Il mondo diventa piccolo

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Prima c’erano i blocchi, i residui del colonialismo e un mondo con dei confini precisi ma ampi. Non si poteva andare per turismo oltre la cortina di ferro, ma per il resto c’era ampio spazio per viaggiare; oltre all’Occidente e ad alleati sparsi per il globo (come il Giappone, il Sud Africa…) c’era un discreto gruppo di spietati dittatori che strizzava compiacente l’occhio agli occidentali: in Nord Africa, Medio Oriente e alcune zone dell’Asia. In Africa ci si andava se ricchi e avventurosi, per fare emozionanti safari sulle orme di Hemingway, ma i bravi negri stavano prevalentemente tranquilli (salvo alimentare sanguinose esplosioni anticolonialiste che leggevamo distratti sui giornali). Poi sono caduti i blocchi e improvvisamente ci è parso che il mondo si espandesse enormemente: l’Est Europa, la Russia e l’immensa Cina… Accompagnata dallo sviluppo e diffusione di Internet, che allargava la connessione fra la gente, la conoscenza del mondo, la diffusione istantanea della comunicazione, la caduta di tante barriere (per esempio in Europa) sembrava regalarci tutto insieme un mondo per molti decenni sconosciuto e impraticabile. Salvo circoscritte zone di guerra, certo.

Poi sono successe molte cose, spesso negative, dalle stupide guerre americane in Medio Oriente alle Primavere arabe, dall’instabilità in Sud America ai nuovi equilibri asiatici, e ora ci troviamo vulnerabili di fronte all’immigrazione di massa per sfuggire a guerre che hanno distrutto il Medio Oriente come lo conoscevamo, che hanno abbattuto dittature sostituite da dittature diverse (come in Egitto) o dal collasso anarchico dello Stato (come in Libia). Ma alzando lo sguardo oltre i nostri confini anche in zone più remote del pianeta innumerevoli e diverse circostanze hanno reso insicure aree che fino a non molti anni fa erano tranquille mete turistiche. Il mondo, che per pochi anni si era espanso, si sta raggrinzendo a velocità incredibile chiudendo gli occidentali sempre più nel proprio recinto.

È stata pubblicata da pochi giorni dal quotidiano La Stampa questa mappa comparativa che mostra l’evoluzione dell’insicurezza nel pianeta:

turismo-2007-kPiH-U10609293541823y-700x474@LaStampa.itturismo-2015-kPiH-U1060929354182xeD-700x560@LaStampa.itsi espande, come un virus, anche la mappa dei Paesi a rischio. Quelli da evitare o sconsigliati, quasi sempre per via del terrorismo. È un virus molto mediterraneo, che ha quasi cancellato dalle rotte turistiche nazioni come Tunisia, Egitto, Libano, oltre a Siria e Libia. Oggi anche la Turchia rischia, con gli attentati recenti. Ma le bombe sono arrivate fino a Bangkok. E off limits restano le tante bellezze di Yemen e Iraq, Afghanistan e Pakistan, Corno d’Africa, Sudan, Congo (fonte: La Stampa).

La mappa è stata pubblicata lo stesso giorno (21 Agosto 2015) in cui i quotidiani pubblicavano, fra le altre, queste notizie:

per non parlare, ovviamente, di Corea, Siria, eccetera.

L’“eccetera” in questo caso è molto importante perché, vuoi per storico provincialismo dei quotidiani italiani, vuoi per l’oggettiva distanza geopolitica, arrivano poche o nessuna notizia di moltissime parti del mondo che in queste cartine sono semmai dipinte in verde ma sulle quali occorre avere molta attenzione. Faccio due esempi:

  • l’India è un posto indubbiamente meraviglioso e tranquillo per chi viaggia entro offerte organizzate, ma non è affatto un paese pacifico e sicuro; anche prescindendo dal conflitto endemico col Pakistan non tutti conoscono il fatto che circa metà del territorio indiano è in mano a guerriglieri maoisti, feroci e capaci di impedire alle istituzioni statali e a polizia ed esercito di contrastarli (Naxalite Insurgency; una delle numerosi fonti QUI); che ci sono ribellioni secessioniste nel nord-est; sanguinosi scontri tribali e religiosi (le fonti sono innumerevoli; fra le altre). Questo ancora oltre alla violenza contro donne e bambini. Tutte cose che il turista col pacchetto all inclusive in visita al Taj Mahal non vede e non conosce, ma che non rendono affatto l’India un paese pacifico e sicuro;
  • il Guatemala – altro paese disegnato in verde nella cartina de La Stampa – mostra un dilagare di violenza da parte di gang organizzate, una diffusione di armi da fuoco, di violenza sulle donne e di incapacità politica a risolvere il problema a dir poco preoccupante, specie nelle città e in particolare Città del Guatemala; conosco personalmente quel paese e ho conosciuto cooperanti italiani che vivevano nella capitale asserragliati in compound fortificati (anche qui una sola fonte fra le molteplici).

