La spada di Damocle del riscaldamento globale

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Immaginate un gigantesco asteroide in rotta di collisione diretta con la Terra. Questo è l’equivalente di quello che ci troviamo di fronte oggi – il cambiamento climatico – , eppure noi oggi siamo ancora indecisi nell’agire. (James Hansen)

James Hansen non è l’ultimo arrivato nel mondo della climatologia, dal 1981 siede ben saldo sulla poltrona di capo del Goddard Institute for Space Studies (GISS) afferente alla NASA. La sua affermazione, quindi, non è da prendere così alla leggera: siamo ancora indecisi nell’agire, pur posti dinanzi all’evidenza che le attività umane sono in grado influenzare il clima e l’ambiente in modo assai più incisivo e rilevante di quanto sarebbe lecito e salutare.

Dopo anni ed anni di rinvii, agende disattese, trattati di collaborazione firmati storcendo il naso, un carico di evidenze impietose che ci mostra l’effetto reale del cambiamento climatico e l’urgenza di porvi rimedio. Ormai è difficile negare che le stagioni abbiano preso un corso ben diverso da quello dei ricordi del nostro recente passato. Non di meno, diverse specie animali sono state costrette a cambiare habitat ed abitudini. Persino la flora ha subito l’impatto della variazione del clima che ha alterato la stagionalità delle fioriture, l’usuale produttività dei raccolti, la fertilità del suolo con un impatto importante sulla biodiversità che rappresenta e rappresenterà sempre un valore fondamentale per la sopravvivenza della vita sul pianeta, come spiegato dalla Convention on Biological Diversity (CBD).
In sintesi, cosa significa questo? Senza parafrasare, che di tempo perso ce n’è in abbondanza mentre quello da perdere è giunto al termine. Soprattutto, è chiaro che quanto è stato fatto fino ad ora, macroscopicamente da governi ed industrie e microscopicamente dalle scelte di ognuno di noi, è stato certamente insufficiente, plausibilmente molto meno di quanto possibile.

Per quanto immediato anche per la nostra percezione, il cambiamento del clima interessa un sistema ben più esteso e complesso. Non si tratta soltanto di un inverno dall’inizio spostato un po’ più in avanti o di un’estate troppo piovosa, bensì di un filo conduttore che unisce molti dei problemi che ci troviamo a fronteggiare negli ultimi anni. Da questa osservazione scaturisce la consapevolezza che la lotta per il controllo del cambiamento climatico deve coinvolgere tutti i paesi industrialmente competitivi. La prima Conferenza delle Nazioni Unite sul Cambiamento Climatico (United Nations Climate Change Conference COP) tenutasi a Berlino nel 1995, ha gettato le basi per un cammino comune in tal senso e per il Protocollo di Kyoto, redatto un paio d’anni dopo ed entrato in vigore solo nel 2005, dopo la ratifica da parte della Russia. Parigi, dal 30 novembre al 12 dicembre, ha ospitato la ventunesima Conferenza, animata da un senso di urgenza che, in certe cose, funge da motore trainante di discreta potenza.

Un pianeta in ebollizione. A dirla tutta, per quanto se ne parli da una vita, il termine “riscaldamento globale” di concreto sembra avere ben poco. Considerato che i numeri hanno il magico potere di rendere tutto così quantificabile, vediamo di metterne qualcuno in fila. Rispetto al periodo pre-industriale, la temperatura media della superficie del nostro pianeta si è innalzata di circa 0,8°C, un divario piccolo solo in apparenza, considerati gli innumerevoli modi con cui si ripercuote sulle nostre vite.
Nell’immaginario comune, lo scioglimento dei ghiacci e, conseguentemente, l’aumento del livello delle acque negli oceani ne sono l’effetto primario. In quest’idea non c’è niente di sbagliato, infatti, se la concentrazione dei gas serra nell’atmosfera continuasse a crescere con il tasso attuale, il livello medio dei mari subirebbe un incremento compreso tra l’uno ed i tre metri. Come è ovvio, trattandosi di una media, non ci troveremmo dinanzi ad un incremento uniforme, alcune zone sarebbero più interessate di altre e quei luoghi in cui il livello delle acque è già limitante, come Venezia o le piccole isole del Pacifico, potrebbero dover fronteggiare situazioni via via più drammatiche.

