L’oro di Internet siamo noi

BC3297-001

Qualche giorno fa, un articolo di Wired era intitolato I contenuti prodotti dagli utenti valgono più dei media tradizionali. Pur (a mio avviso) con qualche imprecisione, l’articolo aveva il pregio di affrontare un argomento che è al cuore della rilevanza che Internet ha assunto in questi ultimi anni, da quando cioè si parla di Web 2.o: i contenuti prodotti dagli utenti, lo User-Generated Content, o UGC.

Innanzitutto, per chiarezza, conviene partire da una definizione dell’UGC, e trovo che una delle più utili sia quella che si trova in un ormai vecchiotto documento dell’OCSE, secondo cui l’UGC è definito da tre caratteristiche principali:

  1. è un contenuto pubblicato su Internet;
  2. la sua produzione richiede una certa quantità di sforzo creativo;
  3. viene prodotto al di fuori dei normali ambiti professionali.

Quest’ultima caratteristica da un lato è forse quella che meglio definisce l’UGC, dall’altro è un’ipersemplificazione di una realtà molto variegata. In effetti, chi produce UGC tipicamente non è un professionista, neanche quando il contenuto ha la forma di un prodotto professionale o semiprofessionale; tuttavia, anche un “dilettante” ha bisogno di una motivazione per compiere “una certa quantità di sforzo creativo”, e in effetti esistono forme non direttamente economiche di ricompensa per l’UGC. Un’ottima pubblicazione che tra l’altro mette in luce l’ampiezza dello spettro di casistiche che ricadono sotto l’etichetta di UGC si trova sul sito dell’OFCOM, l’equivalente britannico della nostra Agcom.

Tuttavia, se è vero che l’autore non riceve un compenso diretto per l’UGC, quest’ultimo ha comunque un valore economico importante, come dicevamo all’inizio, e questo valore è legato al fatto che noi utenti di Internet siamo avidi consumatori di UGC. Tornando all’articolo di Wired, esso fa riferimento a una recente ricerca di Ipsos di cui citiamo solo un dato: per la generazione dei Millennials (altrimenti detta Generazione Y, ne abbiamo già parlato qui) l’UGC è la forma di contenuto su Internet che ha maggiore influenza sugli acquisti:

Come i diversi media influenzano gli acquisti dei

Come i diversi media influenzano gli acquisti dei “Millennials” – Fonte: Ipsos

Questa è infatti una delle principali forme di “monetizzazione” dell’UGC, e si applica a tutti quei contenuti che costituiscono direttamente o indirettamente un “consiglio per gli acquisti”: valutazione di un prodotto o di un film, recensione, condivisione di un acquisto effettuato, ecc. Ci sono alcuni importanti siti, cito ad esempio Tripadvisor, il cui unico valore consiste nell’essere contenitori di UGC. Ebbene, il valore di Borsa di Tripadvisor (quotato al NASDAQ) oggi supera i dieci miliardi di dollari! E Tripadvisor è solo una delle migliaia di digital properties che sono costituite pressoché integralmente da UGC, come appunto recensioni e consigli di viaggio, ma anche fotografie, video, ricette di cucina, software, wiki. Un esempio ben noto di UGC di particolare qualità e ampiezza è Wikipedia, il cui valore è stato stimato in diverse decine di miliardi di dollari. Anche nel campo dell’editoria, il sito di recensioni librarie Goodreads è stato acquisito nel 2013 nientemeno che da Amazon, per una cifra che si vocifera essere intorno ai 200 milioni di dollari, e persino nel modesto panorama editoriale italiano la Mondadori ha recentemente comprato Anobii, un analogo di Goodreads che conta circa trecentomila utenti italiani.

Parlando invece di contenuti multimediali, inutile dire che la parte del leone la fa YouTube, che nel lontano 2006 fu acquisito da Google per 1,6 miliardi di dollari, ma anche Instagram, acquisita da Facebook per circa un miliardo di dollari, non scherza. Insomma, è facile constatare che il vero valore dei giganti di Internet sta nell’UGC.

Infine, per quanto riguarda Facebook, vi propongo un grafico prelevato da un documento OCSE del 2013 intitolato Exploring the Economics of Personal Data, nel quale le barre rosse indicano il valore medio di un utente per Facebook (ottenuto dividendo il valore di Borsa di Facebook per il numero dei suoi utenti). Come si vede, nel tempo questo valore tende a crescere e nel 2012 si collocava intorno ai 110 dollari per utente. Si tratta ovviamente di un valore da prendere con le molle per molte ragioni che il documento stesso elenca, ma può costituire un’indicazione.