E si potrebbe continuare col Brasile, il Sud Africa e altri paesi ancora.

Cartello all'ingresso dell'albergo, durante un soggiorno di Bezzicante in Guatemala

Cartello all’ingresso dell’albergo, durante un soggiorno di Bezzicante in Guatemala

Si potrebbe obiettare che tutto il mondo è un posto insicuro, e sotto un certo profilo è vero: negli Stati Uniti sparano con una facilità per noi incomprensibile, e nelle nostre periferie notturne evitiamo accuratamente di passeggiare. E il terrorismo arriva ovunque e inaspettato. Il problema della violenza nel mondo ha molteplici aspetti che spesso si intrecciano in miscele pericolose: criminalità organizzata, ribellismo con radici anti-sistema, indipendentismo, oltre alle diverse condizioni socio-economiche, facilità a procurarsi armi, livelli di corruzione istituzionale (polizia inclusa), latenza di conflitti coi paesi vicini, situazioni specifiche, modalità del passaggio da una società tradizionale a quella ipertecnologica e globalizzata. Oggi gruppi tribali in Africa e Medio Oriente che fino a pochi decenni fa vivevano di pastorizia possono comperare armi tecnologicamente sofisticate e costituire un serio problema anche per eserciti organizzati; oggi gruppetti isolati di hacker con sufficienti competenze elettroniche possono creare difficoltà serie a istituzioni fondamentali quando pochi decenni fa avrebbero potuto al massimo aspirare a diventare campioni locali di PacMan.

Allora le conclusioni sono due: la prima è che le cartine mostrate da La Stampa offrono una vaga idea evolutiva di una situazione che è però radicalmente peggiore di quanto illustrato. La seconda è che non ci possiamo fare nulla e dovremo imparare a vivere in un mondo più piccolo, e comunque sempre con un filo d’ansia, fin quando alcuni problemi strutturali, originatori di torti e violenze, non saranno superati. Le diseguaglianze generano ribellione e violenza; la mancanza di prospettive e futuro genera disperazione e violenza. Ecco perché la soluzione ai grandi problemi del mondo deve passare attraverso un’analisi lucida e fredda senza concessioni alla pancia e all’ideologia. Per esempio non si può credere di esportare la democrazia con le bombe; non si può concedere nulla ai coloni oltranzisti israeliani che occupano le terre dei palestinesi, e ai governi che li sostengono; non si può pensare di risolvere il problema dei migranti con slogan xenofobi; non si può continuare a fare affari con le canaglie perché in cambio ci danno gas e petrolio; proseguite voi con la lista che, purtroppo, ci rivela un’attesa, ma non per questo meno triste, verità: quel gas ci serve, anche a voi e a me che tanto ci indigniamo, perché l’Inverno è alle porte; gli slogan xenofobi no ma, insomma, questi clandestini sono davvero troppi; e così via. Il mondo diventa piccolo e pericoloso anche perché non troviamo soluzioni globali ai problemi locali, soluzioni che specialmente includano la completa e indiscutibile permanenza dei nostri privilegi.

3 commenti

  • Pingback: #youstink: la mia rassegna stampa del 24 agosto 2015 – 400. | Cor-pus

  • dico mi piace per manifestare il mio apprezzamento verso un articolo molto ben scritto. Ma non mi piace per niente questa situazione. Un saluto.

  • “Non si poteva andare per turismo oltre la cortina di ferro”. Non è vero. Senza entrare nel dettaglio su cosa si poteva fare o meno nei Paesi (si scrive con l’iniziale maiuscola…) dell’Est Europa, devo dire che, sì, si poteva andare per turismo nei Paesi cosiddetti “socialisti”: io l’ho fatto nel 1977 dc in Ungheria, nel 1978 dc in Cecoslovacchia e Polonia, nel 1979 dc in Bulgaria e Jugoslavia, nel 1981 dc in Cecoslovacchia, Polonia, Ungheria e Jugoslavia

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