Da che parte stanno i musulmani?

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Bernard-Henri Lévy scrive un articolo bellissimo e atroce per esortare i musulmani a schierarsi chiaramente e senza reticenze. Leggetelo tutto, ne vale la pena. Fra le altre cose scrive Lévy:

Poi, costringere ciascuno, dappertutto, cioè nel mondo arabo-musulmano come nel resto del pianeta, a dire perché combatte, con chi, contro chi. Questo non significa naturalmente che l’Islam abbia, più di altre formazioni discorsive, una qualche affinità con il peggio. E l’urgenza di questa lotta non deve distrarci dalla seconda battaglia, essenziale, anche vitale, che è quella per l’altro Islam, per l’Islam dei Lumi, per l’Islam in cui si riconoscono gli eredi di Massud, di Izetbegovic, del bengalese Mujibur Rahman, dei nazionalisti curdi o di un sultano del Marocco che fece l’eroica scelta di salvare, contro il regime di Vichy, gli ebrei del suo regno.

E aggiunge poi:

Sento già i benpensanti gridare che il fatto di invitare bravi cittadini a dissociarsi da un crimine che non hanno commesso significa supporli complici e, dunque, stigmatizzarli. Invece no. Infatti, quel «non in nostro nome» che aspettiamo dai nostri concittadini musulmani era quello degli israeliani che si dissociavano, quindici anni fa, dalla politica in Cisgiordania del loro governo. Era quello delle folle di americani che nel 2003 rifiutavano l’assurda guerra in Iraq. Era il grido, più recentemente, di tutti i britannici, fedeli o semplici lettori del Corano, i quali si addossarono la responsabilità di proclamare che esiste un altro Islam – dolce, misericordioso, amante di tolleranza e di pace – rispetto a quello nel cui nome si poteva pugnalare un militare in mezzo a una strada.

È un bel grido. È un bel gesto. Ma soprattutto è il gesto semplice, di una buona guerra, che consiste nell’isolare il nemico, staccarlo dalle sue retrovie e far sì che non si senta più come un pesce nell’acqua in una comunità di cui, in realtà, egli è la vergogna.

Lévy ha più di una ragione. Diverse di tipo morale e politico, ma non mancano quelle pratiche. Iniziamo da queste ultime. I terroristi di Parigi, come i loro predecessori, non sono stati paracadutati lì direttamente dai campi d’addestramento siriani. Non solo molti di costoro sono foreign fighter, cittadini europei, ma per le loro elaborate azioni hanno bisogno di molteplici complicità, collateralità, simpatie, supporti. Sappiamo di imam in Europa che propagandano il terrorismo e reclutano i nuovi discepoli della morte; sappiamo di cellule e simpatizzanti. Quindi è necessario che la comunità islamica si mostri attiva nell’isolare, nel denunciare, nell’espellere questi assassini come corpi estranei. Le Brigate Rosse – se mi permettete questo parallelo non poi così improprio – furono sconfitte nel momento che la sinistra comunista comprese che questi non erano “compagni che sbagliavano” e che la posizione politica corretta non poteva essere “né con lo Stato né con le BR”. Stesso percorso devono fare gli islamici moderati, integrati, desiderosi di convivere in pace con gli occidentali. A partire dalla consapevolezza che per queste frange salafite e wahhabite gli altri musulmani sono apostati e infedeli quanto i cristiani, da uccidere esattamente quanto i cristiani (noi inorridiamo per le decine di vittime di Parigi, ma un bilancio arido dei morti mostrerebbe facilmente che quelli musulmani in Medio Oriente e altrove sono migliaia).

E poi c’è una questione morale e assieme politica. I musulmani non salafiti, non estremisti, con progetti di vita che includano la convivenza e il pluralismo non possono scandalizzarsi più di tanto del clima anti-islamico e poco benevolo nei loro confronti. Il popolo non è composto al 100% di laureati ad Harvard, alla Sorbonne o al MIT, lettori informati con coscienze limpide e intelligenze strabilianti. Il popolo è una melassa informe e appiccicosa dove circolano paure, egoismi primitivi, crassa ignoranza, sospetto verso gli altri, ferocia. Non occorre scomodare i sociologi e gli antropologi per capirlo. Ostentare distacco, permanere nella forte inclusività identitaria che li contraddistingue, esibire con un orgoglio anche legittimo i propri simboli non li aiuta ad essere accettati in epoche normali, figuriamoci quando loro (apparentemente tali) correligiosi ammazzano decine di ragazzi in Francia. Non possiamo spiegare a Salvini e a Meloni la sostanza del wahhabismo e pretendere che capiscano; figuriamoci spiegarlo a quelli che si bevono le loro panzane. Allora non mi basta vedere qualche foto di musulmani che esibiscono cartelli “Not in my name”. Non mi basta e mi dà anche un po’ di fastidio. La comunità islamica deve avere un ruolo più netto e incisivo. Più chiaro. Più proattivo.