Andamento del valore di Facebook in rapporto agli utenti - Fonte: OCSE

Andamento del valore di Facebook in rapporto agli utenti – Fonte: OCSE, doc. citato

Naturalmente, una parte di questo valore sta nei nostri dati personali e nel nostro valore come “bersagli” di pubblicità sempre più mirata. Facebook, Google, Amazon sanno molte cose su di noi e sui nostri gusti, e usano in molti modi queste informazioni; ma tutto ciò sarebbe inutile se noi non trascorressimo tanto tempo su Internet e in particolare nei Social Network. E il tempo che sempre più passiamo su Internet non è speso sui siti delle aziende o dei grandi organi di informazione, ma sui blog, sui siti di UGC come YouTube, sui Social Network leggendo quello che scrivono i nostri amici.

Un altro modo per mostrare che il valore che abbiamo su Internet non è dato solo, o prevalentemente, dai nostri dati personali ma anche dai contenuti che produciamo è vedere qual è il valore di mercato dei dati personali. Nel grafico qui sotto sono riportati i valori di mercato di alcune tipologie di dati personali in USA. Come si può vedere, i dati più pregiati sono quelli relativi alla storia giudiziaria e finanziaria, mentre i “semplici” dati personali hanno un valore relativamente modesto, se confrontato con i 110 dollari stimati per ciascun account Facebook (e va considerato che i 110 dollari sono un dato medio, ma un account in USA vale molto più, ovviamente, di uno in Sudamerica e anche in Europa).

Valore di mercato di alcuni dati personali (USA, in $) - Fonte: OECD

Valore di mercato di alcuni dati personali (USA, in $) – Fonte: OCSE, doc. citato

Pur nella grossolanità del raffronto è chiaro che un account Facebook vale molto di più del suo contenuto di dati personali. La differenza, mi sentirei di dire, sta nel valore delle nostre relazioni e dei contenuti che generiamo, e le due cose sono ovviamente collegate: i contenuti che pubblichiamo attirano gli altri utenti e li invogliano a produrre a loro volta contenuti di valore, interessanti e coinvolgenti.

E non si tratta solo di fotografie di teneri gattini. In mezzo a molta robaccia, su Internet si trovano, in forma gratuita e più o meno amatoriale, informazioni preziose su quasi qualsiasi cosa, tutorial, approfondimenti su temi specialistici, notizie, narrativa, brevi film, opere di creatività grafica, giochi; e tutto questo è spesso di buona qualità, gli autori sono più “accessibili” di quelli professionali, e la scelta è amplissima. Un enorme patrimonio che potremmo classificare come UGC è il software open source, e in un certo senso possiamo anzi dire che l’open source (che non vuol dire solo gratuità) è stato un modello di “proprietà intellettuale” che ha contribuito a far sì che tanta parte dei contenuti su Internet siano liberamente disponibili.  Anch’io non nascondo di informarmi su blog tanto quanto su siti informativi “istituzionali” come quelli dei giornali e delle tv, di guardare video e ascoltare musica su YouTube, eccetera. Tutto questo ha un enorme, incalcolabile valore economico, eppure è sostanzialmente gratis. Persino Hic Rhodus è gratis! Come è possibile?

È possibile perché la filosofia di Internet è ancora in larga misura quella di una comunità basata sulla condivisione. Le motivazioni che spingono gli utenti (o i Netizen, i cittadini di Internet come abbiamo discusso in altre occasioni) a “donare” contenuti sono diverse, e vanno dalla semplice soddisfazione di aver impiegato una propria capacità o espresso una propria opinione fino al desiderio di qualificarsi come esperto o “semiprofessionista” in un determinato campo, o al piacere ludico cui abbiamo fatto cenno parlando di Gamification. Quel che è certo è che le aziende fanno di tutto per trasformare l’UGC in una fonte di profitto, fino al punto di imporre “condizioni d’uso” che assegnano loro diritti sulla produzione creativa degli utenti di Internet: un esempio ben noto è Facebook, che ci informa che usando la sua piattaforma “l’utente concede a Facebook una licenza non esclusiva, trasferibile, che può essere concessa come sottolicenza, libera da royalty e valida in tutto il mondo, per l’utilizzo di qualsiasi Contenuto IP pubblicato su Facebook o in connessione con Facebook”. Niente male, no?

Insomma ritroviamo su questo tema l’apparente contraddizione che abbiamo incontrato altre volte tra una concezione di Internet come un enorme contenitore di attività commerciali (e in fondo perché mai un’azienda dovrebbe essere presente su Internet se non per ragioni di profitto?) e una che considera Internet quasi come una “nazione virtuale”, con proprie regole, diritti di cittadinanza, modelli economici e meccanismi di “società civile”. Se è vero che l’accesso a Internet è ormai diffusamente considerato un diritto, sarebbe ingenuo dimenticare che Internet è anche la principale fonte di profitti per le più grandi corporation del mondo, e in questo senso è utile sottolineare che questa enorme ricchezza viene creata ogni giorno da noi, senza alcuna remunerazione, come semplice sottoprodotto dell’User-Generated Content, l’oro di Internet.

