Le ragioni dell’animalismo

61 Le ragioni dell’animalismo

Fra i concetti utilizzati in senso duplice, come bandiera e come ingiuria, quelli designati con un -ismo sono indubbiamente i più comuni. Se siete comunisti sarete fieri della vostra appartenenza e dovrete sopportare i dileggi degli anti-comunisti; se siete fieramente laici vi beccherete l’accusa di laicisti dai cattolici integralisti, intendendo con ciò qualcosa di negativo e sbagliato, l’esagerazione del concetto di laicità; e così i garantisti (eccessivamente tolleranti secondo coloro che vorrebbero tutti in galera), i giustizialisti (eccessivamente persecutori secondo coloro che non vorrebbero tutti in galera), i liberisti (eccessivamente fiduciosi nel libero mercato) e così via. Naturalmente il linguaggio è qualcosa di vivo e mutevole e non c’è una vera regola: il liberista non ritiene che questo aggettivo sia un insulto, ma se a me laico date del laicista sì, comprendo che volete diminuire e criticare la mia visione del mondo. Animalista è uno di questi termini un po’ ambigui: come femminista, comunista, e altri che fanno riferimento alla difesa di minoranze, o di parti sociali, è ritenuto termine neutro per chi ama gli animali e indicatore di una certa fanatica esagerazione da parte di chi non crede che agli animali si debba dare tutta questa attenzione. Ebbene, consapevole dei rischi che corro, mi dichiaro animalista anti-specista; ciò mi ha portato ad aderire a una dieta vegetariana; alla festa di San Firmino faccio il tifo per i tori; ho una pessima opinione dei cacciatori; credo che nei circhi non debbano esserci esibizioni di animali; e via discorrendo tutto l’armamentario tipico degli animalisti che voi lettori, a seconda della vostra visione del mondo, potete sostenere o irridere.

E adesso provo a spiegare la natura etica e filosofica dell’animalismo; non già per convincere i più critici fra voi ma solo per spiegarvi che, per bizzarra che possa sembrarvi, questa idea dell’animalismo non è solo roba da gattare, zitelle nevrotiche o fanatici new age (anche se fra gli animalisti queste figure da caricatura sono presenti, certamente, come nel campo avverso esistono macchiette altrettanto patetiche). Per spiegarvi le ragioni animaliste parto chiedendomi come mai una sorta di “uguaglianza” fra uomo e altri animali non si dia per scontata. Non solo è una domanda legittima, ma viene stranamente sottovalutata. Siamo evoluzionisti, sappiamo bene che l’uomo è un animale fra gli altri e che condivide, per esempio, l’84% del DNA col maiale e il 99% con la scimmia. Perché quindi non considerarci “uguali”? Come mai l’uomo si considera da sempre padrone della natura? La risposta è facile e ovvia: nella lotta per la sopravvivenza l’uomo ha avuto prima animali feroci come antagonisti, poi animali docili come servitori grazie al fattore competitivo dell’intelligenza. Che ha sopperito alla fragilità strutturale del suo corpo. L’uomo non si è liberato della sua animalità, ma ha sviluppato quelle peculiarità che chiamiamo “intelligenza” che, assieme alla socialità, l’ha reso la specie dominante.

La possibilità di dominare il proprio mondo e piegarlo alla propria volontà deve essere sembrato esaltante ai nostri antichi progenitori, tant’è vero che le religioni abramitiche hanno inscritto tale dominio nei testi sacri, come una conseguenza della volontà di Dio. Dio ha creato un ordine universale che pone l’uomo al vertice della Creazione con gli animali semplici strumenti al suo servizio; nelle risorse finali segnalo pagine teologiche che indicano chiaramente questo pensiero religioso che, ovviamente, diventa un potentissimo imprinting collettivo. Per la generalità dei credenti, e un po’ per tutti coloro che hanno anche indirettamente subito l’influsso del Cristianesimo, gli animali sono stati creati per essere, nella loro inferiorità, al servizio dell’uomo (ma, essendo la Bibbia fonte di mera interpretazione, segnalo che esistono per esempio i “cattolici vegetariani” che interpretano diversamente, e in senso animalista, la parola di Dio).

