Io sto coi kurdi di Kobane

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Mi chiedevo perché mai l’ISIS avesse deciso di attaccare, con tanta determinazione, la città kurda di Kobane, così pericolosamente vicina al confine turco. Strategicamente parlando l’ISIS non ha bisogno di Kobane. Non mi sembrano molto credibili le ragioni relative alla necessità di un passaggio di rifornimenti clandestini dal confine turco (così il Washington Post) considerando che un’amplissima parte di quel confine è già controllata da ISIS e che, con la complicità turca, ingenti quantità di denari arrivano all’ISIS via Gaziantep e miliziani dall’Europa via Nusaybin. Certo, così circondata, soffocata ormai da ISIS, Kobane deve essere sembrata un boccone facile, ma credo ci sia qualcosa di più.

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(Kobane è quel puntino giallo a nord, completamente circondato dall’area controllata da ISIS – in grigio)

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Innanzitutto è legittimo il sospetto che l’islamista, integralista, nazionalista, autoritario Erdogan stia lasciando fare all’ISIS il lavoro sporco contro i kurdi. La facilità con la quale rifornimenti, uomini e soldi attraversano il confine turco è di per sé un grosso indizio (il confine sarà indiscutibilmente lungo e impervio, ma la Turchia è una nazione moderna con tutti i mezzi necessari per presidiarlo; volendo); poi il massiccio scambio di prigionieri (180 combattenti jihadisti contro 49 cittadini turchi) in un contesto di guerra (la Turchia, membro NATO, è ufficialmente impegnata anche militarmente contro ISIS) e fuori dai canali diplomatici concordati con gli alleati è certamente un ulteriore indizio delle relazioni aperte nelle due direzioni; la feroce repressione delle manifestazioni contro l’inerzia governativa e a sostegno di Kobane sono un terzo indizio; e infine lo storico odio dei turchi verso i kurdi, la lotta contro il PKK, le persecuzioni che hanno causato 40.000 morti fra i kurdi di Turchia. Insomma: la recente affermazione di Erdogan sulla necessità di un attacco di terra, assieme all’immobilismo di fatto, sembra preludere all’attesa della sconfitta dei resistenti di Kobane per potere, dopo, intervenire e riprendere una città “ripulita”.

Ma c’è un aspetto non a tutti noto che mi fa nascere il sospetto che ci siano anche ragioni di altro genere. Kobane, assieme alle altre città della Rojava (Kurdistan Syriano) si sono dichiarate autonome (non indipendenti dalla Siria, ma amministrativamente autonome) nell’Estate scorsa e da Gennaio 2014 si sono dotate di una loro costituzione che mi pare sbalorditiva. Potete leggere QUI la versione integrale in italiano (Carta del Contratto Sociale del Rojava-Siria); io vi riassumo i punti più significativi che vi faranno capire lo spirito della “Carta”:

  • 2: “Il popolo è la fonte di autorità ed esercita la sovranità attraverso le istituzioni e le assemblee elettive”;
  • 6: “Tutti gli individui e le comunità sono uguali davanti alla legge per diritti e doveri”;
  • 9: “Le lingue ufficiali della provincia di Cizre sono il curdo, l’arabo, l’assiro. Tutte le comunità hanno diritto a ricevere l’istruzione nella propria lingua madre”;
  • 13: “Questa Carta garantisce il principio della separazione dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario”;
  • 21: “La Carta adotta la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici, il Patto Internazionale sui Diritti Economici, Sociali e Culturali, così come tutte le altre convenzioni internazionali sui diritti umani”;
  • 22: “Ognuno ha il diritto a manifestare liberamente la propria identità etnica, religiosa, di genere, linguistica e culturale”;
  • 26: “Il diritto alla vita è fondamentale e inviolabile. In accordo a questa Carta la pena di morte è abolita”;
  • 27. “Le donne hanno il diritto inviolabile di partecipare alla vita politica, sociale, economica e culturale”;
  • 28: “Uomini e donne sono uguali di fronte alla legge. La Carta garantisce l’effettiva realizzazione dell’uguaglianza delle donne e incarica le istituzioni pubbliche di lavorare per eliminare la discriminazione di genere”;
  • 29. “La Carta garantisce i diritti dei bambini. In particolare i bambini non potranno essere sottoposti a lavoro minorile, sfruttamento economico, tortura o trattamenti e punizioni inumani e degradanti, né potranno essere costretti a contrarre matrimonio prima della maggiore età”.

La regione kurda della Rojava (Kobane) è un’énclave di tolleranza interculturale, di ispirazione laica, di sensibilità di genere, di modernità istituzionale. Certo – potrebbe dire qualcuno – peccato che siano comunisti! E forse è per questo che, turchi a parte, tutti si dolgono ma nessuno interviene.

Questi uomini e queste donne (il 40% dei combattenti YPG – la milizia kurda – è composto da donne) lottano certamente per la vita e la libertà, ma una vita e una libertà che rappresenta l’antitesi del modello fascista, islamista e sciovinista dell’ISIS (e comincia ad essere abbastanza distante anche da quello di Erdogan). Se comprendiamo questa differenza, il gesto della diciannovenne Ceylan Ozalp, che si è uccisa con l’ultima pallottola per non cadere nelle mani dei banditi dell’ISIS, appare pregna di un significato alto, drammatico e nobile. La partecipazione di così tante donne, giovanissime e anziane assieme, non può essere letto come qualcosa di esotico (le donne in divisa col kalashnikov sono così pittoresche!) ma di vitale, di percepito come vitale dalle protagoniste.

Ceylan Ozalp

Ceylan Ozalp

Se il grande pasticcio mediorientale è stato causato da un insieme di concause fra le quali l’ottusità occidentale, oggi lo stesso Occidente dovrebbe guardare con attenzione all’esperimento della Rojava e sostenere non solo a parole la resistenza di Kobane. Kobane è il simbolo di ciò che ISIS nega; l’ISIS ha bisogno di distruggere Kobane per non dare speranza all’islamismo moderato e agli altri gruppi etnici, religiosi e politici dell’area. Siamo sicuri che possiamo stare a guardare?

Risorse:

Avviso: questo articolo è stato scritto mentre Kobane resisteva ancora ad ISIS. L’inazione turca e la scarsa utilità degli attacchi aerei americani lasciano presagire un’imminente caduta della città ma la testimonianza di questa resistenza e il valore universale della Carta di Rojava devono continuare ad essere ricordati.

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