6 commenti

  • Possible che in Italia, o in Europa, non siamo in grade di creare degli “aggregatori” come fanno in America?
    Dovremmo creare dei nostri server, dovrebbero crearci dei “nostri” ott, e come gli USA investono a iosa su questi prodotti, arrivando a stampare soldi pur di finanziare quei progetti, lo stesso dovrebbe fare l’ue.
    Ora, la mia sembra retorica, un discorso vuoto senza una vera proposta ma solo una lamentela, ma chiedo a voi che sicuramente siete più esperti di me, perché non mi pare ci siano progetti al riguardo?

    • In queste cose contano diversi fattori. In particolare, l’effetto-rete e l’accessibilità fanno sì che in certi business il leader abbia un vantaggio competitivo che nel mondo materiale sarebbe difficilissimo ottenere. Amazon ha un vantaggio enorme su qualsiasi concorrente, molto più di quanto un Harrod’s o un Wal-Mart possa avere nel mondo fisico.

  • Non vedo differenze rispetto al classico funzionamento della politica, o delle manifestazioni. Il valore di qualsiasi idea o proposta è quello dell’integrale di quanto messo realmente a disposizione i suoi sostenitori (mentre il valore del singolo è nullo: i supposti 110 dollari di valore non esistono in assenza dell’aggregatore, e il valore delle relazioni rimarrebbe locale, ed estremamente basse, esattamente come zero vale un partito di 20 persone), ma è “usato” da chi è in grado di sfruttarne l’energia per produrre un risultato.

    Mi sembra che il tentativo di qualificare internet, ovvero uno strumento, come qualcosa di radicalmente diverso nei suoi meccanismi da quanto avviene nella realtà sia, alla fine, controproducente. Quello che internet ha modificato non sono i meccanismi di interazione, o di produzione di valore, ma il loro fattore di scala (ed è solo l’accesso a questo nuovo livello che ha consentito l’emergere di fenomeni precedentemente non esistenti).

    Una discussione su come mantenere i vantaggi indubbi che ne derivano limitando i rischi necessariamente connessi all’effetto o gigantismo, richiesto necessariamente dal fattore di scala che produce i medesimi positivi, effeti sarebbe interessante.

    • Internet non è uno strumento, è un ambiente, e come ambiente è reale eccome. All’interno di questo ambiente esistono piattaforme “offerte” da soggetti come Facebook che come giustamente dici sono essenziali per trasformare in valore anche monetizzabile il loro “parco utenti”. Tuttavia questi soggetti sono qualitativamente diversi dai tradizionali attori cui fai riferimento, perché il valore che essi catalizzano è quello della rete “orizzontale” di relazioni e condivisione di contenuti tra i peer, mentre un partito o un sindacato (ma anche un’azienda tradizionale) è un’organizzazione eminentemente gerarchica, in cui i “contenuti” sono al 90% generati al vertice e consumati alla base.

      L’effetto-rete, la comunicazione in tempo reale, la condivisione sociale, l’accesso ubiquo all’informazione sono meccanismi che su Internet (che comunque non è classificabile in modo univoco) trovano un supporto talmente diverso da quello disponibile nel mondo materiale da generare un sistema qualitativamente nuovo. Poi, ovviamente, le entità che hanno un forte radicamento nel mondo fisico (molte aziende, ad esempio) stanno cercando di mettere in comunicazione i due mondi e trasportare logiche dall’uno all’altro. Però il fatto che su Internet esistano modelli di relazione, economici, sociali, ecc. caratteristici e che difficilmente si sarebbero affermati in un mondo esclusivamente fisico per ragioni sia storiche che materiali mi pare un dato di fatto evidente, e basterebbe l’esistenza di una cosa come Wikipedia a dimostrarlo.

