La finta realtà televisiva costruisce vere opinioni negli spettatori

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Mi faccio vanto di non guardare mai certe reti televisive e in particolare certi programmi. Lo so, è un atteggiamento snob indegno di un sociologo, commentatore e blogger, ma la mia ostilità è troppo forte e trovo modo di spiegarvela a partire dal recente caso di Striscia la notizia che ha licenziato in diretta due inviati, Fabio e Mingo, dopo avere appurato che la loro inchiesta su un finto avvocato barese era una bufala inventata di sana pianta, come altri servizi precedenti. La faccenda è venuta alla luce solo perché si è mossa la Procura che ha deciso di perseguire il presunto reo chiedendo atti e carte inesistenti. Se Fabio e Mingo si fossero limitati a costruire finti servizi su casi meno “sensibili” per un procuratore probabilmente sarebbero ancora al loro posto a scandalizzare bravi cittadini con finti preti, finti cartomanti, finti pescivendoli e altre finzioni che da decenni (questo è il punto) la televisione spazzatura propina per lo scandalo dei benpensanti, la rabbia degli indignati, l’incredulità dei creduli.

In queste ultime righe vi ho già spiegata in sintesi la ragione del mio sospetto verso questa forma comunicativa: ciò che arriva al cervello della gente non è una verità o una falsità o un documento o una finzione o una pubblicità o un reality: è un messaggio che comunque incide sugli schemi mentali coi quali viene poi interpretata la realtà e che ho altre volte citati nei miei articoli (per esempio QUI e anche QUI). La decodifica dei messaggi televisivi (e – da un paio di decenni – di Internet) è assai meno semplice e scontata di quanto creda la persona mediamente colta e intelligente ed è invece orientata consapevolmente alla massificazione, all’identificazione e alla costruzione di una determinata rappresentazione sociale:

manipulation-television-brainwashing-frithIl sistema di rappresentazioni sociali che ne deriva, soprattutto per i grandi consumatori di Tv, è profondamente influenzato dai sistemi di rappresentazione sociale che provengono dalla Tv, che in questo modo si sovrappongono gli altri sistemi di rappresentazione sociale, li inglobano, e li riciclano in continuazione in un blob che alla fine produce uno “spostamento di realtà”. Secondo Gerbner questo spostamento di realtà è fondato sul fatto che i grandi consumatori, cioè coloro che sono esposti alla Tv per oltre quattro/cinque ore al giorno, trovano nella Tv un soggetto che contribuisce in maniera decisiva alla definizione delle rappresentazioni mentali e sociali della realtà. […] i grandi consumatori tendono a dare “risposte televisive” ai problemi sociali ed individuali più alte di quelli meno esposti, con i seguenti esiti rispetto a coloro che sono meno esposti:

– sovrastima della quantità di violenza attuata nella società;

– maggiore senso di insicurezza;

– minore autostima;

– maggiore propensione al razzismo;

– maggiore propensione a  percepire gli anziani e i deboli come marginali;

– ansia più elevata;

– maggiore propensione alla introiezione di ruoli sessuali più stereotipati;

– maggiore insoddisfazione circa il proprio stile di vita. (Angelini, vedi Risorse).

La televisione generalista è ancora una fonte preminente di notizie-spettacolo per una vasta generazione analogica, anziana e non molto scolarizzata (senza che ciò escluda ampie porzioni di giovani poco sfiorati dall’appartenere alla generazione digitale); per mantenere la propria presa sugli spettatori i palinsesti si sono trasformati, aggiornati, puntando alla contaminazione dei generi e alla loro con-fusione: i reality, per esempio, sono spettacolo, con un po’ di “vita vera”, con una spruzzata di informazione; Striscia la notizia, come Le iene e altri format, fa informazione fra comicità, marketing e spettacolo (o fa spettacolo fra informazione e marketing?) mentre i siparietti di Crozza sono comici ma si basano su un piuttosto esplicito messaggio politico. Tutto viene ammantato di leggerezza (per “intrattenere”) ma tutto ha un’apparenza di realtà (per “convincere”).

manipulation_1499345Questa grande narrazione televisiva ha una continuità anche passando da programma a programma, ed è una narrazione caratterizzata dal tipo di pubblico che ciascuna emittente intende fidelizzare, più o meno giovane, più o meno colto… Le televisioni generaliste destinate al grande pubblico forniscono rappresentazioni coerenti del mondo attraverso i telegiornali come attraverso le fiction, i reality e gli altri programmi proposti. Lo spettatore trova quindi delle cornici di senso coerenti, che impara a riconoscere e fare proprie, in cui incastonare specifici casi, fatti eclatanti, aneddoti. L’aneddoticità esemplare è importante perché costituisce una forma comunicativa basilare, semplice e facilmente comprensibile. La denuncia del finto avvocato barese di Striscia non era un discorso sull’Ordine degli Avvocati e i procedimenti per accedervi, non un discorso sulla Giustizia e i suoi eventuali difetti e neppure un complesso discorso morale sulla cattiveria dell’uomo ma semplicemente un episodio, un aneddoto, un ritaglio (in questo caso falso) estratto da una vastità incomprensibile se non riducendola a caso esemplificativo, esattamente come fanno le riviste di gossip che affiancano lo scandaletto della diva al delitto efferato alla ricetta di cucina. La costruzione di questi “casi”, la loro ripetuta proposizione, si affianca all’interpretazione della vita come caso e fortuna dei quiz a premi, del pianto in diretta, della sciagura aerea, della protagonista del telefilm… Tutto è collocato su uno sfondo piatto, senza spessore, che si adatta allo spettatore come lo spettatore si conforma ad esso.

