Quando tutto il lavoro lo faranno le macchine, noi come passeremo il tempo?

RobotWorkers

Qualche mese fa Ottonieri ci ha fatto intravvedere un futuro dominato da robot intelligenti per trattare poi alcuni problemi di etica robotica. L’articolo è interessantissimo e vi invito a (ri)leggerlo perché presenta inizialmente alcuni dati importanti. Ne fornirò qualcuno anch’io principalmente per discutere un’altra questione: quando tutto il lavoro sarà svolto dalle macchine, noi cosa faremo? La questione è estremamente rilevante sotto il profilo economico e sotto quello sociologico e mi tormenta da un po’ di giorni. Sono consapevole che gli eventuali enormi problemi (davvero enormi, come vedrete) diverranno eventualmente reali solo fra 100 o 200 anni, ma io sono un ottimista e voglio prepararmi per tempo.

La prima cosa da chiarire è la seguente: i robot (in senso lato: computer, processori, robot, meccatronica, quell’insieme di cose lì) faranno il 100% del nostro lavoro in futuro?

Io credo di sì, se non sarà il 100% sarà comunque un bel po’ e se avete voglia potete dare un’occhiata all’interessante sito IFR – International Federation of Robotics, citato anche da Ottonieri nel suo articolo, per vedere il trend crescente nell’industria manifatturiera: più o meno in tutti i continenti la vendita di robot industriali raggiunge picchi straordinari, con evidente soddisfazione dell’estensore del rapporto che ci anticipa come la crescita continuerà nell’immediato futuro:

Robot supplies in the Americas will increase [in 2014] by 11% and in Asia/Australia by 21%, while robot sales in Europe will rise by 6%. From 2015 to 2017, robot installations are estimated to increase by 12% on average per year (CAGR): about 6% in the Americas as well as in Europe, and about 16% in Asia/Australia. The trend towards automation continues to increase the volume of robot installations.

Vi segnalo un altro sito, The Robot Report per ulteriori dati e notizie fresche da tutto il mondo fra le quali questa:

Xi Jinping, China’s President, last year called for an “industrial robot revolution.” Since then there have been policies giving value added tax refunds and subsidies to companies making robots, and robot user companies can qualify for tax breaks.

FinlTimes-China-robots-chart-2.pngI robot industriali sono solo una parte dell’impiego dell’elettronica, dei computer etc. nella nostra vita. Considerate le sinergie fra questa articolata branca della tecnologia e la biologia e immaginate che orizzonte di incredibili possibilità; frequentemente sentiamo notizie quali “scoperto il gene del …” (grasso, felicità, intelligenza…); sempre più entriamo nei comportamenti umani scoprendo che non sono poi altro che conseguenze di meccanismi biologici che potremo riprodurre; la biotecnologia fa passi da gigante assieme alla biomeccanica. Insomma, non è difficile immaginare, neppure fra molto tempo, la possibilità di costruire meccanismi complessi, in parte meccanici e in parte biologici, capaci di applicarsi anche ad attività artistiche, creative, sociali.

Ma abbandoniamo questa visione di cyborg che popoleranno il futuro prossimo e torniamo a un problema socio-economico: se tutto il lavoro, o gran parte di esso, sarà svolto di macchine (robot, cyborg, quel che sarà) cosa succederà? Consideriamo innanzitutto che i beni prodotti sarebbero privati sia della componente lavoro umano sia di quella della penuria e della soggettività, ovvero di quegli elementi via via considerati centrali dagli economisti di diverse scuole di pensiero per determinare il valore delle merci (qui un’analisi delle varie teorie). Quindi in un ipotetico mondo di macchine si potrebbero produrre beni che non avrebbero un valore come oggi lo intendiamo. Ma anche il fondamentale concetto di capitale cambierebbe assai trasformandosi nel valore degli impianti robotici che – come è facile immaginare – a un certo punto sarebbero autonomi e autosostenuti, capaci cioè di riprodursi, migliorarsi, progettarsi e così via. Un potere terribile nelle mani di chi li possiederà e guiderà (ammesso che a quel punto si possano realmente possedere e guidare).

A questo punto possiamo immaginare un futuro ipotetico in cui la stragrande maggioranza della popolazione non avrebbe un lavoro (lo fanno i robot) mentre una minoranza ristretta possiede i robot e produce a costi bassissimi quantità incredibili di beni. A chi saranno venduti tali beni se la popolazione, non lavorando, presumibilmente non percepirà un salario? Ecco perché anche il concetto tradizionale di capitale entra in crisi; cosa se ne farebbe il capitalista di bellissime fabbriche automatizzate che producono beni di nessun valore, visto che nessuno li può comperare? Il capitalismo attuale, tendenzialmente bulimico e attento a ridurre i costi di produzione, divorerà se stesso come nelle profezie dei peggiori comunisti: i costi di produzione saranno azzerati, e si produrranno beni di nessun valore?