Schermata 2015-11-16 alle 13.46.54Leggiamo per esempio il comunicato ufficiale dell’U.Co.I.I. – Unione delle Comunità Islamiche in Italia:

L’UCOII esprime la propria solidarietà e vicinanza al popolo francese in questi momenti drammatici. Condanniamo fremente il terrorismo cieco che colpisce persone innocenti seminando paura e terrore tra la popolazione. E sottolineiamo la necessità di unità e coesione di fronte a qualsiasi minaccia e fare prova della fermezza assoluta. Esprimiamo infine le nostre sincere condoglianze alle famiglie delle vittime e condividiamo con tutto il popolo francese il rammarico dolore.

Izzeddin Elzir Presidente U.CO.I.I – ROMA

Insomma, è un po’ pochino. Non conosco la storia del sig. Elzir, non posso sapere se barriere linguistiche e culturali rendono difficile esprimersi diversamente, semmai lui ha creduto di scrivere un comunicato forte e commosso. Ma invece ne è risultato un comunicato freddo e anonimo. Il minimo, ma proprio minimo-minimo, che ci si doveva attendere. Pazienza. Diciamo che l’organismo ufficiale dei musulmani italiani non ha il dono della comunicazione e dell’empatia. Non fa niente. Allora aspettiamoci dei più concreti fatti. All’epoca delle già nominate Brigate Rosse i compagni dell’area dell’Autonomia, i vari collaterali e simpatizzanti conoscevano molto, se non tutto, di quest’area oscura. Conoscevano chi conosceva, sapevano abbastanza su chi sapeva e agiva. È senz’ombra di dubbio così anche nella comunità islamica dove tutti si conoscono e fanno rete. Forse non il signor Elzir, certamente, ma in seno alla loro comunità c’è chi sa. C’è chi conosce. C’è chi potrebbe denunciare. Farlo o non farlo, in Italia come in Francia come nel resto del mondo (incluso quello musulmano) farà la profonda differenza fra un futuro di confronto ostile o di pacificazione e alleanza contro tutti gli orrori.

One comment

  • William Blake

    Buongiorno,
    ultimamente si sente e si legge spesso la richiesta alle comunità arabe moderate di denunciare e condannare tutto quello che di più orrendo accade nel mondo causato da integralisti in nome di Allah.
    In realtà non mi trovo perfettamente d’accordo. Non vorrei usare tutti gli esempi di guerre e atrocità commesse dal democratico ed avanzato mondo occidentale nella storia dell’umanità. Vorrei semplicemente soffermarmi sulle relazioni che l’occidente aveva e continua ad avere con gli stessi che poi compiono attentati.
    Per quale ragione dovrei chiedere al mio fruttivendolo pakistano di chiedermi scusa e denunciare tutto ciò che è successo quando ha la sola e grande colpa di leggere lo stesso “Libro” di un membro dell’Isis, con l’unica differenza dell’interpretazione dello stesso? Perché gli devo chiedere conto di tutto ciò e gli devo chiedere di fare il lavoro che spetta ad un magistrato, un poliziotto e agente “segreto”.
    Non siamo stati mica noi a creare l’Isis? Non siamo stati mica noi a destabilizzare un intero continente per decenni con l’unico scopo di rubare risorse e/o difenderci dall’avanzata “comunista”? Non sia stati mica noi a chiudere gli occhi di fronte ad un assassino di nome Assad, che trucidava un popolo intero? Non siamo per caso noi i più grandi partner di paesi come l’Arabia Saudita ed il Qatar che finanziano direttamente questi criminali? E perché lo facciamo? Solo per riuscire a vendere al Fondo Sovrano la nuova zona di milano per 3 miliardi di €? Non siamo mica noi quelli che chiudono commesse miliardarie con questi stessi paesi in nome dell’economia, dello sviluppo della crescita, senza mai porci un problema? Non siamo stati mica noi a vendere aerei da guerra, navi da guerra e missili a questi paesi? Non siamo stati mica noi etc etc etc
    Ergo, avete per caso sentito qualcuno dei Ns. governanti chiedere scusa per l’accaduto? Qualcuno ha chiesto scusa a quelle popolazioni sfruttate e manovrate per decine di anni?
    Non voglio sottrarmi alle grande colpe di quei paesi con evidente arretramento culturale, democratico. Ma non possiamo permetterci di chiedere di più al mondo mussulmano. A quel mondo mussulmano che abbiamo direttamente manipolato e creato a seconda delle Ns. convenienze.
    Ovviamente è un discorso abbastanza lungo e difficile. Spero però di aver riassunto al meglio, una parte del mio pensiero ed un punto di vista un po diverso.
    Grazie!

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