Siamo tutti meridionali, che ci piaccia o no

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Qualche settimana fa, la Svimez (Associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno) ha diffuso i dati relativi al suo rapporto 2015 sull’economia del Mezzogiorno, delineando un panorama talmente sconfortante che i principali mezzi di comunicazione hanno all’unisono fatto ricorso a titoli come “Il Sud sta peggio della Grecia”, sottolineando l’ampliarsi del divario tra il Mezzogiorno e il Centro-Nord, fino a riproporre l’ormai consueta immagine del “Sud zavorra d’Italia”, una specie di freno a mano tirato che impastoia la “locomotiva” del Settentrione.

Ma è proprio così? E quali sono le cause di questa situazione?

Innanzitutto, cominciamo osservando che è assolutamente vero che il rapporto Svimez è sconfortante su tutta la linea. In pratica, non esiste parametro o criterio di valutazione che non evidenzi un enorme deficit nelle regioni meridionali, che il rapporto definisce “alla deriva”. Ovviamente, non ripercorro qui tutti i dati Svimez, ma mi limito a fare riferimento ad alcuni parametri che trovo particolarmente significative, e compongono un panorama coerentemente cupo delle prospettive economiche del Mezzogiorno:

  1. Il calo del PIL: ovviamente un indicatore fondamentale è l’andamento del PIL, e i dati sono durissimi: nel periodo 2008-2014 il PIL delle regioni meridionali è calato del 13%, di cui l’1,3% ancora nel 2014.
  2. La perdita di produttività: nello stesso periodo 2008-2014 il valore aggiunto per unità di prodotto nel Sud si è ridotto del 4,9%. In altre parole: i dati sulla disoccupazione, che non riporto perché ben conosciuti, sono drammatici, ma è almeno altrettanto grave osservare che anche chi lavora produce meno, e quindi corre rischi crescenti di andare fuori mercato e perdere il lavoro.
  3. Il crollo degli investimenti: il calo della produttività fa il paio con l’incapacità di investire adeguatamente nell’economia produttiva e in particolare nell’industria, dove la produttività e la competitività sono frutto dell’innovazione. Nel periodo 2008-2014, gli investimenti nell’industria sono scesi addirittura del 59,7%: un vero e proprio annuncio di desertificazione industriale.
  4. Il declino demografico: invertendo la tradizionale propensione delle famiglie meridionali numerose, il tasso di natalità al Sud è arrivato a 1,31 figli per donna. Inoltre, al calo demografico del Meridione contribuisce anche l’emigrazione, in particolare giovanile, che quindi incrementa la contrazione e l’invecchiamento della popolazione. Nella figura qui sotto è riportato l’andamento di nascite e morti nel comune di Napoli, che oggi conta meno di 980.000 abitanti, mentre ancora nel 2001 ne aveva oltre un milione.
Nascite e morti a Napoli negli ultimi anni

Nascite e morti a Napoli negli ultimi anni

espresso

Le evidenze proposte dalla Svimez sono state comprensibilmente commentate con toni sconsolati o addirittura lugubri da tutta la stampa; in particolare l’Espresso ha dedicato il suo dossier di copertina al Sud “sparito”, mentre altri osservatori autorevoli e importanti mezzi d’informazione si sono chiesti se il Mezzogiorno non sia la “palla al piede” di un’Italia centro-settentrionale che sarebbe altrimenti in grado di giocare alla pari con le aree più avanzate d’Europa.

Purtroppo, temo che la risposta sia negativa. Proviamo infatti a riprendere in esame gli stessi parametri che ho menzionato in precedenza, ampliando lo sguardo al resto d’Italia e all’Europa.

