È lecito astenersi dal voto (politico o referendario)?

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Abbiamo aspettato che il referendum sulle trivelle passasse per esprimere alcune considerazioni che, a questo punto, possono essere accolte o rigettate ma non accusate di faziosità contingente. Perché naturalmente avrete notato, nelle ultime settimane, come l’argomento sia stato eccessivamente strumentalizzato dato l’ovvio timore, da parte dei sostenitori del Sì (contro le trivelle) di non raggiungere il quorum, come effettivamente è stato. La Costituzione, all’art. 48, tratta del voto (in generale) come di un “dovere civico”. Una formulazione quanto meno ambigua perché parla di ‘doveri’ ma non – come avrebbe potuto chiaramente fare – di ‘obblighi’. Al di là di quanto avete letto sui giornali riguardo a personalità politiche che hanno manifestato il loro parere, semmai differente da quello espresso in analoghe precedenti occasioni (segno, appunto, di un certo opportunismo contingente segnato più dal senso politico che dalla giurisprudenza), vi voglio proporre alcune argomentazioni non marcate ideologicamente.

Paolo Carnevale, professore ordinario di istituzioni di diritto pubblico ha scritto in maniera chiara:

In merito poi alla qualificazione di dovere civico, va detto che la formulazione dell’art. 48, frutto del faticoso compromesso raggiunto in sede costituente fra i fautori dell’obbligatorietà del voto e i sostenitori della qualificazione in termini di diritto di libertà, appare di difficile decifrazione, soprattutto da quando il legislatore ha inteso escludere, eliminando le sanzioni amministrative previste, qualsivoglia conseguenza giuridica per il mancato esercizio del voto. Del resto, secondo taluni il fatto stesso che, nel caso delle consultazioni popolari in occasione di referendum abrogativi, l’astensione paia addirittura come un’opzione costituzionalmente legittimata (v. art. 75, 4° comma, Cost.) e che, come ognun sa, su di essa si faccia leva sempre più frequentemente da parte degli oppositori dell’iniziativa referendaria, varrebbe ad ulteriormente accreditare la tesi dell’assoluta liceità dell’astensione. Ciò che tuttavia non sembra escludere del tutto un residuo significato alla formulazione costituzionale, intesa come espressione di una sorta di “etica pubblica” che dovrebbe comportare, in capo ai titolari di cariche pubbliche, quantomeno un dovere di correttezza (costituzionale) di “astenersi” dall’invito di non voto (pp. 267-268).

Il testo compare nel volume a cura di Franco Modugno, Diritto Pubblico (Giappichelli ed. 2012, pp. 267-268); Modugno, ricordiamo, è professore emerito di diritto costituzionale presso l’Università di Roma “La Sapienza” e dal 21 dicembre 2015 giudice della Corte costituzionale.

L’ultimo capoverso riguarda la non liceità dell’istigazione all’astensione da parte di pubblici ufficiali, che non riguarda solo un problema di etica essendo in realtà un vero e proprio reato (titolo VII, Disposizioni penali dell’art. 98 del testo unico delle leggi elettorali); legge del 1957 che sembra nei fatti superata culturalmente, come stiamo per dire, ma non di meno tuttora in vigore.

Il non voto era sanzionato amministrativamente in anni lontani, ma in seguito il legislatore ha abolito le sanzioni (anni ‘90) stabilendo che il voto “è un diritto di tutti i cittadini, il cui libero esercizio deve essere garantito e promosso dalla Repubblica” (legge 277/1993, art. 1). La spiegazione di questa evoluzione giuridica l’offrono Francesco Del Canto e Saulle Panizza (ordinari Diritto Costituzionale a Pisa) nel volume Lo Stato e gli ordinamenti giuridici, i principi fondamentali, i diritti e i doveri costituzionali (Giappichelli ed., 2011, p. 242)