Senza perdere nulla della propria animalità fattuale (mangiamo, defechiamo, dormiamo e facciamo sesso esattamente come tutti i mammiferi, e buona parte di altre classi di animali) l’uomo ha sempre cercato di allontanarsene psicologicamente. Se nell’antichità tale allontanamento ha avuto bisogno di un aiutino da parte di Dio, oggi che viviamo in un mondo di plastica e di tablet la frattura appare naturale. I bambini di città credono che le uova siano fabbricate alla Coop e l’unico maiale che hanno visto è spesso Peppa Pig; se nella civiltà rurale fino all’800, primi ‘900, gran parte dei bambini vedeva mucche partorire e agnelli allattare, oggi non hanno mai visto una mucca in vita loro, ma semmai conoscono l’ornitorinco perché visto allo zoo. Questa separazione fa comodo all’uomo, ovviamente: le conseguenze della superiorità umana sono lo sfruttamento selvaggio del pianeta in una maniera devastante che più o meno tutti voi conoscete e di cui non tratterò qui perché tema troppo vasto in cui quello dello sfruttamento degli animali è solo un capitolo. Poiché non voglio convincere nessuno, ma solo spiegare perché l’animalismo abbia una sua giustificazione, propongo un brevissimo elenco di questioni che dovreste prendere in considerazione, anche se ritenete che gli animali siano essere inferiori e abbiamo il diritto di nutrircene o utilizzarli per scopi di lavoro:

  • animali da lavoro e come nutrimento: la stragrande maggioranza delle persone non ha la più pallida idea di come ha fatto il maiale, o il vitello, a diventare le fettine che compera al supermercato; poiché io – vegetariano – convivo con una famiglia di carnivori, voglio che sappiate che non ho nulla contro chi mangia carne; ognuno fa le proprie scelte. Ma dovete avere un’idea, non solo vaga, del calvario patito dalle vacche negli allevamenti intensivi, della morte crudele riservata agli improduttivi vitelli maschi di bufala, alla sofferenza del trasporto dei maiali, al sadismo esasperato nascosto dietro la delizia del foie gras e così via. La stragrande crudeltà verso gli animali, qui appena accennata, è sovente una mera necessità industriale, motivata dall’abbattimento dei costi e dalla moltiplicazione della produzione, e non ha a che fare con la mera necessità di uccidere un animale per cibarsene come fatto per millenni. E non è una questione di leggi; gli animali soffrono terrorizzati e muoiono in maniere atroci nel pieno rispetto di leggi e regolamenti; per esempio il macello degli agnelli è uno spettacolo shockante malgrado sia fatto nel rispetto della legge (vi invito a dare un’occhiata a questo breve filmato – dura meno di due minuti);
  • animali come oggetto di divertimento: gli zoo stanno cambiando volto, fortunatamente, e sono sempre meno gli animali costretti in piccole gabbie fuori dall’habitat naturale. Potrebbe non scuotervi più di tanto, lo capisco. Ma pensiamo allora agli animali dei circhi, quegli elefanti che si sollevano a comando sulle zampe, leoni che saltano il cerchio, foche che giocano la palla… a parte le condizioni miserabili in cui sono costretti dovete pensare con quali metodi sono “addestrati”; vi invito a digitare su YouTube “addestramento animali circo” e vedere da voi, mentre per i frettolosi ho selezionato questo fra tanti; la prossima volta che applaudirete la bravura dell’elefante ricordatevelo! Aggiungiamo i cani addestrati al combattimento, i tori nell’arena (che almeno una volta ogni tanto si prendono un’inutile rivincita), i cavalli dopati e maltrattati ai vari palii (e abbattuti quando infortunati) per chiedersi se sia giusto produrre sofferenza in animali intelligenti e sensibili solo per strapparvi una risata, un brivido, un applauso.

Perché sull’intelligenza e sensibilità degli animali, tanto più se mammiferi (ma non solo), non dovreste avere dubbi. A parte che basta avere in casa un cane o un gatto per saperlo, vi rimando alla Dichiarazione di Cambridge sulla Coscienza, redatta da neuroscienziati cognitivi, neurofisiologi e altri cervelloni competenti (QUI l’originale in inglese) che stabilisce che mammiferi e moltissimi altri animali hanno coscienza di sé e comportamenti intenzionali; sulla capacità di risolvere problemi e su quella di apprendere da propri simili (per esempio gli adulti del branco) ci sono talmente tanti esempi che dovete solo girare cinque minuti su Internet per trovarne centinaia.