  1. Il PIL: penso non sia una sorpresa constatare che se guardiamo all’andamento del PIL in Europa nel corso di questi ultimi anni di profonda crisi troviamo che l’Italia è il fanalino di coda. E la cosa non riguarda solo il depresso Sud, come si vede da questo diagramma che riporta l’andamento del PIL pro capite negli ultimi anni (cliccate sull’immagine per ingrandirla):capacità produttiva
  2. La produttività: nel periodo 2008-2014, il calo della produttività al Centro-Nord è sostanzialmente equivalente a quello rilevato al Sud (-4,7% contro -4,9%), in evidente divergenza da quello che succede nel resto d’Europa, in cui mediamente la produttività è cresciuta del 2,3%. Non c’è una reale differenza sotto questo aspetto tra Sud e Centro-Nord.
  3. Gli investimenti: negli anni 2008-2014 non sono stati solo gli investimenti produttivi nel Meridione a crollare; sia pure in modo molto meno vistoso, sono declinati anche gli investimenti industriali nel Centro-Nord (- 14,4%), con le conseguenze sulla produttività futura che descrivevo in precedenza. La contrazione al Centro-Nord è ulteriormente significativa se consideriamo che al Sud gli investimenti pubblici sono stati ridotti molto più drasticamente che al Nord. Per essere chiari: non è vero che in questi anni di vacche magre il Sud sia stato privilegiato dalla spesa pubblica, anzi è vero il contrario.
  4. La demografia: l’invecchiamento della popolazione è una realtà ormai da molto tempo anche al Nord, nonostante l’effetto della presenza di immigrati, molto più numerosi in Italia settentrionale che meridionale. Anche l’emigrazione giovanile è un male ben noto anche al Nord: se molti giovani meridionali si spostano al Nord, molti giovani settentrionali tra i meglio preparati vanno all’estero, come abbiamo già discusso qui su Hic Rhodus parecchio tempo fa. I diagrammi qui sotto sono eloquenti, e i dati di natalità ci dicono che l’effetto “piramide rovesciata” già visibilissimo è destinato a peggiorare, e con particolare intensità al Sud.

    demografia

    Fonte: rapporto Svimez citato

Insomma: l’idea che l’Italia del Centro-Nord sia strutturalmente competitiva con i paesi leader in Europa e nel mondo, e che i ritardi del nostro paese siano concentrati nel Sud è sbagliata. La condizione del Mezzogiorno è certamente molto peggiore di quella del resto d’Italia, e risollevarlo è un’impresa molto più ardua, ma il Sud è anche un monito che ci mostra dove conduce il cronicizzarsi di condizioni di inefficienza, corruzione e incertezza delle regole che non sono solo fenomeni meridionali.

Il Mezzogiorno sta all’Italia come l’Italia sta all’Europa: gli stessi mali che affliggono e penalizzano il Sud (mali di cui dobbiamo considerarci responsabili innanzitutto “noi” meridionali) sono presenti anche al Centro-Nord, in forma meno acuta ma comunque incompatibile con gli standard dei nostri partner internazionali. Proprio per questo, è davvero assurdo dover assistere allo spettacolo di non pochi politici che di fronte alle difficoltà del Nord incolpano l’Euro e la cattiva Germania, e di fronte a quelle del Sud se la prendono con i meridionali: se vale l’equazione che proponevo prima, affermare che la Germania è responsabile delle difficoltà italiane dovrebbe implicare che il Nord sia colpevole dei ritardi del nostro Mezzogiorno. Invece, io credo che le soluzioni di cui noi italiani abbiamo bisogno siano simili al Nord e al Sud, con la differenza che il Nord per fortuna parte da una situazione molto migliore, e che in entrambi i casi sia necessario fare i compiti a casa molto prima di prendersela con gli altri.

3 commenti

  • Pienamente d’accordo. Aggiungo che sarebbe auspicabile che il Governo Centrale si occupasse di tutte quelle riforme da attuare in maniera capillare. Se è vero che l’aumento dell’autonomia degli Enti Locali dovrebbe migliorare la gestione sul territorio in quanto più facilmente adeguabile alle condizioni dei singoli luoghi, è anche vero che riforme non armoniche nel Paese non fanno altro che accentuare le differenze e dare più responsabilità laddove non c’è la capacità (volutamente o meno) di gestire situazioni complesse

  • Francesco Vitellini

    L’ha ribloggato su Strinature di saggezza.

  • Un’analisi lucida come poche..
    Da meridionale e da storico, però, mi addolora…

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