Gli imbecilli del Web 2.0 e il dilagare del mannoismo

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I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar dopo un bicchiere di vino, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. E’ l’invasione degli imbecilli (Umberto Eco).

Si potrebbe dire innanzitutto che nessuno mi obbliga. Mica devo per forza stare su Facebook, su Twitter, su Instagram e chi più ne ha più ne metta. Non me l’ha ordinato il dottore di tenere un blog! E quando leggo un articolo su un giornale on line posso fare a meno facilmente di leggere i commenti dei lettori, cosa lo faccio a fare? Nessuno mi obbliga. Ma non posso ritirarmi dal mondo e vivere di fiction televisiva e cibi pronti, aizzando cani feroci contro chi suona il campanello. La strabiliante possibilità che offre la Rete deve essere colta, agìta, resa elemento importante del nostro vivere. Purtroppo ci sono controindicazioni, la principale delle quali è la mole di imbecillità sesquipedali che sommergono con abbondanza le cose serie, i pareri pacati, le riflessioni intelligenti che vado cercando. Mi dispiace che Umberto Eco, dal quale ho tratto una recente dichiarazione per usarla come epigrafe, sia stato sommerso di critiche e qualche insulto, ma appunto: se i social media sono veramente invasi dagli imbecilli ovvio che abbiano in massa reagito imbecillescamente alla provocazione del semiologo. Sì, ne convengo, Eco un po’ se l’è cercata ed è stato forse un po’ snob, ma se la scelta è fra mugugnare fra sé e sé per non far innervosire gli imbecilli e dire pane al pane lasciando che gli imbecilli protestino, beh… buona la seconda anche per me.

Grosso modo, per farla breve, sono imbecilli due tipi di persone di scarsa intelligenza: quelli che, confusi dai tuoi ragionamenti, anziché contro-argomentare ti offendono; quelli che, confusi in generale, sostengono sciocchezze (non chiedetemi ora di definire ‘sciocchezze’: teorie fumose, asserti indimostrabili, bufale, falsi creduti veri per mera adesioni a pre-asserti ideologici, crassa ignoranza, soprattutto).

Il primo tipo di imbecille mi preoccupa poco perché è facilissimamente individuabile; prendete questo commento a un mio recente articolo (l’ho cestinato, ovviamente):

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Non so se avete letto l’articolo in questione e potreste anche essere d’accordo che in quell’articolo il Palio di Siena era fuori luogo (io naturalmente non credo che lo fosse) ma, se siete tipici lettori hicrhodusiani, avreste probabilmente scritto un commento spiegando il perché io avessi esagerato, e non semplicemente mandandomi a cagare con l’aggiunta di imbarazzanti problemi idraulici. Questo effettivamente faceva un po’ ridere ma negli anni ne ho subiti di veramente pesanti, come tutti quelli che stanno attivamente sul Web. Il problema è serissimo, diffuso, ben noto e già trattato da numerosi autori, anche da noi di HR (in proposito io ho scritto questo e direi che è inutile tornarci sopra).

Il secondo tipo di imbecille invece mi preoccupa molto perché è meno individuabile, è pernicioso, virale, impudente, ignorante quanto una cucuzza ma si crede un genio, insistente, esasperante… Generalmente non ha cognizioni di ciò di cui parla: se discute di economia probabilmente è un aspirante ballerino, se tratta di politica è quasi certamente un illetterato illuminato dall’Unico Blog dei Cittadini, se discetta di fisica ha indiscutibilmente dormito davanti a SuperQuark. Perché ciò che contraddistingue questo tipo di imbecille è l’avere un opinione sulle molte cose che non conosce, e di non averne affatto su quelle poche che padroneggia. In un esilarante post di Verbasequentur di un paio d’anni fa, volutamente ricco di turpiloquio liberatorio, trovo:

Io vorrei tanto capire chi cazzo ha sdoganato l’ignoranza; vorrei tanto sapere chi ha tolto al caprone l’onere di informarsi prima di aprire la bocca e rifilato alla persona colta, molto colta, appena più colta – o anche semplicemente informata – quello di dimostrare con disegnini, parole, gentilezza e tante scuse, che le teorie ululate dal caprone suddetto sono puttanate. […] Guai a dire ad un ignorante di merda che è un ignorante di merda. TU devi dimostrare di sapere qualcosa, anche se quel “qualcosa” è il tuo mestiere, il tuo bagaglio, quello che hai studiato per una vita intera. Tu, Copernico, portami sulla Luna e dimostrami che la Terra vista da lì non è una pizza margherita. Tu, pronipote di pronipoti di uomo sapiens-sapiens, tu dimostrami che i graffiti rappresentano scene di caccia e non, che ne so, una partita a polo con l’amico cervo che nun ce voleva stà. Tu, biologo, tu medico, tu fisico, tu chimico, tu filologo, tu storico, tu antropologo, tu con i tuoi cinque anni/sei/sette università, con la tua specialità, i tuoi master, i tuoi decenni di studio. Tu che stavi a progettare la dorsale grazie alla quale io “c’ho l’internette e bloggo”, quando io ero alle elementari. Tu che hai scoperto che monitorando il valore delle PSA si può sgamare il cancro alla prostata. Tu che hai fatto lo zerbino del Barone Universitario che poi ha usato la tua ricerca sul mesotelioma per pubblicarla a nome proprio negli USA, mentre io lavavo automobili e la sera mi facevo una cannetta ed uno spritz coi bocia dell’officina. Tu. Mi DEVI DIMOSTRARE. Perché io che sono una capra analfabeta, che di mestiere raccolgo pompelmi, che l’italiano non lo parlo perché mi fa fatica ed un poco anche snob, io ti contesto, perché HO LETTO SU INTERNET CHE. […] E poi gli chiedi “Ma tu… che titolo hai per dire che la terra non è rotonda?”. E non ottieni risposta. Oppure la ottieni, è la ripetizione della frase sopra. Ho letto su internet. Ho visto tutti i video su youtube. C’è un blog. Una pagina facebook. E lo richiedi: “Ma tu, tu che vuoi sapere di ricerca/biologia/medicina/architettura più dell’architetto biologo medico ricercatore con cui stai parlando… ma tu che basi hai?” Risposta: mi ha detto mio cuggino. Ci avevo un link che. La mia preferita “hahaha lo sanno tutti, tutti, anche SE NESSUNO LO DICE” (fonte, ma leggetelo tutto nella versione integrale, che ne vale la pena).

Se il tema interessa, la stessa opinione espressa in maniera più anglosassone la trovate QUI (raccomando di dare un’occhiata).

In questa seconda specie di logorroica insensatezza c’è comunque una nicchia specifica per le celebrità che impazzano sul Web. Il caso recente più tipico è quello di Fiorella Mannoia, quotidianamente sui media per la sua continua affermazione di temi politici e di attualità. Come anni fa Alba Parietti, che imperversava in tutti i talk show discettando di massimi sistemi in quota centrosinistra, la Mannoia ci conciona in quota Cinque Stelle. Pochi giorni fa il giornalista Paolo Romano ha provato a protestare ricevendo la puntuale valanga di insulti da lettori, e nel mio piccolo, avendo lanciato su Twitter l’hashtag #bastacolmannoismo, ho raccolte le mie brave proteste. Trovo la cosa di enorme interesse sociologico e di pari preoccupazione politica.

Perché dobbiamo combattere il ‘mannoismo’. Gli interpreti del mannoismo (Parietti, Mannoia…) sono incolpevoli attori del proprio narcisismo. Sono persone note, godono di visibilità mediatica e ogni loro sproloquio viene riproposto e ingigantito. Non dobbiamo mica imbavagliarle! Che siano poi strumentalizzate da forze politiche è ovvio e banale, lo si è sempre fatto e il nostro Parlamento ha sempre avuto i suoi sportivi, cantanti e attori messi in lista come testimonial capaci di attrarre il livello più basso dell’elettorato, quello che non ragiona sui contenuti. E non stupisce neppure che i media, dovendo riempire edizioni on line e attrarre clic sui banner pubblicitari, si buttino ormai su qualunque notizia. Tutto questo non fa che esaltare ancora di più il ruolo di personaggi pubblici che hanno talenti eccellenti in campi molto specifici e lontani da quelli della riflessione politica, sociale ed economica. A me non viene in mente di chiedere a Massimo Boldi cosa ne pensa del quantitative easing, o a Mario Balotelli come si dovrebbe arginare l’ondata wahhabita in Medio Oriente. Se Boldi ha un parere sul quantitative easing ce l’ha come comune cittadino, esattamente come me e il mio idraulico. E come me e il mio idraulico ne può parlare con gli amici, scriverne su Facebook o su un blog. Ma se il parere di Boldi diventa un fatto mediatico, se la sua opinione diventa un caso pubblico, se viene invitato a parlarne nei salotti televisivi allora no, non va bene. Perché gran parte delle persone non ascolterebbero il parere nel merito, ma ascolterebbero il Boldi attore, quello che li fa ridere nei cinepanettoni.