Concludiamo quindi: gli animali sono intelligenti e sensibili, hanno coscienza di sé, soffrono quando li maltrattiamo e hanno paura quando li macelliamo. Va benissimo se ritenete di avere diritto di mangiare carne per nutrirvi, ma dovreste concordare con me che si potrebbero macellare gli animali senza inutili sofferenze, e che non si dovrebbero torturare gli animali per divertimento. Purtroppo la rimozione della nostra animalità è potente (probabilmente perché ci inquieta). Il recente caso dell’orsa Daniza in Trentino è assolutamente esemplare. Daniza era un’orsa slovena, portata in Trentino nel 2000 per dare quel tocco di selvatichezza così attraente per i turisti. Ma non era l’orsa Cindy, Koda, Baloo o altri simpatici orsi da cartoni animati. È stupido volere l’orsa ma protestare se si comporta da orsa (Daniza è stata disturbata – certo involontariamente – da un cercatore di funghi e ha protetto i suoi cuccioli); e le varie giustificazioni al suo abbattimento sono disinformate, oltre che sciocche. Grazie al progetto europeo che ha introdotto anche Daniza, oggi sulle Alpi Orientali vive una trentina di orsi, mentre in centro Italia di orsi marsicani ne sopravvive un centinaio (fonte). Che dire di quei Paesi che convivono con migliaia di esemplari, anche molto più aggressivi come il grizzly in Canada e Nord America (60.000 esemplari; fonte; QUI invece una panoramica di tutte le specie di orsi); per non parlare dei lupi . Insomma: la natura è “naturale”; in terra ci si sporca, l’ortica punge, lo squalo ti sbrana, la mosca sta sulla cacca e ai lupi piace entrare nei pollai se hanno fame. Tutto questo è naturale. E noi, siamo capaci di capire questa naturalezza? Se gli animali vi piacciono solo nei documentari National Geographic non andate nei boschi!

Nota finale: No, non ho parlato di vivisezione e sperimentazione animale; è vero, non ho approfondito gli eccessi dei vegani e di molti animalisti; non ho nulla da dire neppure sull’eccessiva umanizzazione degli animali domestici… Insomma, non ho parlato di un sacco di cose complicate e delicate. Considerate questa una sorta di introduzione generale con diverse possibili conclusioni e soluzioni diverse e non dogmatiche in molteplici situazioni.

Risorse:

7 commenti

  • L’ha ribloggato su Buseca ن!e ha commentato:
    Toh! Esistono vegetariani e vegani che non abbiano gettato il cervello nello sciacquone!
    Complimenti all’autore per la pacatezza e la ragionevolezza con la quale concordo praticamente su tutta la linea: difficilmente troverete un vegano veganista veganaro che in modo Volteriano risonosca la legittimità degli onnivori.
    Allora è vero che in questo mondo di matti ci sono ancora le persone col sale in zucca e coi neuroni a posto! Solamente come spesso lo sono le persone di volontà buona sono assai meno visibili dei vari animalari di turno.

  • Così come il termine femminista ha oggi acquistato una connotazione negativa a causa dell’azione di gruppi minoritari all’interno del movimento, anche il termine animalista ha subito la stessa fine. Io mi ritrovo d’accordo per il 90% in quello che esprime nell’articolo, eppure mi rendo conto che ho sviluppato un’antipatia molto forte e viscerale nei confronti di quelli che si professano animalisti, e ogni volta devo obbligarmi a ragionare a mente fredda e ricordarmi che l’azione di “pochi” non deve essere fatta ricadere sull’intero movimento.

  • L’articolo è solo apparentemente equilibrato, a mia modestissima opinione. Proprio in qualnto la natura è equilibrio (dinamico e non statico), all’interno del quale è presente in modo positivo ed ineliminabile l’evoluzione, la differenziazione delle caratteristiche e la competizione intra e interspecifiche, ciò che andrebbe evitato sono gli eccessi, verso gli animali e in generale l’ambiente in quanto disfunzionali alla sopravvivenza di chi li pratica e non il naturale comportamento (nel caso specifico, per essere chiaro, dell’attuale specie con maggiori capacità. Dico attuale in quanto, come tutte le specie, transiente.).
    Sembra essere presente, al di sotto di questo tipo di ragionamenti, la convizione dell’esistenza di una qualche specie di morale o etica che nella natura è completamente assente.
    Aggiungo che solo l’evoluzione sociale permessa dal progresso umano (che è stata consentita, anche dai comportamenti che qui si condannano) ha permesso di trovare gli spazi necessari per adottare, su larga scala, atteggiamenti e spazi positivi per gli animali, specie da compagnia, in passato presenti solo per motivi esclusivamente utilitaristici (pensando ai cani, caccia e guardia). Se questo sia un “bene” o un “male” e per chi, ce lo dirà solo il futuro.

