Viva le guerre che sostengono il nostro PIL!

Noi vogliamo glorificare la guerra – sola igiene del mondo – il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna (Marinetti, Manifesto del Futurismo, 1909).

In linea di massima lo sappiamo tutti: le guerre sono convenienti per alcuni, il traffico d’armi è colossale e anche l’Italia ha la sua fetta di torta. Ma come sempre un conto è sapere “in astratto”, per sentito dire, e altro conto è conoscere in maniera precisa e documentata, cosa che cercherò di fare in questo articolo. Di tutte le convenienze belliche (conquista di territori, controlli di risorse, eliminazione fisica di nemici storici…) qui mi occuperò solo dell’industria delle armi, fiorentissima, potente, produttiva, vero pilastro nel sostegno dei PIL nazionali di quei Paesi che – come l’Italia – hanno la fortuna di essere leader in questo settore. Perché, vi anticipo, anche qui il made in Italy è globalmente competitivo.

La prima nostra fonte di informazione è lo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI) che propone un vasto e aggiornato database su guerre, armamenti etc. Limitiamoci alla produzione di armi, con dati aggiornati al 2012. Della lista dei primi 100 produttori al mondo (Cina esclusa) accontentiamoci di osservare i primi 10 fra i quali siamo lieti di vedere la nostra Finmeccanica (che ha perso qualcosina in quote di mercato).

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I dati sono in milioni di dollari USA, mica bruscolini, e per quanto riguarda la sola Italia troviamo anche altre ditte italiane più basse in classifica che tutte assieme, però, fanno un egregio fatturato (2012, milioni di dollari):

  • Finmeccanica: 12.530;
  • Agusta Westland (gruppo Finmeccanica): 2.940;
  • Alenia Aeronautica (gruppo Finmeccanica): 2.100;
  • Fincantieri: 1.298;
  • Selex Galileo (gruppo Finmeccanica): 880;
  • Fiat: 800;
  • Iveco: 800;
  • Selex Elsag (gruppo Finmeccanica): 750.

Sommiamo i fatturati di questi gioielli, inclusi nelle top 100, per vedere come assieme abbiano fatturato 22.098 milioni di dollari, ovvero circa 17 miliardi di Euro (al cambio medio 2012)! Qualcosina in più di un punto di PIL (che nel 2012 valeva circa 16 miliardi €)!

Ma non è finita, perché dobbiamo considerare anche l’aspetto occupazionale; sempre da Sipri apprendiamo che gli addetti occupati in queste aziende sono:

  • Finmeccanica: 67.408;
  • Agusta Westland (gruppo Finmeccanica): 13.050;
  • Alenia Aeronautica (gruppo Finmeccanica): 11.708;
  • Fincantieri: 10.240;
  • Selex Galileo (gruppo Finmeccanica): 2.684;
  • Fiat: 26.307;
  • Iveco: 26.307;
  • Selex Elsag (gruppo Finmeccanica): 7.020.

Il dato è grossolano (osservate per esempio la coincidenza dei dati Fiat e Iveco); non sono in grado di dirvi se tutti questi addetti sono impiegati, a vario titolo, nella produzione di armi oppure anche in altri prodotti, non bellici, di queste aziende. Accontentiamoci comunque di questa suggestione per osservare come circa 165.000 addetti siano impiegati in quest’industria bellica, e dovremmo aggiungere un discreto indotto, da fornitori di componenti ai trasportatori e agli intermediatori…; un terzo dei cassaintegrati 2012, per avere un valore di riferimento.

La nostra punta di diamante è evidentemente Finmeccanica con le sue consociate. Come sapete l’azienda è controllata dal Tesoro; anche se quotata in borsa risente quindi di molteplici vincoli politici che malgrado la prosperità garantita dal fiorente mercato delle guerre ne limitano, periodicamente, la credibilità sui mercati.

99 Viva le guerre 2

Come vedete dal grafico le azioni ordinarie oggi valgono la metà di cinque anni fa, dopo una profonda crisi a cavallo fra 2011 e 2013. Le ragioni riguardano la crisi finanziaria partita nel 2008 col conseguente annullamento di commesse anche importanti; scelte strategiche discutibili (come l’acquisto sopravvalutato dell’americana DRS); le indagini sul presunto uso di fondi neri e corruzione per favorire commesse; il rallentamento del programma di acquisto degli F35 (prodotti da Finmeccanica con altre aziende su licenza Lockheed Martin). Insomma, con tutte le guerre che ci sono la nostra principale azienda bellica è perennemente impantanata fra scelte politiche ondivaghe, management non adeguato, debolezza strutturale di fronte a crisi esterne.

Peccato perché appunto il mercato potenziale è fiorente. Ci sono numerosi siti anche internazionali che catalogano i conflitti con scrupolo ma mi rifarò all’italiano Guerre nel mondo che segnala (aggiornamento al 19 Luglio 2014) 62 Stati coinvolti in guerre con 549 milizie, bande di guerriglieri, gruppi separatisti coinvolti. Il concetto di |conflitto| in questo sito (e in altri simili) è piuttosto ampio e coinvolge anche piccoli gruppi armati con vaghe pretese insurrezionali (tanto che cita ben 26 gruppi italiani “in guerra”: anarchici del FAI, Movimento Armati Proletari etc., che noi consideriamo semmai questioni di ordine pubblico); ma se scorrete l’ampio elenco rimarrete impressionati: guerre sconosciute che continuano da decenni nel disinteresse dell’opinione pubblica (come quella condotta dal Fronte di Liberazione di Cabinda in Angola, dal 1975; da Al-Quaeda in Mauritania dal 2005 e così via). Queste guerre, guerricciole, o vere e proprie guerre civili disastrose come in Siria consumano armi. Servono munizioni, ogive, bombe, missili. Servono nuove armi per sostituire quelle usurate; tecnologie belliche nuove per combattere i nemici non tecnologicamente adeguati. Armi. Servono armi.

A questo punto ho poco altro da dirvi, il nocciolo l’avete capito. Le guerre, specie se combattute altrove, sia chiaro, sono un vero business, una pacchia. Mentre noi guardiamo i nostri reality comodamente spaparanzati sul divano (che so? Masterchef, L’Isola dei famosi, Il conflitto israelo-palestinese…), discutiamo della riforma del Senato, ci lamentiamo per questa Estate farlocca, mentre noi siamo impegnatissimi nel duro lavoro di sopravvivere al tran-tran quotidiano, altrove, in un “altrove” popolato perlopiù da neri africani, da arabi cattivissimi, da orientali che abitano francamente in Paesi dai nomi impronunciabili, in questo “altrove” da cui ci arrivano notizie solo quando toccano particolare corde emotive (come nel caso di Gaza) perché se no – diciamocelo – poi ci stufiamo (come per la Siria, sulle prime pagine per mesi ma poi, insomma, che palle, quando la smettono?), in questo “altrove”, e concludo, ci si ammazza giorno dopo giorno. Così come i fornai non conoscono crisi, perché almeno un morso di pane lo dovremo pur mangiare anche se non ci possiamo più permettere le bistecche, anche i produttori di armi hanno sempre qualche guerra in giro per il globo che alimenta la loro fiorente industria. E che vi piaccia o no, che vi piaccia o no, un bel punto di PIL non è mica poco! Più o meno quanto spendiamo per comperare il gas dalla Russia e, diciamocelo, nessuno vuole passare un Inverno al freddo!

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