Il caso marò: la stupidità e la demagogia prima di tutto

latorre-girone

Il Tribunale internazionale sul diritto del mare di Amburgo sta lavorando sulla vicenda marò (solo per decidere in merito alla giurisdizione, si intenda bene, non certo per capire come siano andate le cose) e si riaccendono i riflettori sul caso, mai veramente spenti del tutto, che vedono due principali schieramenti in Italia: i nazionalisti innocentisti che al grido “Riportiamo a casa i nostri marò!” erano disponibili anche a improbabili atti di forza militare (giuro, l’ho letto); solitamente collocati a destra vedono in campioni quali La Russa (uno dei principali responsabili della vicenda, come vedremo) un loro paladino. Sull’altro fronte, diciamo di sinistra, oltre a un mare di sospetto e indifferenza come usuale da quella parte (mai stata a suo agio su temi di ordine pubblico, esercito etc.), una pattuglia di poco illuminati giustizialisti che ha già giudicato e condannato Girone e Latorre.

Marò2345678fghPer onestà intellettuale: a parte questi lapidari giudizi su Twitter esistono anche analisi approfondite e argomentate contro i marò, come quella apparsa sull’importante blog Wu Ming che vi invito a leggere per comprendere bene anche il punto di vista colpevolista.

La mia personale posizione sul caso marò è la seguente:

  1. tutti noi sappiamo solo quello che è apparso sulla stampa (sia i colpevolisti che gli innocentisti) che si è mostrata faziosa in Italia quanto in India;
  2. i marò devono essere processati e non è lecito alcun giudizio arbitrario prima del processo;
  3. i marò non si sono mai dichiarati colpevoli e le prove a loro carico sono controverse;
  4. se l’India ha con tutta evidenza gestito male la vicenda facendone un caso politico contro Sonia Gandhi, leader del partito indiano del Congresso, l’Italia l’ha certamente gestita assai peggio con atteggiamenti contraddittori, ambigui e confusi, e a pagarne le conseguenze è tutto il Paese e – comunque la pensiate – anche i due marò con le loro famiglie.

La questione fondamentale che dovrebbe stare a cuore a tutti è che siano giudicati presto (sono passati quasi quattro anni e non c’è ancora una definitiva imputazione a loro carico) e in maniera tale da garantire tutte le parti in causa. Resta per me chiaro un fatto: qualora fossero giudicati responsabili, i due marò non si sarebbero comunque macchiati di un orrendo delitto di camorra; non hanno sciolto nell’acido i pescatori indiani; non hanno seviziato donne e bambini; non hanno ucciso spietatamente nel corso di una rapina. Hanno – se del caso – commesso un errore, tragico quanto volete. Hanno – se del caso – una “colpa” oggettiva che sarà da loro pagata in sede penale e civile secondo i codici vigenti, ma non si tratta di farabutti o di odiosi criminali. Trattarli da mariuoli, da “assassini”, è un atto di imbecillità.

E adesso un po’ di informazione:

  • C’è un vizio originario nel “noleggio” di personale militare in servizio anti pirateria su navi civili; il vizio non è tanto in questa commistione quanto nella mancata chiara definizione di regole d’ingaggio, come segnalano molti commentatori fra i quali Michele Di Salvo; Ministro dell’epoca, autore del pasticcio, l’ineguagliabile Ignazio La Russa, a cui mi pare la sola Bonino le abbia cantate chiare in merito a questa vicenda. Attenzione: da tale mancanza di regole consegue anche la decisione del comandante della nave di obbedire alle autorità indiane e attraccare al porto consegnando i due fucilieri, dando l’avvio a questa storia infinita;
  • appurato che la nave italiana fosse in acque “contigue” (e non in acque territoriali indiane, vedi il prossimo punto) e che i colpi potrebbero essere partiti da armi in dotazione dei fucilieri di marina, occorrerebbe capire chi ha immaginato una linea di difesa così pazzesca volta alla disinformazione sistematica; le “controperizie” italiane che miravano a falsificare quelle indiane sono state approntate da Luigi Di Stefano, un falso ingegnere di area Casapound non nuovo a imprese di questo tipo, che avrebbe utilizzato solo dati di seconda mano rivelatisi inattendibili ma ampiamente ripresi anche dalla stampa italiana, inclusa quella moderata; è interessante che Di Stefano sia riuscito anche a tenere un convegno alla Camera dei Deputati, in seguito alla quale l’on. Turco (PD) presentò un’interrogazione. A mio modo di vedere questa è la parte più interessante della vicenda, che potrebbe avere come titolo “come si costruisce ad arte una disinformazione di massa in Italia”;
  • uno degli elementi più equivocati e manipolati (da entrambe le parti), è il luogo dell’incidente; inizialmente gli italiani si affrettarono a dire che si trattava di acque internazionali, elemento che induceva a ricondurre il diritto di giudizio all’Italia, mentre gli indiani hanno parlato di acque territoriali indiane. In realtà è assolutamente appurato che si trattasse di “acque contigue”, che restringono in maniera rigida i diritti giurisdizionali dei paesi (art. 33 della convenzione di Montego Bay) e che è appunto oggetto dell’esame al tribunale di Amburgo;
  • malgrado i grossolani depistaggi di Di Stefano è lecito comunque segnalare più di un dubbio sulle perizie indiane, alcune delle quali realizzate in maniera irrituale e senza presenza di periti italiani; vorrei essere chiaro su questo punto, perché è un argomento insistito da alcuni commentatori italiani (come il citato Wu Ming ma anche diversi altri) che proprio a partire da una reazione a Di Stefano assumono come valide tutte le perizie e le prove a carico di fonte indiana; perché alla mole di pasticci italiani occorre aggiungere la discreta quantità di stupidate indiane e appunto solo in un’aula giudiziaria periti e contro periti potranno dibattere della validità delle prove; se volete leggere discussioni non faziose che pongono dubbi sulle indagini indiane vi consiglio Lorenzo Bianchi che segnala molti elementi trascurati o sottovalutati dalle ricostruzioni “a tesi”, e Toni Capuozzo che sul caso ha scritto un libro (ripeto: non sono in grado di dire io se queste siano più valide di quelle, se i pasticci indiani siano più gravi di quelli italiani… dico che non si può prendere parte a prescindere, assumendo alcuni elementi e scartandone altri, prima di prove incontrovertibili almeno sotto il profilo giuridico). In realtà ci sono molti altri elementi dubbi, oltre quelli segnalati da Bianchi e Capuozzo, ma il concetto ormai è chiaro;
  • non possiamo dimenticare, riflettendo sui possibili “torti” indiani, il ruolo delle politica in questa vicenda; così come in Italia la destra ha strumentalizzato da subito il caso, in India non è parso vero questo incidente che danneggiava la potente leader del partito del Congresso, all’epoca al potere, l’”italiana” Sonia Gandhi, che naturalmente ha dovuto prendere le distanze dalla vicenda. La tragedia prima, e il caso giuridico-diplomatico poi, si sono immediatamente trasformati, nei due paesi, in qualcosa di diverso: un caso politico intriso di nazionalismo e lotte interne (ricorderete in Italia le dimissioni del Ministro Terzi e le polemiche a corredo);
  • probabilmente in relazione ai due punti precedenti (discutibilità delle prove a carico e componente politica del caso) ai due marò non è ancora stata notificata alcuna imputazione, mentre il balletto delle competenze e i continui rinvii dell’Alta Corte hanno, intanto, fatto passare tre anni e mezzo che appaiono ingiustificabili sotto il profilo umano per Girone e Latorre, oltre che sotto quello del diritto.