  • La parola animalista, a mio parere, non ha connotazione negativa. In quanto esponente di una delle categorie più duramente bersagliate da un certo tipo di campagne, posso affermare che il neologismo “animalaro” è stato coniato proprio per distinguere tra chi ama gli animali e chi ha seri problemi cognitivi che giustifica con l’amore degli animali.
    Ho spiegato in altra sede che non esiste, a mio parere, un’ideologia specista e che, per tanto, l’anti-specismo non ha poi così senso d’esistere. Ho anche più volte affermato che trovo nell’anti-specismo il vero seme dello specismo in quanto eleva l’uomo al di sopra di tutte le altre specie attribuendo alla statura morale un valore estraneo all’evoluzione. Questo, tuttavia, è il mio punto di vista.
    Personalmente sono onnivora, non ho nulla contro i cacciatori che praticano l’attività in modo responsabile e rispettoso della natura (e per quanto si possa dire il contrario esistono, mio padre ne è un esempio), conosco la valenza della sperimentazione, ritengo violenza sugli animali la loro eccessiva umanizzazione, sono contro l’allevamento intensivo e la macellazione “all’Occidentale”.
    Non ho mai, neppure per un istante, ritenuto l’uomo padrone delle altre specie, ma parte degli ecosistemi con le altre specie. Si pensa spesso che se l’uomo non agisse da “predatore” gli ecosistemi non risentirebbero minimamente del fenomeno in quanto l’allevamento non dovrebbe impattare sugli animali che vivono in libertà. Non è così semplice, non è così banale.
    Per il resto apprezzo chi ha un’idea, ma conosce il rispetto per chi ne ha una diversa e da te non poteva che venire uno splendido esempio di ragionevolezza sul tema (anche se evita accuratamente di camminare sui terreni minati).

  • Io credo sia proprio questo allontanamento dalla “vita animale” (bambini che non sanno cosa sia una vacca ecc.) che ha permesso al pensiero animalista di istillarsi nelle menti degli umani.
    Ho trovato a suo tempo questo articolo molto interessante, ve lo consiglio
    http://lostranoanello.wordpress.com/2012/07/12/del-mangiar-carne/

  • Vorrei dare il mio contributo di appassionato degli animali a questa discussione. Uso volutamente il termine “appassionato di animali” e non animalista perchè avverto, a pelle, il suffisso “ista” come portatore di una ideologia assolut-ista🙂 in generale che non mi appartiene. Ho studi biologici alle spalle, ho visto i macelli, gli allevamenti di vitelli da latte e sono cresciuto con tanti gatti di cui ho potuto sperimentare l’affettività così “mammifera”. Sono specista, nel senso che faccio distinzioni: intelligenza (e conseguente percezione del rapporto tra sé e altro-da-sè) e capacità affettive, determinano se sono disposto a nutrirmi di altre specie, al netto di valutazioni di carattere ecologico. Dell’evoluzione non me ne frega alcunchè: il fatto che il mio intestino mi indichi come fisiologica una dieta mista a prevalenza di vegetali non è alla base delle mie scelte, così come la nostra necessità di vit.C esogena che indica che frutta e verdura non sono sindacabili nella dieta, o che la nostra capacità di smontare alcaloidi indichi che siamo sperimentatori alimentari. Non c’entrano neppure valutazioni riguardo un’etica assoluta e/o naturale (prescindente l’uomo e la sua speculazione in tal senso) che, per me, non esiste. La mia scelta, sostanzialmente vegeto-ittivora, nasce da conoscenze biologiche e comportamentali, da un diretto vissuto del dolore e della paura coscenti nei animali da macello e dall’amore, anche quello per la bellezza. Considerando che la nostra intera storia è un tentativo di emanciparci dalla tirannia della natura (città? Trasporti? Farmaci?), anelo perlomeno un consumo carneo globale tale da consentire un allevamento “umano”, una vita più lunga ed una morte dolce degli animali da allevamento.
    P.s. Mia madre contadina si innamorò dei maialini in sovrappiù (rispetto alle mammelle della scrofa) che le davano da allevare al biberon (e che infine suoi fratelli macellavano) perché ne sperimentó l’affettività. Andare oltre il livello di conoscenza canonicamente richiesta le cambiò prospettiva, anche se divenne quasi-vegana molto più tardi. Ciao a tutti e a Bezzi.

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