Naturalmente questo ipotetico futuro non ci cascherebbe addosso all’improvviso. I robot sostituiscono gli esseri umani pian piano nelle fabbriche e negli uffici, creando una faglia nel rapporto lavoro/società già visibile oggi, fra alcuni anni preoccupante, fra altri anni ancora forse drammatica se non sapientemente governata a livello globale. La sempre più impetuosa trasformazione del lavoro umano in assolutamente più economico lavoro meccatronico aumenterà pian piano, poi più rapidamente, creando un esercito di disoccupati, o inoccupati, o sussidiati dal governo, chissà? mentre il mercato sarà saturato da beni sempre più economici, o forse gratuiti…

Occorre pensare diversamente. Il cuore del problema non è il capitale (non lo è già da un po’…) ma il potere. Non comanda più chi ha molto capitale (molte fabbriche, molti operai, molte quote di mercato) ma chi può governare molte persone, e questo “governo” non è solo di nazioni, attraverso parlamenti e leggi, ma anche di mercato e consumi (attualmente) e specialmente di gestione di servizi (oggi ha molto potere chi garantisce servizi di comunicazione, specie riservata). Una volta si pagava Internet; poi hanno cominciato a regalartelo; i telefonini costavano un occhio della testa, ora quattro soldi (tranne gli smartphone che sono uno status symbol) e ormai il traffico di telefonate e sms te lo regalano o quasi. Chi produce e vende “oggetti” è sempre più marginale nel mercato rispetto a chi vende servizi e, nel caso specifico di Internet, abbiamo già spiegato i perché: la merce siamo noi. Le nostre belle fabbriche robotizzate possono allora produrre giocattoli e beni assortiti senza particolare preoccupazione sulla disponibilità di denaro dei compratori; potranno benissimo essere regalati in cambio di ciò che noi forniremo ai detentori del potere: consenso innanzitutto.

Mi viene però da pensare che i 10 miliardi che saremo a metà secolo e i chissà quanti fra un paio di secoli saranno troppi per far funzionare questo meccanismo. Chi deterrà robot e potere cosa se ne farà di così tanti nullafacenti tutti da mantenere a cibo e – immagino – antidepressivi? Per mantenere in vita una società adeguata basteranno certamente pochi milioni di persone concentrate in poche isole urbane. Occorrerà diminuire drasticamente l’eccesso di consumatori, e si potrebbe pensare a campagne di educazione alla procreazione responsabile come alla sterilizzazione di massa, a seconda se vedete il futuro con ottimismo o pessimismo. Ma ancora non basterà; ampi settori di popolazione opporrebbero resistenza in Occidente e vaste aree del pianeta (per esempio quelle governate da musulmani o da cattolici tradizionalisti, che rifiutano di capire i benefici del progresso) potrebbero rifiutarsi di aderire a programmi di questo genere. Una bella guerra potrebbe essere una magnifica soluzione per ridurre in pochissimo tempo gli abitanti e imporre leggi marziali capaci di educare il popolo a nuove idee di futuro; una guerra combattuta da macchine contro umani, non come descritto dal fantascientifico Terminator ma come paventato pochi giorni fa dal Future of Life Institute con una lettera aperta firmata da spaventati scienziati di tutto il mondo e presentata alle Nazioni Unite (QUI un articolo divulgativo in italiano). Se volete approfondire potete anche leggervi l’intervista dell’italiano Bruno Siciliano, uno dei firmatari che cerca di smorzare un po’ i toni ma a me è risultato ancor più terrorizzante.

Oppure no. Il tempo liberato dalle macchine produrrà generazioni di persone senza problemi materiali e quindi meno avide, meno necessitate, più buone. Che potranno dedicarsi al recupero dell’ambiente, alla filosofia e alla ricerca della felicità.

I like to think / (and
the sooner the better!)
/ of a cybernetic meadow
/ where mammals and computers 
live together in mutually
/ programming harmony
/ like pure water
/ touching clear sky.

I like to think
/ (right now, please!)
/ of a cybernetic forest
/ filled with pines and electronics
/ where deer stroll peacefully
/ past computers
/ as if they were flowers
/ with spinning blossoms.

I like to think
/ (it has to be!)
/ of a cybernetic ecology /
where we are free of our labors
/ and joined back to nature,
/ returned to our mammal
/ brothers and sisters,
/ and all watched over
/ by machines of loving grace (Richard Brautigan, “Watched Over By Machines of Loving Grace“).

29B38C2D00000578-3128035-Jobs_involving_a_high_degree_of_creativity_and_negotiation_are_a-a-44_1434543928942

Risorse:

Nota finale: non sono un complottardo, non credo nelle scie chimiche o nei rettiliani e questo è un esercizio estivo. Prendetelo come tale. Il fatto però che le macchine stiano rapidamente sostituendo le persone è una realtà, così come è discretamente realistico pensare che le nuove tecnologie a cavallo fra meccanica, elettronica e biologia possano portare a possibilità fantastiche (o terribili…). Il problema da porre all’ordine del giorno è quindi quello del governo di questo cambiamento della produzione e del lavoro. Si può governare? Qualcuno (che non siano i venditori di robot) ci sta pensando?

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