In Italia si muore di più per colpa dei tagli alla Sanità?

trionfo morteTra una baruffa e l’altra sulla Legge Cirinnà o sui salvataggi bancari, argomenti di cui peraltro qui su Hic Rhodus abbiamo parlato con ampiezza, c’è una questione su cui abbiamo puntato la nostra attenzione dallo scorso dicembre, quando l’Istat ha per la prima volta annunciato che nel 2015 c’è stato un significativo aumento della mortalità. Subito, diversi commentatori politici, tra cui si sono segnalati alcuni leader dell’opposizione, hanno attribuito queste morti a un aumento dell’inquinamento, o ai tagli alla Sanità decisi dal Governo. Noi, sebbene ci prudesse un po’ la tastiera, abbiamo deciso di tacere finché l’Istat non avesse fornito dati più completi, e ora che questo è avvenuto siamo pronti a dire la nostra.

Andiamo con ordine: a dicembre, l’Istat ha pubblicato dei dati su un aumento della mortalità che, come sempre, sarebbero probabilmente passati sotto silenzio se non fossero stati oggetto di un commento del docente di Demografia Gian Carlo Blangiardo, che sottolineava tra l’altro che un simile fenomeno aveva precedenti sono nei “periodi della nostra storia segnati dalle guerre” e si chiedeva “se i tagli alla sanità pubblica, dovuti alla crisi, abbiano accresciuto nel corrente anno il rischio di mortalità”. Questo articolo ha come dicevo attirato l’attenzione di “osservatori” che normalmente ignorano le astruse pubblicazioni dell’Istat, tra i quali si è come sempre segnalato per sobrietà e misura Beppe Grillo che sul suo blog ha osservato che a causa dell’inquinamento “ci si ammala sempre di più e non ci sono i soldi per le cure né per le medicine”, mentre “Il governo impugna la lunga falce” e i suoi ministri “passeggiano incuranti sui cadaveri di 68.000 italiani [una stima che poi si è rivelata per eccesso, N.d.R.] che non hanno saputo proteggere”.

In quel momento, peraltro, i dati forniti dall’Istat erano limitati al numero di morti rilevati nei primi otto mesi dell’anno, senza altri elementi che consentissero di formarsi un’opinione almeno provvisoria sulle possibili cause. Ora che è disponibile la pubblicazione degli indicatori demografici Istat al 1° gennaio 2016, ci sentiamo in grado di proporre qualche osservazione e avanzare almeno qualche ipotesi di massima, che, come vedremo, non è esattamente in linea con le considerazioni di Grillo.

Iniziamo dai dati essenziali: è effettivamente vero che nel 2015 ci sono stati 54.000 morti in più rispetto al 2014, e il tasso di mortalità è stato del 10,7 per mille, il più alto del dopoguerra, come si vede nella figura qui sotto:

Tasso di mortalità per anno - Fonte: Istat

Fonte: Istat

Fin qui, quindi, le previsioni di dicembre sono state confermate nell’andamento se non proprio nei numeri; vediamo ora di entrare un po’ più nei dettagli.

Innanzitutto, osserviamo che il tasso di mortalità riportato nel grafico è complessivo, ossia non è “pesato” in base alla composizione per età; ovviamente con l’invecchiamento della popolazione il tasso di mortalità complessivo tende comunque a crescere, anche se questo effetto non è sufficiente a spiegare del tutto i numeri osservati. È anche interessante osservare che, mentre l’andamento generale del tasso di mortalità appare in leggero aumento dal 1990, nel 2013 e nel 2014 esso era sceso, in modo in un certo senso anomalo. In ogni caso, è vero che l’aumento della mortalità nel 2015 è quasi integralmente relativo alla fascia di età tra i 75 e i 95 anni, con una prevalenza tra le donne, più numerose, come si vede nella figura qui sotto.

Fonte: Istat

Fonte: Istat

Inoltre, l’incremento di decessi è concentrato in modo particolare nei mesi di gennaio-marzo e luglio, come si vede nel grafico che mette a confronto l’andamento mensile del numero assoluto dei decessi negli ultimi anni. L’andamento fortemente stagionale è ovviamente coerente sia con la fascia di età della popolazione colpita, sia in particolare con la probabile attribuzione a patologie “opportunistiche” dell’accresciuta mortalità invernale.

morti per mese

Fonte: Istat

Un’altra constatazione che si trova nella pubblicazione Istat è che “l’incremento di mortalità risulta omogeneo dal punto di vista del territorio”, e in effetti se l’area più colpita è il Nord-Ovest, le differenze geografiche non mostrano una regolarità riconoscibile (la regione con il maggiore incremento è la Val d’Aosta, quella con l’incremento minore è la Calabria, ma ancora inferiore è l’incremento della Provincia di  Bolzano. Questi dati, a mio avviso, confutano l’illazione che il fenomeno sia l’effetto delle (scadenti) prestazioni offerte dal Sistema Sanitario, dato che la qualità di quest’ultimo presenta invece notevoli variabilità geografiche. L’Istat osserva che, non essendo ancora disponibili le informazioni sulla ripartizione delle morti per causa dei decessi, è possibile solo avanzare delle “ipotesi” e in particolare sottolinea come “il picco del 2015 rappresenti una risposta proporzionata e contraria alle diminuzioni di mortalità riscontrate nel 2013 e nel 2014 (effetto rimbalzo)”. In pratica: le persone molto anziane che sono sopravvissute nei due anni precedenti avrebbero contribuito ad accrescere il numero dei morti nel 2015.