Ecco perché programmi come Striscia la Notizia sono ben lontani da quello che sostengono di essere: sono a tutti gli effetti e consapevolmente programmi di disinformazione di massa, o di diseducazione se preferite. Programmi che contribuiscono pesantemente alla costruzione di schemi mentali orientati a una certa visione di mondo che include anche la visione politica. Non c’è bisogno di fare esplicitamente propaganda a un leader o a un partito, anzi il contrario; si costruisce un tessuto ideologico, culturale e informativo disponibile ad accogliere determinate visioni anche politiche. Il berlusconismo in fondo cos’è stato, se non un grande scenario ottimistico di milioni di posti di lavoro, ristoranti pieni, presunto prestigio internazionale incastonati da aneddoti frammentati centrati sul leader, dalla mamma al bunga bunga, dal Milan al viso insanguinato dopo il quasi-attentato? Il tutto collegato da un messaggio ripetitivo, ossessivo, ripetuto fino all’esasperazione (i comunisti, le toghe rosse…). I vent’anni di berlusconismo trascorsi sono stati un palinsesto televisivo vincente, come le televisioni berlusconiane (e la RAI che si è prontamente accodata) sono state la realtà del berlusconismo.

tv-buyLa conclusione non riguarda più Striscia o Berlusconi ma la generale manipolazione cui siamo soggetti. I falsi televisivi, le bufale, le finzioni spacciate per cronaca sono esistite da quando questa televisione si è affermata: i quiz pilotati, i falsi scoop, i finti processi e i finti clamorosi incontri e le finte sorprese recitate da attori, i finti pianti in diretta, i finti reality dove l’imprevisto è attentamente programmato, tutto questo va assieme alle notizie dei telegiornali date a metà, date prima o dopo altre per connotarle emotivamente, accompagnate o no da filmati, da “schede” o da commenti a studio, e ancora tutto questo va assieme alla clamorosa finta narrazione dei talk show, autentica truffa informativa sulla quale mi sono già intrattenuto tempo fa. Ho parlato solo di televisione, ma sulla disinformazione via Internet (molto più veloce e penetrante per ragioni diverse) potete leggere alcuni vecchi post, sempre attuali:

Risorse:

4 commenti

  • Quindi forse la tele é sopravvalutata come strumento che puó indirizzare scelte politiche precise ma é sottovalutata come impatto, nel fruitore, sulla modalità di “sentire” come vanno le cose, verso che direzione si muove il Mondo. Io avverto, nella tv, una drammatizzazione a tutti i livelli che riduce la distanza tra la realtà di efferati o tragici fatti di cronaca e la loro rappresentazione nella fiction. Mi parrebbe che questo nutrire continuamente sentimenti “pompati” rischi, da una parte di anestetizzare il senso della vera tragedia e dall’altra alimenti la confusione tra la sfera dei propri problemi intimi e la sfera di quelli causati dagli accadimenti esterni socio-economici. Le due sfere si intersecano e non si capisce più dove finice una e comincia l’altra. Almeno così mi parrebbe. Ciao.

    • La mia idea è un po’ diversa. Io credo che SÌ, la televisione indirizzi scelte politiche, ma non con un rapporto uno-uno (un singolo messaggio –> un determinato comportamento indotto) bensì molti-qualcosa (un insieme di messaggi costituenti una narrazione –> una propensione a ragionare in un determinato modo). Ciò che dici sui sentimenti pompati è vero; se richiami alla mente il lessico di quest’ultimo decennio almeno, ricorderai il crescendo di enfasi, di toni apocalittici e via discorrendo. Questo ha anestetizzato innanzitutto la logica, la capacità di vedere il quadro d’insieme, la credibilità della politica. Credere che tutto questo sia stato previsto e voluto è eccessivamente paranoico. Probabilmente la faglia si prestava a questo percorso, di cui si sono visti vantaggi immediati a prescindere, e le analisi dei sociologi – come è noto – non se le fila nessuno.

  • Semplicemente gli “sciamani” e gli imbonitori hanno trovato un nuovo mezzo di “controllo di massa”. Non tutti gli uomini hanno fatto il “passo evolutivo” da esseri scaramantici, credenti e così via, all’essere razionali. La tv fa colpo sul primo gruppo; che a quanto pare è quello più numeroso.
    La tv sta rievocando pensieri, idee, culture quasi medievali.

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