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Eppure, per quanto sia un aspetto importante, esso rappresenta solo la punta dell’iceberg.
Un aumento della temperatura superficiale del pianeta si traduce in un accumulo di energia che, in un modo o nell’altro, deve essere scaricata. Allo stato attuale, la maggior parte dell’energia accumulata dal nostro sistema sembra essere immagazzinata, sotto varie forme, negli oceani che diventano via via più ostili alla crescita di coralli e fitoplancton, fondamentale per la produzione di ossigeno, per quanto largamente ignorato. Sulla scia dei mari è l’atmosfera che manifesta gli effetti dell’”indigestione energetica” con un proliferare di fenomeni metereologici di intensità inusuale come alluvioni, siccità, inondazioni che non risparmiano il mondo degli esseri umani.
L’aumento dell’incidenza di catastrofi climatiche è una forza importante che gioca un ruolo determinante nei flussi migratori. Oltre all’impatto diretto su villaggi e città, che costringe intere comunità all’esodo specialmente nei paesi in via di sviluppo, il riscaldamento globale è almeno in parte responsabile di un altro importante fenomeno: la desertificazione. Persino i flussi migratori dal Medio Oriente, che sappiamo essere certamente guidati da un’instabilità di tipo politico, sono acuiti dalla particolare condizione ambientale che va delineandosi in un luogo riconosciuto, fin dagli anni ’70, come particolarmente a rischio, come riportato in questo studio dell’ISSM.

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Il grafico poco sopra mostra come nell’ultimo periodo i flussi migratori più importanti siano, a conti fatti, causati da catastrofi ambientali.

È lecito chiedersi perché proprio ora, dopo anni di preoccupazione solo relativa, sembra esserci un “ritorno di fiamma” generale per il cambiamento climatico. Ebbene, negli ultimi due decenni la concentrazione di gas serra, prodotti in maggioranza dalle attività umane, ha preso a crescere con una velocità incredibile, accelerando di molto le previsioni del passato e minacciando di causare un aumento della temperatura del pianeta di ben due gradi entro fine secolo.

Nonostante sia presente, anche all’interno della comunità scientifica, un discreto numero di scettici riguardo al ruolo antropico nel riscaldamento globale, la correlazione tra anomalie di temperatura del pianeta e concentrazione atmosferica di anidride carbonica, il principale tra i gas serra, sembra sempre più acquisire i connotati di un rapporto di causalità. I dati della NASA, riassunti in questo lavoro non sembrano lasciare molti dubbi e, comunque, prestare attenzione a questo aspetto di certo non può far male.

Del resto, le previsioni ottenute attraverso diversi modelli climatici ci dicono, con una discreta affidabilità, che se anche l’immissione di gas serra nell’atmosfera cessasse improvvisamente, i suoi effetti non subirebbero un arresto immediato né andrebbero incontro a regressione. Al contrario, la concentrazione di anidride carbonica e degli altri inquinanti rimarrebbe costante ancora per lungo tempo, continuando a svolgere la propria nefasta funzione sul lungo periodo. Pur riuscendo a stabilizzare la temperatura della superficie terrestre, non è detto che riusciremmo a farlo con tutti gli aspetti del sistema climatico.

Come in un complesso ingranaggio, anche il più piccolo movimento si propaga agli altri pezzi e conducendo effetti inaspettati. Del resto, l’innalzamento del livello dei mari, la condizione dei biomi, lo scioglimento dei ghiacci sono tutti eventi che hanno raggiunto lo stato attuale in un lungo lasso di tempo e ne servirà altrettanto perché trovino un nuovo equilibrio.

