Progettazione sociale e rete, quali legami?

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Passano gli anni, ma la pratica di lavorare in ambito sociale per progetti rimane una costante, in particolar modo in contesti di disoccupazione giovanile dove l’inserimento lavorativo ed i bisogni socio-sanitari si incontrano per sperimentare nuove strategie comuni di intervento. Ed è proprio attorno a tale aspetto che mi preme sottolineare quanto le partnership, ossia la rete tra partner, possano diventare uno, se non, l’elemento principe per la concretizzazione economico-sociale di quanto pianificato.

Ma cosa significa avere una partnership forte? Innanzitutto sarebbe opportuno che un network sia composto dai maggiori esponenti del Terzo Settore, da enti di formazione, pubblica amministrazione comunale e se pensiamo a soggetti al limite della legalità, sarebbe opportuno inserire tra i partner anche le case circondariali e l’UEPE, che di comune accordo individuano una serie di strategie utili al soddisfacimento dei bisogni espressi ed inespressi dei beneficiari, protagonisti indiscussi di ogni azione di supporto alla disoccupazione e alla prevenzione alla criminalità, ma altresì di tutta la cittadinanza attiva che, attraverso il coinvolgimento lavorativo sul territorio delle cosiddette fasce deboli, ne reinterpreta il ruolo in chiave produttiva. Grazie al coinvolgimento di diverse forme organizzative le differenze tra i beneficiari divengono pari a zero, perché non esistono più “nativi” e “stranieri”, si appiana il diverbio tra “noi” e “loro”, colmando un gap culturale che da sempre attanaglia il nostro vivere quotidiano. Come cittadina di una città di confine, Ventimiglia, che tanto clamore ha destato, desta e desterà, mi sento di dire che è solo grazie a reti ben costruite che le divergenze si riducono, ma è soprattutto la voglia di operare in una logica non utilitaristica che colma la differenza tra italiani e stranieri.

In uno studio sull’area imperiese di qualche anno fa da un’analisi fattoriale emerge come primo aspetto proprio la componente valoriale che ricopre il 45% del campione composto da 3.500 persone circa, ma mi chiedo quanto, in una tale visione più orientata all’azione volontaria, non si debba anche pensare al volto oscuro dell’Altro, ossia al fatto che siamo più propensi ad amare qualcuno se riteniamo che questa persona sia meritevole del nostro supporto. Ogni giorno dobbiamo fare i conti con il bisogno di identità, con una continua rinegoziazione dell’essere cittadini globali in contesti in cui vige una modernità liquida. Forse pensare a delle misure di prevenzione al disagio come una via di acceso all’inserimento lavorativo è riduttivo, ma placa il nostro bisogno di cittadinanza attiva, di cui sempre più spesso si sente parlare.

Emerge comunque dall’analisi qualitativa una certa mancanza di riconoscimento a livello personale: sono i destinatari in primis a dimostrare alcune difficoltà a percepirsi come soggetti attivamente presenti e cittadini attivi. È come se si temesse un salto di qualità nella crescita dello svolgimento del percorso professionale, c’è forse una sorta di pudore, come se la professionalizzazione dovesse arrivare solo in un secondo momento, solo dopo essersi messi alla prova in realtà tanto differenti dalla propria cultura di appartenenza, quasi come se essere parte di un percorso di reinserimento e lotta alla discriminazione sociale ne leda la validità e l’operato. Risultati questo che ritengo raggiungibili solo grazie all’integrazione raggiunta tra privato, terzo settore e p.a., dove la rete diviene collante tra questi tre soggetti. In tal modo è auspicabile che nei nuovi assetti di offerta sociale, caratterizzati da un Ente Pubblico regolatore-finanziatore e da un terzo settore gestore, progetti di questo tipo diventino un volano d’innovatività, uno strumento attraverso il quale sperimentare nuove didattiche, incentivare nuovi ambiti di interesse, garantendo al sistema complessivo un costante contatto con i bisogni emergenti. D’altronde non è possibile parlare di nuovi bisogni senza fare un accenno alla qualità, alla valutazione dell’efficacia delle politiche sociali e dell’implementazione di logiche valutative di lungo periodo.

Ritengo che una rete tra partner, di cui tanto si discute, elemento essenziale per una buona progettazione sociale, debba in primis volgere lo sguardo verso i destinatari che in tal modo possono vivere le singole esperienze in ambienti protetti, come se fossero “palestre” preparatorie alla vita di ogni giorno, ma dove si intessono ancora reti a più fili tra i partner: i destinatari hanno quindi la possibilità di mettersi alla prova in attività diverse, conoscere nuovi sbocchi occupazionali, acquisire competenze specifiche. La rete quindi palesa la propria utilità, perdendo la vischiosità insita nelle trame dei fili, nel momento in cui vengano riconosciuti all’interno del meccanismo, non solo i destinatari diretti, ma anche tutti gli altri partner ed i diversi stakeholder che intervengono nelle dinamiche del progetto. Emerge quindi una fotografia della realtà in parte mossa, non particolarmente a fuoco, ancora da inquadrare da diverse angolature, dove è necessario porre l’accento sulla solidità, la continuità, ma che è necessario analizzare, studiarne le luci, le diverse sfaccettature, altrimenti senza stimoli la luce sbiadisce e si avvicina troppo l’idea della sola lotta alla povertà, degli antichi valori ormai troppo lontani di una società tanto veloce quanto liquida, impalpabile. Il futuro di progetti di questo tipo si gioca nell’operato quotidiano svolto da coloro che prestano il loro tempo in modo indiscusso, senza aspettare nulla in cambio, ma portando con sè un bagaglio di esperienze umane e professionalizzanti.

In una tale situazione il processo di formazione dell’identità diventa una rinegoziazione in progress delle reti costruite tra operatori, enti, destinatari e nel rapporto che questi instaurano tra loro. In questo modo l’io reso orfano dallo smembramento dei centri tradizionali trova una propria ragione d’essere nell’iniziativa dei singoli io che si mettono in rete e/o vengono messi in rete. Per tutti questi motivi accetto a buon grado l’idea che esista una triangolazione tra la componente legata all’azione volontaria, a quella valoriale della cittadinanza attiva ed alla sfera lavorativa, considerando quest’ultima come il collante tra una società liquido-moderna e il soggettivismo imperante che governa le nostre azioni.

Articolo scritto per Hic Rhodus da Beba Molinari.
E' una sociologa con una predilezione per i numeri. 
Si occupa di salute, benessere e web research.
È innamorata della vita, dei suoi famigliari e della sua 
splendida bambina Ludovica.

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