Corea del Nord: i nodi stanno venendo al pettine

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Le puntuali, ravvicinate e minacciose notizie dell’escalation militare nordcoreana non potranno restare a lungo ignorate. Anche se in parte i “successi” della tecnologia bellica di quel Paese sono discutibili elementi di propaganda, è di pochi giorni fa la notizia della prova di missili intercontinentali che, assieme all’asserita disponibilità di ordigni atomici e al bellicoso e continuo linguaggio aggressivo di Kim Jong-un, non è che possa far dormire sonni tranquilli. Capirci qualcosa è difficilissimo perché il Paese è pressoché blindato ma alcuni ragionamenti possono essere fatti, probabilmente partendo dalla considerazione che se prima non si cerca di capire cosa veramente voglia Kim, difficilmente si potrà trovare una soluzione pacifica. E di errori di grossolana incomprensione, con conseguenti valutazioni errate, sembrano essercene state diverse come da anni alcuni analisti si sforzano di segnalare. La prima e fondamentale incomprensione riguarda il significato delle ripetute provocazioni di Pyongyang: secondo John Delury e Chung-in Moon (Analytical Failure and the North Korean Quagmire, “38 North”, 7 Aprile 2011) gli obiettivi nordcoreani sono, molto semplicemente, la sopravvivenza del regime, la sicurezza nazionale e lo sviluppo economico, in quest’ordine. Tutte le azioni eclatanti sul piano della deterrenza nucleare, il confronto militare e il negoziato diplomatico hanno – per i nordcoreani – queste finalità. Generalmente la reazione sudcoreana e americana è stata opposta, di chiusura diplomatica e di risposta alle provocazioni militari. Sempre Delury e Moon segnalano poi come la tragedia di Yeonpyeong del 2010, uno dei momenti più critici del recente confronto fra le due Coree, sia nata anche in seguito alle carenze dell’Armistizio del 1953 e all’unilaterale decisione americana di definire i confini marittimi in maniera sfavorevole al Nord. Ciò non giustifica le vittime di quell’incidente, ovviamente, ma l’esempio chiarisce come in un contesto conflittuale non sempre i cattivi siano privi di giustificazioni e i buoni privi di torti.

_66319026_nuclear_304.gifAnche commenti più recenti segnalano la scarsa realtà della minaccia nordcoreana in termini convenzionali e la sostanziale inconsistenza della sua minaccia nucleare. Per ora. Il fatto è che il lancio di uno o più missili a testata nucleare non dovrebbe per forza arrivare (improbabilmente) sul territorio americano per destare preoccupazioni:

But while the North might struggle to hit the US, it could target US interests in the region. There are more than 28,000 US military personnel based in South Korea, another 40,000 in Japan and a large military base in Guam, a US territory off the Philippines. The US is also obliged to defend Japan if it is attacked under the terms of the post-World War II security alliance between Washington and Tokyo.

Insomma: anche se la Corea del Nord difficilmente può essere considerata una minaccia devastante per l’Occidente, per gli Stati Uniti o anche semplicemente per il Giappone, resta il fatto che contribuisce pesantemente a destabilizzare l’area, minaccia la Corea del Sud, continua a creare situazioni di conflitto e potrebbe – sia pure suicidandosi – provocare crisi di notevole intensità. E che, se non ci saranno cambiamenti sostanziali, la sua capacità di produrre armi di distruzione di massa ed eventualmente di usarle diverrà più concreta (fonte).

Che le cose, pian piano, possano diventare preoccupanti lo dimostra, a mio avviso più di ogni altra cosa, il cambiamento sostanziale delle relazioni fra Pyongyang e Pechino con un incremento delle sanzioni dopo i recenti test nucleari (fonte), il colloquio di Marzo fra Cina, Giappone, Sud Corea e Stati Uniti per discutere il da farsi per contenere Pyonyang (fonte) e il tono ostile che il partito al potere ha assunto verso la Cina (fonte). Il lettore deve ricordare che in questo momento la Cina ha specifici interessi espansionistici nel Mar della Cina (ne abbiamo parlato QUI) e la faccenda nordcoreana finisce con l’essere un elemento fortemente disturbante e non più gestibile come in decenni passati; pur permanendo una certa ambiguità (la situazione in quello scacchiere è complessa) man mano che la Cina si va rafforzando la tendenza a scaricare lo scomodo alleato crescerà.

A questo punto l’ovvia domanda “che fare?” resta in realtà senza risposta. Alla preoccupazione dei Paesi dell’area non corrisponde una reale strategia di risposta, principalmente che gli interessi divergenti fra Cina da una parte e America con alleati dall’altra. Anche se ragionevolmente un’intelligente azione diplomatica dovrebbe essere l’unica soluzione, invadere la Corea pare essere un’opzione, invocata semmai per motivi umanitari (fonte) viste le condizioni di vita sempre più disperate delle popolazioni nordcoreane; perché sul fatto che il Paese prima o poi collassi non ci sono molti dubbi. Ma il problema del prossimo collasso nordcoreano riguarda l’estrema violenza del processo e le sue conseguenze:

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Manifesto di propaganda nordcoreano

We have seen states collapse before, particularly as the endgame of the Cold War played out. But North Korea is very different from Eastern Europe as Communism crumbled in 1989—both more extreme in what it is prepared to do to survive and far more geographically isolated, so that such action would in effect take place in the dark. Yet there is one lesson from Eastern Europe’s example that does shed a chilling light on North Korea: the more repressive and artificially maintained the regime is, the more sudden and precipitous the collapse. Poland and Hungary, the most liberally administered Communist satellite states, with reformist factions tolerated inside the party apparatuses, had soft, velvet collapses that played out gradually over many months, beginning in 1988, a year before the Berlin Wall actually fell. But Albania and Romania, whose Stalinist regimes were heavily dependent on extreme cults of personality, unraveled at once and without warning. In the case of Romania, it took only ten days for a small demonstration about minority rights in the western city of Timisoara to mushroom into a nationwide uprising that culminated in the grim executions of tyrants Nicolae and Elena Ceausescu. Nobody should consider the future of North Korea without keeping in mind the Romanian example. It is not a coincidence that Nicolae Ceausescu was a close friend of Kim Il-sung, and considered North Korea a model for Communist Romania (Robert D. Kaplan e Abraham M. Denmark, The Long Goodbye: The Future North Korea, “World Affair”, Maggio-Giugno 2011).

Le conseguenze hanno naturalmente a che fare con l’imponente arsenale e con un regime militare che, se messo alle strette, potrebbe scegliere l’opzione di innescare una guerra regionale dalle conseguenza estremamente serie:

if North Korea does implode, we could have a regional war, and that’s a huge price to pay for this feudal regime’s inability and unwillingness to join the 21st century (Patrick Cronin, senior director of the Asia-Pacific security program at Washington, citato in Keegan Hamilton, Cracking the Hermit Kingdom: The Strange Future of North Korean Diplomacy, “Newsvice.com”, 18 Febbraio 2015).

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