Schermata 2015-08-12 alle 14.13.16Perché tutto questo pasticcio? Oltre alla tradizionale cialtronaggine italiana, che conta pochissimo nella diplomazia internazionale anche a causa di questa ambiguità strutturale nella propria azione, ha indubbiamente agito un’ipocrita difesa di interessi economici e commerciali con l‘India, che meglio si sarebbero difesi separando le cose; impegnandosi sotto il profilo economico in maniera chiara e trasparente (vedi lo scandalo delle tangenti Finmeccanica) e semmai facendo scuse formali all’India per quello che – con evidenza innegabile – si è trattato eventualmente di un incidente come a volte accadono nel mondo. L’azione ondivaga dell’Italia, i mezzucci maldestramente messi in atto (l’infantile tentativo di tenere i marò in Italia, salvo pentirsi subito; i soldi pagati alle famiglie delle vittime, letto ovviamente come ammissione di colpa in India), l’incredibile quantità di tempo prima di imboccare finalmente la strada dell’arbitrato internazionale (una volta visti falliti i classici tentativi sottobanco), tutto questo hanno profondamente incrinato i rapporti fra Italia e India, con opinioni pubbliche faziosamente sobillate l’una contro l’altra. Come segnala Raimondo Bultrini in un ottimo articolo

Due governi democratici non devono necessariamente scambiarsi dei convenevoli, ma i loro leader dovrebbero considerare i pro e i contro del mettersi a litigare come comari di villaggio lanciandosi insulti piuttosto che esporre posizioni ragionate e ragionevoli sulla base delle regole create proprio per dirimere le controversie. In entrambi i Paesi esistono elementi – singoli e gruppi d’opinione – poco propensi al dialogo, ma sono le ambiguità alimentate dai vertici degli Stati ad accrescere gli umori di anti-italianismo e anti-indianismo, le cui conseguenze possono essere varie e spiacevoli. […]

Le stesse audizioni dell’arbitrato internazionale potrebbero essere un’occasione eccellente per mettere a tacere le opinioni pubbliche dei due Paesi con una sentenza rispettosa delle rispettive giurisdizioni partendo dall’eventuale attenuante del delitto causato dall’errore umano. Ripristinare i rapporti ai massimi livelli andrebbe infatti a beneficio di tutti, considerando che le stesse famiglie delle vittime non chiedono nessuna vendetta, consapevoli del possibile malinteso all’origine del delitto dei loro cari. Ma la macchina da guerra dei consiglieri legali, professionisti ben pagati che hanno interesse ad allungare tempi e aggiungere complicazioni, è ben oliata dall’uso strumentale del processo da parte di politici con l’occhio rivolto al consenso elettorale più che alle soluzioni ragionevoli. Di sicuro né il vecchio governo Monti, protagonista della prima fase confusa, né quello attuale di Renzi, hanno tratto e trarranno niente di buono dai reciproci toni offensivi. Men che meno  il resto dell’Italia e dell’India, trascinate loro malgrado in una vicenda che porta benefici unicamente a una manciata di legulei del diritto internazionale.

Una storia brutta, insomma, che avrà semplicemente due conclusioni certe: la prima riguarda l’Italia, la sua credibilità, la sua strapagata diplomazia da strapazzo; l’Italia non riesce mai a farsi valere in sede internazionale proprio perché continua, negli anni, ad avere comportamenti disdicevoli, poco chiari, ipocriti, preferendo quando possibile le strade sottobanco, le intese di corridoio; siamo sempre stati così e nella storia ci sono esempi clamorosi che si perdono nei secoli. La seconda conclusione riguarda le persone; Girone e Latorre, comunque vada, avranno pagato un prezzo superiore alle loro colpe se non altro per l’avvilimento conseguente all’abbandono che hanno subito, loro servitori dello Stato come tanti usati e poi gettati. Il messaggio che rimarrà, a tutti i fucilieri di marina, a tutti i soldati italiani e in generale a chi serve l’Italia in situazioni a rischio, è che se va bene, allora bene; ma se va male, semplicemente sono affari tuoi. Salvo, naturalmente, diventare i beniamini di Ignazio La Russa.

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