      • Sarei cauto con le affermazioni apodittiche. “Ambiente” è una parola che si applica praticamente ad ogni sistema esistente, dalla Università, alla Scienza, allo stadio di calcio. Come tale quindi, non significa nulla di particolare, o di qualitativamente differente.
        Internet è un insieme di strumenti e standerd (quelli che correttamente chiami i meccanismi, ovvero il substrato tecnologico che ha consentito di modificare il fattore di scala con il quale i fenomeni (tutti preesistenti) sono oggi osservabili sul web), sul quale sono costruiti una serie di servizi, che sono, essi si, reali, in quanto sono gestiti da organizzazioni o singoli reali, esattamente come lo sono i giornali, le tv, i diari privati, e i bar dove si discute di calcio.
        Il fatto di trascurare l’assoluta preminenza del fattore di scala (che è generato dal superamento di barriere (tempo e spazio tra tutte)), postulando una “diversità” ontologica appare strano: cosa è infatti Wikipedia se non il medesimo processo che portava a una voluminosa enciclopedia cartacea, con i suoi contributori, curatori e revisori (e aggiornamenti periodici) se non un cambio di scala in tempo di costruzione, quantità di argomenti e contributori e velocità di disponibilità (appoggiato su supporti tecnologici e di distribuzione diversi dalla carta?).
        L’osservazione della struttura tradizionale gerarchica rispetto ad una supposta “nuova” non appare molto giustificata. Nel “nuovo” mondo i servizi di successo sono quelle organizzati, (fb, youtube, wa, ma anche i migliori siti di informazione, o di pubblicazione scientifica). Il resto è disponibile, semplificando, solo a fronte di specifica ricerca, ammesso sia rintracciabile. Ci trovi molta differenza con le sezioni di partito o i tifosi di calcio, o una struttura aziendale?
        Forse sfugge che, come nelle strutture tradizionali, la cosa importante non sono i contenuti (purtroppo), ma il framework nel quale sono accolti, vagliati e diffusi.
        Nel mondo reale sono relativamente chiari e visibili (la sede del partito, il bar del calcio, il cinema). Su internet i framework sono le board, youtube, fb, etc. I framework di per loro a nulla servirebbero se non fossero gestiti, realizzati e mantenuti: sono per questo “diversi”? No. Il salto qualitativo c’è perché gestiscono non le informazioni degli utenti (delle quali, tranne che alla tradizionale sfera prossemica, a nessuno importa nulla) ma ciò che si desume dalle loro relazioni con il mondo (reale) mediato dallo strumento di analisi (le tecnologie internet che essi usano). Ed il salto è realizzabile non per qualche sorta di magia, ma unicamente perchè il fattore di scala (la quantità di informazioni analizzabili) è spaventosamente aumentato e lo rende economicamente redditivo.
        A cosa serve FB in una internet limitata a un paese di 5000 persone? A nulla. Sarebbe economicamente sostenibile? No.
        Il sistema qualitativamente nuovo c’è, eccome. La qualità di nuovo è attribuita dalla scala (di contributi, di accessibilità, di organizzazione, di velocità, economici, e dai relativi requisiti imposti a chi voglia “avere successo” dati i nuovi parametri di configurazione che regolano le interazioni (e penso alle aziende italiane e ai loro processi interni, non errati in cosa fanno, ma in come lo fanno)) e non dalla nascita di nuove modalità di interazione.
        Prima ce ne accogiamo e meno contribuiamo a giustificare l’artificiale e comoda barriera che le parti meno attive della società pongono allo sviluppo, dividendo “il mondo” da un supposto “mondo internet”.

      • Non mi pare di essere più apodittico di te. La novità derivante dal superamento delle barriere di spazio e tempo può anche essere letta come “meramente” quantitativa (fattore di scala, come dici), ma sopra una soglia critica le variazioni quantitative danno luogo a fenomeni qualitativamente diversi, non per ragioni “ontologiche” ma per “emergenza”.
        Le modalità di interazione che questa transizione rende possibili sono nuove eccome, perché nel mondo “pre-Internet” non erano possibili o praticamente fattibili. Dall’Enciclopedia di D’Alambert e Diderot sono passati duecento anni di Britanniche e di Treccani realizzate tutte in modalità “top-down”, producendo opere ammirevoli. Dal 2001, Wikipedia ha prodotto enciclopedie in 285 lingue, in modalità peer-to-peer, senza un’organizzazione gerarchica né un progetto strutturato.
        Quello che fa la differenza non è il semplice numero di persone coinvolte (in fondo i grandi partiti di massa avevano milioni di iscritti), ma la connessione a rete, l’interazione istantanea, ecc. Queste sono (in larga misura) caratteristiche distintive di Internet. Un’altra differenza non trascurabile è che Internet è nata praticamente da zero, senza una stratificazione di strutture sociali ed economiche; da questo è derivata una più agevole possibilità di adottare modelli basati su p2p, open source, ecc.
        Poi hai certamente ragione a dire che il mondo di Internet, pur con le sue specificità (pensa a quanto sia complicato far pagare qualcosa su Internet e quanto siano diffusi i modelli “freemium” rispetto all’economia tradizionale), non è isolato da quello “materiale”, e in effetti la coesistenza tra modelli economici diversi è appunto tra le cose che segnalavo nel post.
        Grazie del contributo e a presto.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...