Il Jobs Act e lo strano caso di Italia Lavoro

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Il governo Renzi, con la legge delega 183/2014, sta modificando l’assetto dei servizi per il lavoro e puntando al rafforzamento delle politiche attive del lavoro. Si tratta di un disegno complesso, reso ancora più complicato dalla parallela discussione sulla riforma Costituzionale, in cui si prevede la centralizzazione della competenza sulle politiche attive del lavoro, diventando esclusiva dello Stato. Un percorso inverso rispetto a quanto iniziato del lontano 1997 con il Decreto legislativo n.469, rinforzato dal D.Lgs.181/2000 e dalla riforma del Titolo V di quegli anni. Nel secolo scorso la parola d’ordine era “decentramento”; nel terzo millennio risuona come un mantra il termine “centralizzazione nelle differenze”.

La riforma passa attraverso alcune linee guida:

  • La semplificazione amministrativa
  • La revisione degli istituti contrattuali con lotta alla precarietà
  • Un impulso maggiore ai temi della conciliazione vita lavoro
  • La nascita dell’Agenzia unica delle ispezioni
  • Il rafforzamento della dorsale informativa
  • La ristrutturazione della Rete nazionale dei servizi per le politiche attive del lavoro
  • La nascita dell’Agenzia Nazionale delle Politiche attive del lavoro (brutto l’acronimo: Anpal. In questo i francesi ci battono con Pole Emploi e anche i tedeschi con l’imperioso Bundesagentur fur Arbeit)
  • Il rafforzamento della condizionalità tra politiche attive e politiche passive
  • L’introduzione dell’assegno di ricollocazione come momento centrale dei diritti e dei doveri sull’erogazione di servizi da parte dei Centri per l’Impiego, le Agenzie private del lavoro e il beneficiario.

La storia politica del Paese è piena di tentativi di delega al Governo sulla riforma del mercato del lavoro: il Governo Renzi sembra, stavolta, intenzionato ad esercitare tutti gli ambiti di delega previsti dal Jobs Act, affidati con Legge il 10 Dicembre 2014. Alcuni decreti sono già in Gazzetta Ufficiale: il riordino della normativa in materia di ammortizzatori sociali in caso di disoccupazione involontaria e di ricollocazione (d.lgs.22/15); le disposizioni in materia di contratto di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti (d.lgs.23/15); le misure di conciliazione delle esigenze di cura, di vita e di lavoro (d.lgs.80/15); la disciplina organica dei contratti di lavoro e revisione della normativa in tema di mansione (d.lgs.81/15)

Il decreto legislativo attualmente in fase di completamento (a giorni è previsto il parere delle Commissioni Lavoro parlamentari) è stato definito “l’architrave” del Jobs Act: per questo la sua approvazione diventa necessaria e deve essere fatta tempestivamente. Se avessimo a disposizione 140 caratteri come un Tweet, questo schema si potrebbe riassumere cosi:

“Nasce Anpal. Nuovi servizi e politiche x persone. LEP e condizionalità. Riordino incentivi. Verso Titolo V. Ma i lavoratori di italialavoro?”

185508014-99561a0d-add0-4483-895a-707a39f0df8f-thIl decreto apre con la nuova “Rete dei Servizi per le politiche attive del lavoro”: dentro la neonata Anpal, le strutture regionali per le politiche attive del lavoro, l’Inps e Inail, le ApL, i fondi interprofessionali, i fondi bilaterali, l’Isfol e in via provvisoria, Italia Lavoro S.p.a. (ovvero i due soggetti vigilati dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali). Già solo su questo articolo si sono condensate alcune osservazioni: perché Inps nella Rete sulle politiche attive quando è il dominus di quelle passive? La cancellazione del d.lgs.181/00, vecchio riferimento dei servizi per l’impiego, lascia alcuni nodi irrisolti: sparisce, ad esempio, la definizione di “servizio competente” su cui si basava l’insieme di regole rispetto a chi cerca e offre lavoro.

Il decreto recepisce positivamente quanto già in sperimentazione in questi giorni con Garanzia Giovani: una registrazione informatica, un sistema di profilazione che diventa essenziale per la predisposizione di un piano individualizzato, una maggiore chiarezza nella selva dei sistemi informativi e degli incentivi, una finalmente chiara enunciazione operativa dei diritti e doveri nell’ambito della percezione di strumenti di sostegno al reddito e partecipazione attiva a un percorso di politica attiva o offerta di lavoro congrua.