È fondamentale, quindi, che i Governi pensino non più solo alla prevenzione, anche perché c’è ancora ben poco da prevenire, ma soprattutto a misure di adattamento. Se l’uomo è arrivato fino ad oggi, in fondo, è solo per questo, l’adattamento è la forza trainante della vita e non può essere scissa dal rispetto per il pianeta che abitiamo.

Tredici giorni di incontri in sintesi. Le misure che è lecito attendersi dalla COP21, dunque, devono tener conto della necessità di prestare soccorso, economico ed umanitario, ai paesi meno sviluppati e, conseguentemente, più esposti ai danni causati dalle calamità naturali frutto del global warming. Questo richiede lo stanziamento di fondi e più ancora la costituzione di unità preparate a fronteggiare l’emergenza per evitare che vengano dispersi tempo, risorse ed energie che non possiamo permetterci. Beh, da quel che abbiamo potuto conoscere fino ad ora, la bozza di accordo partorita al termine della Conferenza sembra andare in questa direzione. Tutti gli stati partecipanti hanno riconosciuto un comune obiettivo nel mantenimento al di sotto dell’1.5°C dell’incremento della temperatura rispetto al periodo pre-industriale. L’idea fondamentale sul “come” rimane limitata al tetto massimo per le emissioni, fissato al numero gargantuesco di 40 miliardi di tonnellate, ed al sussidio di 100 milioni di dollari annui ai paesi più poveri per agevolare lo sviluppo di fonti di energia meno inquinanti che siano, tuttavia, in grado di sostenere la loro crescita economica. Importante è anche l’idea di riunire gli stati partecipanti all’accordo in conferenze da tenersi ogni cinque anni, nel corso delle quali ciascuno stato possa rendere conto di risultati ottenuti, misure intraprese e da intraprendere.
Quello che manca, e che molte ONG ambientaliste si aspettavano di trovare, probabilmente, è un sistema di sanzioni che funga da reale deterrente alla disattenzione dell’accordo: a conti fatti, il contenuto dell’accordo è un susseguirsi di inviti ed ottimi consigli, ma ben poche sono le affermazioni realmente vincolanti.
Dunque, non ci troviamo dinanzi ad un accordo perfetto, cosa di cui sono certamente consapevoli anche i firmatari, tuttavia, l’obiettivo fondamentale della Conferenza non sembra essere stato quello di ottenere il miglior accordo in assoluto, bensì quello migliore possibile. Si è cercato il largo consenso allo scopo di avere una forza la più possibile ampia e coesa nella lotta al riscaldamento globale e, a conti fatti, ci si è riusciti con l’ottenimento dell’approvazione della bozza anche da parte di potenze emergenti, come India, Arabia Saudita e Cina, paesi con un’industria in crescita e fortemente inquinante. Da un certo punto di vista, la flessibilità anche eccessiva dell’accordo potrebbe avere avuto un ruolo determinante nel portare anche questi paesi alla ratifica. Un accordo più vincolante avrebbe, con buona probabilità, reso difficile un accordo in quanto avrebbe messo a rischio lo sviluppo economico di questi paesi e la possibilità di assumere un ruolo competitivo nell’economia mondiale.

Non l’accordo migliore, quindi, ma il migliore possibile e che, speriamo, negli anni successivi porti sempre a nuovi miglioramenti ed all’introduzione di un sistema di sanzioni che sembra ancora essere necessario in un panorama che dà forse ancora troppa poca importanza all’ambiente.

Risorse:

IPCC – Intergovernmental Panel on Climate Change (http://www.ipcc.ch/) da cui sono state tratte le informazioni sulla situazione attuale e sulle previsioni per i decenni successivi.

Pagina delle Nazioni unite destinata alla discussione sul cambiamento climatico dove è possibile, tra l’altro, trovare aggiornamenti in tempo reale riguardo alla stesura del documento che verrà poi ratificato.

Internal Displacement Monitoring Centre (IDMC) che si occupa di monitorare i flussi migratori associati alle calamità.

Contributo scritto per Hic Rhodus da Silvia D’Amico.
PhD Student in Biologia Molecolare, appassionata di scienza in 
genere, fotografia, musica e tutto quanto è realmente interessante.