Quelli che hanno protestato – a volte con veemenza – contro chi solleva dubbi sulle dichiarazioni di Mannoia, non sono stati in grado di compiere questa distinzione; Mannoia può avere buone idee, ovviamente, come tutti. Ma non è accreditata di particolari competenze sul terrorismo islamico sul quale ha di recente dette alcune banalità che però agiscono profondamente nell’opinione pubblica più immatura. Uno dei miei critici su Twitter mi ha scritto che Mannoia può e deve parlare “se ne possono parlare la D’Urso o Giletti”. Paragone sbagliato. Anche se ufficialmente D’Urso e Giletti sono giornalisti, non a caso conducono programmi molto popolari su cui non criticheremo mai abbastanza, con modalità (specie D’Urso) ampiamente oggetto di pubblica denuncia. Ma in generale, fuori da casi esemplari negativi, i giornalisti impiegano tutto il loro tempo a cercare approfondimenti, leggere commenti, cercare dati e informazioni, cercando di rendere un servizio alla pubblica opinione, e che in Italia ci riescano pochino l’ho già scritto di recente. Mannoia invece credo che spenda il suo tempo per arrangiare suoi brani, preparare concerti e via discorrendo, come il mio idraulico (che, vi assicuro, ha un discreto acume) passa il tempo a cambiare tubi e installare sanitari.

La Mannoia (e tutti i VIP dello spettacolo) non ha idee brillanti in quanto VIP ma le ha o non le ha come qualunque cittadino senza specifiche competenze; ma il fatto di essere VIP droga quell’opinione, la esalta come fosse una dichiarazione di profondissima qualità indipendentemente dal merito. E questo agisce, credo in maniera errata, sull’opinione pubblica.

#bastacolmannoismo!

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3 commenti

  • Ottimo articolo!!

  • Giampaolo Mezzabotta

    Non potrei essere più d’accordo su tutto. A me la Manoia piace come cantante e continuerà a piacere (come cantante) anche dovesse diventare ministro del primo governo Grillo. Che sia calcolo, oltre che narcisismo, a spingere i VIP alle esternazioni pubbliche? Se fosse così, facciamoglielo capire che a noi piacciono per come cantano, recitano, dipingono e compongono. E basta.

  • E’ possibile che io, tu, la Mannoia, Eco, Povia, l’idraulico, quando siamo su internet entriamo in una dimensione piatta, in cui sostanzialmente non contano vestiti, distintivi, anni di studio, cariche pubbliche e private, dimensioni dell’ego e di organi vari.
    Le nostre voci come dice il sempre grandissimo Grillo valgono tutte uno, il nostro incedere e comunicare è simile a quello di una massa in un quadro di B. il vecchio (quello del milan).
    Questi fenomeni esterni a te, la massa convulsa di vocianti e le Mannoie, continueranno a esistere, anzi si evolveranno, come si evolveranno quelli come te.
    Oppure è possibile che continuerai a parlare nel privato di un blog mentre osservi dallo spioncino del tuo twitter le folle che osannano la prima baggianata detta dal Fedez di turno, o ti fonderai ad esse grazie a qualche nuova diavoleria che permetterà la coscienza collettiva.

    Forse finalmente ora che il bar ti è entrato dentro quello che credevi il tuo salotto stai cercando dei modi di rimanere quello che eri, anche in rete.

    Ne tu, ne io, ne Eco, ne la Mannoia, abbiamo capito la rete, ma forse anche in questi continui capovolgimenti di contesto e qui pro quo le persone curiose sanno trovare spunti interessanti.
    Se per te conta la comunicazione cerca di farlo semplicemente, se per te conta l’emissione dell’ego mi sa che fai meglio a rimanere nel tuo salottino.
    Stacca il modem, la Mannoia aveva vinto già prima, solo che delle mura, dei distintivi, delle dimensioni dell’ego, delle cariche pubbliche o private, ti permettevano di non vedere.

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