Il problema italiano è passare da un sistema prevalentemente basato sull’erogazione di politiche passive (sostegni al reddito) ad un assetto che privilegi l’attivazione dell’individuo con misure personalizzate e un sistema sanzionatorio per chi non partecipa (ma anche per il soggetto erogatore che non faccia bene il proprio mestiere). E’ un processo che non si può ottenere con la bacchetta magica, ma attraverso alcuni cardini:

  • Maggiore omogeneità territoriale (i mitici LEP Livelli essenziali delle prestazioni devono diventare realtà!!!)
  • Maggiori finanziamenti in politiche attive
  • Maggiore qualificazione degli operatori dei servizi per il lavoro pubblici e privati
  • Maggiore attenzione all’orientamento alle professioni e alla transizione tra scuola e lavoro e tra lavori.

Si tratta di mettere in piedi un cambiamento enorme e su questo il Governo deve investire, rendendo l’Italia non più fanalino di coda tra le grandi realtà nazionali europee. Anpal a rischio carrozzone? Se pensiamo all’insieme degli operatori pubblici e privati in Italia i numeri delle persone coinvolte a vario titolo nell’erogazione dei servizi e delle misure non è molto distante dagli altri paesi. Per correttezza dobbiamo abbandonare il luogo comune dei “soli” 8.000 operatori dei Centri per l’Impiego. A questi si devono sommare gli operatori dei 2.500 soggetti autorizzati sul Mercato del Lavoro, i colleghi degli Informagiovani e dei centri di orientamento e le persone che lavorano in più di 2.500 sportelli accreditati nelle Regioni sui servizi per il lavoro. In Italia, semmai, manca un sistema di governance efficace e efficiente, un sistema in territori importanti di gestione vero per obiettivi di progetti di politica attiva del lavoro e un processo di qualificazione continuo degli operatori pubblici e privati rispetto al fiume impetuoso di riforme nazionali e di implementazioni regionali.

185758546-3f59cd45-f1d7-492a-bf45-0382d77300f7Per centrare questi obiettivi, negli ultimi anni, il Ministero ha posizionato la sua Agenzia: Italia Lavoro S.p.a., in un quadro di competenze istituzionali che però delinea, finora, il vero potere decisionale a livello territoriale sulle politiche e sui servizi per il lavoro. Per questo il Governo vuole nel futuro posizionare la nuova Agenzia Nazionale per le Politiche Attive del Lavoro (Anpal), mediante la soppressione di una direzione generale del ministero e una parte delle dotazioni organiche dall’Isfol. Di Italia Lavoro nessun cenno, salvo “programmato scioglimento”, un commissariamento e un processo di convergenza appena abbozzato.

Viviamo un paradosso: Isfol dovrebbe entrare in Anpal (almeno 150 persone) ma in realtà non vuole essere della partita. La sua è la lotta per affermare che in Italia serve un soggetto terzo che valuti le politiche e l’Istituto non vuole essere confuso con chi gestisce le misure e i servizi. Sacrosanto. Nello stesso tempo, la comunità professionale di Italia Lavoro, da 18 anni abituata a gestire progetti di politiche attive (con percentuali “bulgare” di rendicontazione e certificazione della spesa) è messa alla porta dell’Anpal: soglia che rimane preclusa ai lavoratori di Italia Lavoro per un endemico problema connesso alla natura specifica dell’Agenzia del Ministero.

Il paradosso si nutre, quindi, di un paio di idee poco coerenti:

  • il Ministero, che negli ultimi vent’anni ha delegato al suo strumento Italia Lavoro la gestione dei progetti, possa di punto in bianco gestirli lui, a prescindere dalla comunità professionale che nel frattempo si è consolidata in Italia Lavoro, tra dipendenti, collaboratori e contratti a tempo determinato;
  • nel fare questo, il Ministero strutturi un’Agenzia con proprio personale e con personale dell’Isfol che delle politiche sono sempre stati i monitori attenti e i valutatori e non i gestori.

Nel tratteggiare la riforma ci stiamo avvitando su un punto. Italia Lavoro è, in effetti, un ibrido: da buona prassi, la sua natura giuridica rischia di essere oggi un problema. Da buona prassi (perché chi l’ha istituita nel 1997, sapeva che solo con uno strumento privatistico si potevano – e si possono – gestire le politiche attive, fissando obiettivi precisi e rendicontando le somme affidate) a problema, perché oggi i dipendenti, i manager e tutti gli altri professionisti con contratti a termine, rischiano di vedere dissolto il proprio futuro professionale, con un colpo di penna del Legislatore.