Tuttavia, questa constatazione, pur indicando che a parte l’invecchiamento non ci sarebbero fatti strutturali da cui ci si possa attendere un’inversione non occasionale della tendenza a una crescente longevità, non fornisce elementi sulle cause delle morti registrate nel 2015; a questo proposito, sia pure con tutte le cautele del caso, vorrei provare ad aggiungere qualcosa a quanto già affermato dall’Istat.

È difatti cosa nota che una delle ragioni “stagionali” di morte tra gli anziani sono le complicazioni dell’influenza. Ho quindi pensato di andare a verificare quale sia stata l’incidenza dell’influenza nei mesi dell’inverno 2014-2015, che sono poi i mesi (in particolare da gennaio a marzo 2015, come abbiamo visto) in cui c’è stata la maggior parte dei decessi “in eccesso” tra gli anziani.

In effetti, nella circolare del Ministero della Salute che ha fornito agli operatori sanitari le raccomandazioni in vista della stagione invernale 2015-2016, possiamo leggere che, limitatamente agli anni più recenti, “dopo la stagione pandemica 2009/10 questa stagione [quella 2014-2015] è quella che ha registrato il maggior numero di casi” (per inciso, i dati parziali relativi al 2016 vedono un’incidenza significativamente inferiore dell’influenza). Come si vede (a fatica, ahimè) dal grafico qui sotto, che estrapoliamo dal Rapporto Influnet relativo alla stagione 2014-2015, in quell’inverno il picco influenzale si è collocato tra la seconda e la settima settimana del 2015 (in pratica nei mesi di gennaio-febbraio), mentre nel 2013-2014 l’incidenza era stata nettamente più bassa e il picco spostato in avanti, verso la sesta settimana del 2014.

Fonte: Rapporto Influnet

Fonte: Rapporto Influnet

D’altronde, tra i fattori che determinano l’incidenza dell’influenza nella popolazione anziana uno dei principali è la prevenzione attraverso la vaccinazione, e da questo punto di vista i dati disponibili su sito del Ministero della Salute sono eloquenti:

Copertura vaccinale antinfluenzale negli anziani > 65 anni

Andamento storico della copertura vaccinale antinfluenzale negli anziani di almeno 65 anni

Come si vede, la percentuale degli anziani vaccinati contro l’influenza, dopo aver quasi raggiunto il 70% intorno al 2005, è poi calata progressivamente fino ad avere una caduta piuttosto netta nell’inverno 2014-2015, che forse non a caso è quello successivo al noto (e completamente infondato) allarme diffusosi l’anno precedente a proposito del vaccino Fluad. Il livello di vaccinazione tra gli anziani è difatti stato solo del 48,6%, valore di gran lunga inferiore a quello considerato ottimale dalle autorità sanitarie internazionali, che come riportato nella circolare ministeriale citate corrisponde al “75% come obiettivo minimo perseguibile e il 95% come obiettivo ottimale negli ultrasessantacinquenni e nei gruppi a rischio”. Sarà un caso, ma l’unica area dove l’incidenza della vaccinazione nel 2014-2015 è aumentata rispetto all’anno precedente, ossia la Provincia di Bolzano, è anche quella dove meno è aumentata la mortalità nel 2015.

In sintesi:

  1. Il fenomeno della maggiore mortalità osservata nel 2015 rispetto al 2014 e al 2013 è un fatto reale, ora documentato dall’Istat con dati relativi all’intero anno.
  2. L’ “eccesso” di morti è relativo essenzialmente alla popolazione sopra i 75 anni, nei mesi più freddi (e, in misura minore, più caldi) dell’anno;
  3. Il fenomeno non dipende molto dalla collocazione geografica.
  4. I dati suggeriscono che i decessi in più siano quelli “mancati” nei due anni precedenti in cui la mortalità era decresciuta.
  5. Il maggior numero di morti a gennaio e febbraio è plausibilmente correlato all’aumento dei casi di influenza negli stessi mesi, che a sua volta, oltre che ad altri fattori, è verosimilmente almeno in parte collegato al fatto che gli anziani non vaccinati sono passati dal 44,6% del 2013-14 al 51,4% del 2014-15. Questo livello di vaccinazione è del 30% inferiore all’obiettivo minimo indicato dall’OMS e dal Ministero della Salute.

Quanto alle responsabilità attribuite da molti a un possibile peggioramento del Servizio Sanitario, osserverei che è molto improbabile che gli effetti di una riduzione delle risorse (che peraltro andrebbe verificata in termini reali) si rifletta sulla mortalità da un anno all’altro, e uniformemente in tutta Italia. D’altronde, a proposito dell’influenza stagionale, il principale presidio contro di essa è dato proprio dalle vaccinazioni, e mi permetto quindi di dire che se si vuole cercare una causa occasionale di minore protezione sanitaria per gli anziani nel 2015, più che nei tagli al bilancio del SSN la si dovrebbe cercare nella propaganda antivaccinale condotta da un’eterogenea Armata Brancaleone di irresponsabili, tra cui non hanno mancato di brillare i rappresentanti delle stesse forze politiche che oggi denunciano l’aumento della mortalità come l’esito di una “guerra silenziosa”.

Naturalmente questo non vuol dire che si possano tagliare i finanziamenti alla Sanità senza ripercussioni sulla qualità dei servizi; vuol dire che chi vuole veder difesi i livelli di tutela della salute deve innanzi tutto preoccuparsi di non veder sabotate le azioni di prevenzione, che sono quelle più efficaci anche per il contenimento della spesa. Quanto ai rischi, reali, derivanti da un possibile “impoverimento” del nostro SSN, saranno forse oggetto di un altro post nel prossimo futuro.

(illustrazione del titolo: dettaglio da Il Trionfo della Morte, di Giacomo Borlone de Buschis)

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