D’altra parte, la scelta del legislatore di “dissolvere” la dimensione impositiva del diritto di voto, accentuandone, per converso, la caratteristica di dovere “civico” o “morale”, è stata sostenuta dalla stessa Corte costituzionale, che ha affermato che “in presenza della prescrizione dello stesso art. 48, secondo cui l’esercizio del diritto di voto ‘è dovere civico’, il non partecipare alla votazione costituisce una forma di esercizio del diritto di voto significante solo sul piano socio-politico” (sent. n. 173/2005). In definitiva, per la Corte il voto assume significato e spessore quasi esclusivamente in relazione alla sua dimensione di diritto, mentre assai scolorita risulta essere la sua qualificazione in termini di dovere”.

Se passiamo dal diritto-dovere di voto in generale allo specifico diritto-dovere di voto in caso di referendum, le cose cambiano un pochino:

rispetto al referendum si possono dare due forme di partecipazione entrambe egualmente espressive del massimo rispetto dell’istituto referendario: il voto (positivo o negativo) e il non voto. In altri termini, occorre evidenziare la differenza sussistente tra la partecipazione politica tout court e la partecipazione referendaria, ossia tra il voto politico e il voto referendario; la distinta considerazione può prendere le mosse da una valutazione dei rapporti tra i differenti articoli della Costituzione che vengono al riguardo in considerazione. Infatti, mentre l’art. 48 Cost. prevede espressamente, formulando un esplicito giudizio di valore, che l’esercizio del voto è un dovere civico, l’art. 75 Cost., invece, subordinando la validità della competizione referendaria alla partecipazione della maggioranza degli aventi diritto, considera il quorum partecipativo come requisito di validità e, pertanto, non esclude che una possibile scelta sia appunto rappresentata dalla mancata partecipazione quale modalità di espressione della propria convinzione in merito alla proposta referendaria.

Questo brano è tratto da Giovanni Di Rosa (ordinario di diritto privato a Catania), Dai principi alle regole. Appunti di biodiritto (Giappichelli ed., 2013, p. 104). Il diritto di astenersi al referendum ha una ragione molto semplice e ovvia: i quesiti referendari abrogativi sono proposti generalmente da minoranze che interrogano il corpo elettorale su materie specifiche; se fossero validi indipendentemente dal quorum si correrebbe il rischio di minoranze ben organizzate capaci di modificare pesantemente (e non sempre assennatamente) le politiche e gli ordinamenti istituzionali. Segnaliamo in merito il parere di Stefano Grassi, ordinario di Diritto costituzionale a Firenze, riportato dal sito di Libertà e Giustizia.

Ricordando a tutti che nel prossimo referendum costituzionale (o, meglio detto: confermativo) non è previsto il quorum, e che quindi sarà valido il risultato espresso dai votanti indipendentemente dal loro numero, restano chiari alcuni principi:

  1. il voto è sempre un diritto per i cittadini;
  2. i pubblici ufficiali sono tenuti a non intralciarlo, neppure incitando all’astensione;
  3. il voto è un dovere solo in senso morale da intendere, secondo giurisprudenza, in senso sempre più lasco, essendo ormai accettato che il non voto esprima una forma di lecita protesta verso l’offerta politica;
  4. in particolare nel referendum abrogativo il non voto è una scelta legittima e costituzionalmente prevista.

Purtroppo i politici e diversi commentatori ignorano ad arte quello che il diritto prevede e quello che la Corte costituzionale ha stabilito; sorvolando su alcuni elementi, accentuandone altri, istigano l’opinione pubblica che raramente va a cercarsi le fonti per capire come stiano le cose e si appropria degli slogan dei contendenti come fossero verità. Come abbiamo visto nel recente caso sulle trivelle, dove le citazioni più fantasiose, attribuite a questo o a quel “nobile” pensatore o politico, sono state brandite alla stregua di argomenti. Ma si trattava solo di slogan, spesso falsi o male interpretati. Gli argomenti sono più faticosi.

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