E’ risaputo che Italia Lavoro, società per azioni, sia “l’Agenzia del Ministero per il supporto allo sviluppo delle politiche attive del lavoro”. Questo soggetto ha assunto negli anni una fisionomia da “ircocervo” metà pubblico e metà privato. Il proprietario è il Ministero dell’economia e delle finanze. Nel 2000 la direttiva del Ministro del lavoro la individua come il soggetto incaricato dell’assistenza tecnica nell’implementazione delle nuove politiche del lavoro. La legge finanziaria 2002 definisce meglio il ruolo di Italia Lavoro: “il Ministero del lavoro e delle politiche sociali si avvale di Italia Lavoro per la promozione e la gestione di azioni nel campo delle politiche attive del lavoro e dell’assistenza tecnica ai servizi per l’impiego”.

Nel 2005, la norma sancisce definitivamente il ruolo di Italia Lavoro come ente strumentale del Ministero: “il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, nell’esercizio delle proprie funzioni in materia di politiche del lavoro, dell’occupazione, della tutela dei lavoratori, e delle competenze in materia di politiche sociali e previdenziali, si avvale di Italia Lavoro Spa, previa stipula di apposita convenzione”. Sempre rispetto alle funzioni sopraddette, anche le altre amministrazioni centrali dello Stato possono avvalersi di Italia Lavoro Spa d’intesa con il Ministero del lavoro e delle politiche sociali. La Corte dei Conti puntualizza che i risultati della gestione economica-finanziaria devono essere valutati “alla luce della sua natura di ente strumentale i cui compiti, ancorché espletati nella forma giuridica di società per azioni, ricadono o sono complementari a quelli propri del Ministero del lavoro”. La Corte continua affermando che Italia Lavoro è dipendente dal Ministero “vigilante” e questa dipendenza deriva non solo dalla connessione dei fini istituzionali ma anche dalla provvista finanziaria finalizzata alla realizzazione della mission statutaria.

L’ISTAT nel pubblicare l’elenco delle amministrazioni pubbliche inserite nel conto economico consolidato individuate ai sensi della Legge di contabilità e di finanza pubblica, posiziona Italia Lavoro tra gli “enti produttori di servizi economici” insieme a ENIT, Anas, Gruppo Equitalia, FormezPA.

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Come un novello dottor Jekyll e mister Hyde, alberga nell’Agenzia del Lavoro un’anima oscura: essere un soggetto privato che fa cose pubbliche. Questo lato sta condannando i lavoratori di Italia Lavoro al rischio concreto di essere estromessi dai processi evolutivi dei prossimi anni in tema di politiche attive del lavoro: non sono dipendenti della pubblica amministrazione e quindi, siccome è in atto un processo di riorganizzazione della pubblica amministrazione sul mercato del lavoro, devono essere “programmaticamente sciolti”. Senza prospettiva di salvaguardia della professionalità, la comunità lavorativa diventa solo un problema occupazionale, reso drammatico dalla natura dell’azienda. Basti pensare che ad Italia Lavoro S.p.a. non sarebbe neppure applicabile l’articolo 2112 del codice civile: quello, per intenderci che obbliga l’imprenditore al mantenimento dei diritti dei lavoratori in caso di trasferimento d’azienda. Perché con la nascita dell’Anpal, la mission della nuova agenzia ingloba senza ombra di dubbio le attività svolte da Italia Lavoro.