3 commenti

  • Silvia D'Amico

    Alla luce di alcuni commenti ricevuti dalla redazione, mi sembra doveroso chiarire alcuni punti.
    L’articolo da me scritto è ben lontano dall’essere un articolo scientifico che richiederebbe una mole di dati ed un rigore tale da rendere poco fruibile l’articolo al pubblico. Ciò nonostante, le fonti citate sono ampiamente supportate da dati. In particolare, è riportato che il contributo dello scioglimento dei ghiacci della Groenlandia all’innalzamento del livello dei mari è stimato essere intorno al 10-18%. Ciò nonostante, a causa di limitazioni tecniche, non ne è stato mai tenuto conto, ciò perchè è necessario valutare le dinamiche di ritiro dei ghiacciai su tempi lunghi e non in un lasso di tempo di pochi mesi. Qui https://www.skepticalscience.com/greenland-cooling-gaining-ice.htm è ben spiegato come, nonostante i brevi periodi di guadagno, il bilancio della Groenlandia sia a favore della perdita di parte del suo strato di ghiaccio e non il contrario.
    Per quanto abbia citato le migrazioni dai territori Mediorientali, senza dimenticare di fare riferimento all’instabilità politica, sono molti altri i luoghi che costringono la popolazione a fuggire da vere e proprie catastrofi naturali. In particolare, le popolazioni delle regioni costiere sono costrette a muovere verso l’entroterra delle proprie nazioni per sfuggire all’innalzarsi del livello del mare. Il fatto che il fenomeno non ci colpisca direttamente, impedendoci di averne una percezione diversa, non significa che non esista. Per altro, anche l’Africa sub-sahariana, altro luogo da cui provengono molti dei migranti che giungono in Europa, è soggetta al fenomeno della desertificazione, oltre che ad instabilità politica. Importante è anche ricordarsi che nei luoghi in cui le risorse divengono limitanti, si creano tensioni che si riflettono anche nella politica. L’associazione tra cambiamento climatico e flussi migratori è fenomeno ben descritto in questi due documenti
    http://europe.newsweek.com/climate-change-will-cause-worlds-next-migration-crisis-333024
    http://www.msnbc.com/msnbc/europes-next-crisis-climate-change-could-create-millions-new-refugees

  • Vero, la Groenlandia sta perdendo il suo strato di ghiaccio:

    (citazione)

    “Su WWUT c’è un post in cui si fanno due conti, tanto per contestualizzare il problema. A quei conti ne aggiungerei un altro. Lo 0,3% perso in 100 anni circa, vuol dire, con questo rateo di scioglimento, lo 0,9% in 300 anni, ossia il 9% in 3.000 anni, il 90% in 30.000 anni, il 100% (quasi) in 34.000 anni. Quando la Terra sarà già da parecchie migliaia di anni in glaciazione e in Groenlandia ci si andrà a piedi camminando sul ghiaccio.”

    Da qui:
    http://www.climatemonitor.it/?p=40101

    • Silvia D'Amico

      Chiedo scusa per il ritardo nella risposta. Quel che lei riporta è vero, ma si tratta di un’approssimazione basata sull’assunto che lo scioglimento dei ghiacci prosegua con il tasso attuale. Questa eventualità sarebbe realistica solo nel momento in cui tutte le condizioni ambientali, inquinamento compreso, rimanessero identiche a quelle attuali.
      Tutte le proiezioni, tuttavia, mostrano un costante e “rapido” aumento della temperatura del pianeta con conseguente accelerazione del tasso di scioglimento dei ghiacci. Questo fa presupporre che anche la condizione della Groenlandia sia destinata a peggiorare, per quanto da molti ritenuta non attualmente preoccupante.
      Si tratta, di nuovo, di essere previdenti e lungimiranti e, francamente, se anche le previsioni fossero troppo catastrofiche, ridurre le emissioni inquinanti farebbe comunque bene a noi ed al pianeta.

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