di vista evolutivo, ancora tutti da verificare quanto a fitness (non “giustezza”), ovvero in grado di favorire l’adattamento della cultura, e degli esseri umani, che li adottano. Troverà anche che categorie opposte sono state ritenute altrettanto certe e solide in passato, e hanno retto ordinamenti molto adattabili e di lunga sopravvivenza.

A questo punto del ragionamento, una possibile obiezione potrebbe essere: proprio perché le categorie sono un prodotto evolutivo, le nostre attuali convinzioni sono “più raffinate” e “più giuste”, o “più adatte” di quelle che le hanno procedute, perché frutto del “progresso culturale” umano. A parte la non rispondenza di tali considerazioni al concetto di evoluzione, che prevede “fitness”, capacità di adattamento alle condizioni in perenne mutamento, e non “strength”, forza, prevalenza, c’è una concezione ingenua della storia nascosta dietro questa affermazione.

La concezione ingenua è che la storia dell’umanità sia una continua, magari non lineare, crescita migliorativa in capacità, conoscenze, “etica”, etc. Purtroppo, la storia ci dice esattamente il contrario. A parte evidenze significative che il genere umano sia sopravvissuto di poco a una completa estinzione (il nostro pool genico è molto ristretto, segno che a un certo punto siamo rimasti davvero in pochi), nulla, scienza, matematica, filosofia, industria, è cresciuto nel tempo senza attraversare gravissime crisi o la completa scomparsa. Le conoscenze geografiche ellenistiche e cartaginesi, considerabilmente accurate e scientifiche nel metodo, spazzate via dalla civilizzazione romana. La tecnica delle infrastrutture romane scomparsa per circa 1400 anni (pensate di essere nati e cresciuti in una grande città fornita di acquedotti. Un bel giorno, niente più acqua. Per sempre). O, se vi sentite più vicini a questi temi, la capacità di vivere nella natura degli Indiani Americani, e il loro sistema di valori. La società giapponese pre apertura, che tentò di adottare l’extrema ratio della chiusura totale al mondo per preservare i propri principi. Sono spariti, o facciamo finta che lo siano, anche l’etica cavalleresca, la schiavitù, l’integralismo religioso etc. etc. etc. Non c’è categoria umana che nel tempo non sia assurta a “legge universale”, non sia stata insegnata, sostenuta e portata ad esempio, per poi tramontare, ombra di un passato che a malapena consideriamo essere stato, presi dall’idea che il nostro presente sarà per sempre.

Per quale motivo questo accade? Perché il pensiero umano, ingrediente aggiunto recentemente al minestrone dell’evoluzione, ma molto saporito e presuntuoso, viene costantemente modellato dalle azioni (auspicabilmente precedute da altro pensiero) di tutti gli umani presenti ad un dato istante, e contribuisce in questa sua nuova forma leggermente diversa, a modellare le azioni successive, un giorno, un mese, dieci anni o mezzo secolo dopo. E così via: sempre, continuamente, istante dopo istante.

Si tratta di un processo non evidente, non modellabile con gli strumenti attuali (anche se qualche passo in tal senso dovuto essenzialmente allo sviluppo della scienza dell’informazione comincia a intravedersi), ed invisibile. Tanto invisibile che generazioni di pensatori si sono perse alla ricerca degli Assoluti: Bene, Male, Giustizia, Etica, Morale, Democrazia, Anarchia, Popolo, etc., trascurando di trarre le logiche conclusioni da quello che la storia dell’umanità già a disposizione metteva sotto il loro naso (sia chiaro, per inciso, che adottare di volta in volta l’incarnazione “più adatta” di tali categorie supposte universali è stato, da sempre, un vantaggio evolutivo per le culture e quindi per gli umani appartenenti ad esse: rendono coese le società e pertanto maggiormente adatte a fornire strumenti di sopravvivenza ai propri componenti e, in tal modo, pongono le basi per una possibile propria “prosperità culturale” futura).

Siamo quindi in presenza di un relativismo totale applicato anche ai più Intangibili Sacri Principi della <vostra credenza preferita qui>? Prima che usciate a cercar legna per l’inevitabile e necessario rogo del sottoscritto, riflettiamo.

Apparteniamo a una cultura, in evoluzione continua con le sue categorie, inserite in un contesto evolutivo nel quale è presente il concetto di competizione (sebbene possa essere complesso ipotizzare per cosa competano le culture, la storia ci dice che tale competizione certamente esiste). Come esseri umani contribuiamo, in piccola o in grande misura in funzione del nostro ruolo, con il nostro pensiero e le nostre azioni, a ciò che la nostra cultura diventerà, domani e, in piccolissima parte, alla sua linea evolutiva per qualsiasi istante del futuro. Questa condizione (condizione, non dovere, o diritto: è un fatto) ci offre la opportunità sia di avere un motivo per agire in favore della cultura di appartenenza, e quindi, direttamente o indirettamente, per i suoi componenti umani, sia la responsabilità di tracciare parte della evoluzione futura (eventualmente, anche negandone i valori). Ci consente anche di affermare che le persone che occupano posizioni di responsabilità all’interno della nostra cultura hanno maggiore influenza sui suoi destini futuri (chi vedesse qui una traccia di sistema “morale” di valutazione, si sbaglia: sto dicendo che se si gioca a tiro alla fune, un lottatore di sumo in una squadra contribuisce in modo più significativo, in ragione delle sue azioni, di un uomo magrissimo e privo di muscoli all’esito della contesa).

Tale situazione ci offre infine una formidabile barriera contro chiunque venga a tentare di imporre una cultura basata su principi a priori: sappiamo che propaganda un falso, che non ha nessun “diritto” di presentarla come “vera” (pur sapendo che essa potrebbe alla fine risultare evolutivamente più adatta della nostra, magari più sofisticata e flessibile).

E’ tutto. Temo non ci sia altro, ma è già moltissimo. I principi di riferimento delle diverse culture umane sono prodotti evolutivi, e seguono, in un contesto diverso, esattamente le stesse regole delle caratteristiche biologiche. La buona, o cattiva notizia, è che il pensiero (ad oggi ritenuto volontario e libero) degli umani è in grado, in parte, di indirizzarne l’evoluzione. Vedremo che cosa saremo, come specie, in grado di fare di questa capacità.

Un’ultima considerazione sul “vero”. Esiste qualcosa di Vero (e di conseguenza di Falso), nonostante tutto quello che ho scritto sulla evoluzione delle categorie. Sono le leggi fisiche dell’universo nel quale viviamo, delle quali possiamo avere una conoscenza più o meno perfetta, ma che esistono, mirabilmente indifferenti alle nostre elucubrazioni, indipendenti dal nostro pensiero.

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