Eppure in questi anni Italia Lavoro ha anticipato, sperimentandole, molte misure di politica attiva che oggi sono patrimonio delle Regioni e dei sistemi territoriali. Nel 1998, quando ancora i Centri per l’Impiego dovevano strutturarsi, Italia Lavoro tramite il progetto OFF applicava già le misure e erogava i servizi ai Lavoratori socialmente utili, che sarebbero diventate dopo patrimonio di tutti gli SPI. Dal 2004, il Progetto PARI, riprendendo quanto fatto dal Programma PAD per gli Lsu nel 2002, ha delineato il sistema di gestione d dei servizi per chi è espulso dal lavoro. Il sistema dotale lombardo nasce dal Progetto Labor Lab. Con Lavoro&Sviluppo sono stati strutturati i tirocini in mobilità geografica. L’apertura delle Botteghe di Mestiere e la riscoperta degli antichi mestieri ha permesso di trovare occasioni di lavoro in questo periodo di crisi. L’azione di assistenza sul tema dell’immigrazione e dell’inclusione sociale ci ha reso interlocutori seri con le Direzioni generali competenti del Ministero del lavoro. L’Accordo Stato-Regioni del 2009, con il supporto tecnico di Italia Lavoro, ha aperto la strada, nei territori, alla gestione operativa delle situazioni aziendali in crisi: nasce la prima sperimentazione, a “costi standard”, della condizionalità tra sostegno al reddito e politiche attive. Con l’assistenza tecnica alle Regioni sono stati ampliati i sistemi territoriali del lavoro tramite l’accreditamento e supportata la programmazione regionale dei fondi europei 2007-2013. Le sperimentazioni nell’utilizzo di ICF sono anticipatrici della riforma in fieri in materia di diritto al lavoro delle persone con disabilità. Come mai oggi i lavoratori di Italia Lavoro devono prendere a prestito le parole di Blade Runner “ho visto cose che voi esseri umani neppure potete immaginarvi… E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo… come lacrime nella pioggia. È tempo…di morire”?

Alla lettura dello schema di decreto, presentato alle Camere a metà giugno, allo spavento iniziale (è stata declamata la condanna a morte per via normativa e non con uno strillone in piazza come nel Medioevo) ha fatto seguito una domanda: perché?

E allora il dubbio che abbiamo instillato nei decisori politici, in questi giorni di appassionata agitazione, si basa su due semplici domande:

  1. nel momento in cui si vuole puntare sulle politiche attive del lavoro, ha senso “licenziare” chi, nel bene e nel male, ha contribuito tra Stato e Regioni a fare quelle poche politiche attive finora realizzate?
  2. per come è stata creata l’Anpal, praticamente con la riorganizzazione di burocrazie e tecnostrutture ministeriali, ha concrete possibilità la nuova Agenzia di gestire realmente le politiche attive italiane?

Pietro Nenni affermava: “fai quel che puoi, accada quel che deve”. E’ ora di fare quel che si può, per salvaguardare una comunità professionale di 1.200 persone a partire dai dipendenti (ma non solo) di un’Agenzia del Ministero che muore nel momento in cui nasce un’altra Agenzia con la stessa mission.

Contributo scritto per Hic Rhodus da Federico Conti (Effe)
Ligure. Con il pesto nel sangue. Carattere alla Pertini. 
Geometra dei servizi per il lavoro e muratore delle 
politiche attive del lavoro.

3 commenti

  • E in aggiunta a quanto Italia Lavoro ha fatto in questi anni:
    L’avvio degli uffici placement universitari e scolastici, attuati con Fixo, hanno rafforzato le misure di transizione scuola lavoro. Il Progetto La Femme ha raccolto misure e strumenti utili per gestire la conciliazione lavoro-famiglia e facilitare la partecipazione al lavoro da parte delle donne.

    Sono giorni caldi per Italia Lavoro: in due atti (il decreto legislativo e il successivo decreto del Ministro del Lavoro sui poteri di convergenza del commissario straordinario) si deciderà il destino di persone che oggi lavorano nelle politiche attive e stanno attivando i nuovi progetti sulla programmazione europea 2014-2020.
    Il dossier di Italia Lavoro è nelle mani del Ministro e varie interlocuzioni fanno sperare che si cambi verso davvero, alla fine di questa partita: la comunità professionale non più percepita come problema occupazionale ma come opportunità per il nuovo disegno della Rete sulle politiche attive.

  • Caro Hic Rhodus , questa volta ,conoscendo il problema Italia Lavoro, non sono affatto d’accordo con quanto dici. Si tratta di un carrozzone politico inefficiente e privo di qualsiasi professionalità spendibile sui territori, unici posti dove si può creare lavoro e di cui Italia Lavoro ,da Roma, non conosce nulla. Prima si procederà a cancellare questa triste pagina di clientelismo e prima si potranno destinare risorse ai territori per l’intermediazione e l’incontro tra domanda e offerta. Rimango un tuo fido lettore !

  • A parte la sorte dei dipendenti di Italia Lavoro, creatura del Minlavoro, la realtà è che il Ministero stesso è in dismissione. Ora viene smantellata anche l’attività residua e più importante, quella ispettiva e di vigilanza. Il Ministero del Lavoro finirà per essere un Ministero senza portafoglio (se va bene). tanto in Italia di politiche serie del lavoro non se ne parla, non interessano fondamentalmente; Si è cerduto bastasse flessibilizzare il lavoro

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